Speciali
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Dieci sguardi sull’Europa | 10: Un Rinascimento multiculturale
2 gennaio 201150710 Presseurop -
Dieci sguardi sull’Europa | 9: Cerchiamo di essere ottimisti
1 gennaio 20111421 Presseurop -
Dieci sguardi sull’Europa | 8: Il paradiso dei negoziati
31 dicembre 201075 Presseurop -
Dieci sguardi sull’Europa | 7: Quando mia figlia porterà il burqa
30 dicembre 20101655 Presseurop -
Dieci sguardi sull’Europa | 6: I travagli della maturità
29 dicembre 20103042 Presseurop -
Dieci sguardi sull’Europa | 5: Un continente di carta e inchiostro
28 dicembre 20104934 Presseurop -
Dieci sguardi sull’Europa | 4: L’Ue è un’auto
27 dicembre 2010391 Presseurop -
Dieci sguardi sull’Europa | 3: Impariamo a invecchiare con dignità
26 dicembre 20101001 Presseurop -
Dieci sguardi sull’Europa | 2: Sellate i cavalli
25 dicembre 20103682 Presseurop -
Dieci sguardi sull’Europa | 1: Identità per difetto
23 dicembre 20101865 Presseurop
Editoriale
È stato un anno di fracasso e furori. Dal quasi-fallimento della Grecia alla crisi irlandese, l'Europa ha vissuto il 2010 nel timore della fine dell'eurozona, adottando un rigore che si annuncia duraturo e un inedito meccanismo di stabilità finanziaria.
Nel frattempo la Germania ha rimesso in discussione il principio di solidarietà tra gli europei, la Francia ha espulso migliaia di rom e l'estrema destra è entrata in parlamento in Svezia e praticamente al governo nei Paesi Bassi. La Polonia, ancora una volta, ha tragicamente perso la sua élite vicino a Katyn ed è piombata in uno psicodramma politico-religioso. L'Italia è sprofondata un po' di più nel ridicolo delle scappatelle sessuali del suo premier. L'Ungheria, sotto l'impulso della destra nazionalista, ha rimesso in causa il proprio ordine costituzionale.
Un anno caotico, insomma. Un anno difficile per un'Europa che sembra sempre più ai margini della scena internazionale, presa alla sprovvista da un mondo che emerge alle sue spalle, spesso meno democratico ma sicuramente più dinamico.
Forse a questo punto è il caso di fare un passo indietro e guardare la realtà con occhi diversi. Per questo abbiamo invitato 10 autori europei, scrittori e analisti, firme note e voci esordienti, a scrivere sull'Europa. L'Europa che vedono oltre l'attuale catena di eventi, quella che immaginano per l'avvenire o quella che vivono come esseri umani e cittadini.
In questa serie Arnon Grunberg (Paesi Bassi), Fernando Savater (Spagna), Paweł Świeboda (Polonia), Thomas Brussig (Germania), Gonçalo M. Tavares (Portogallo), Philippe Perchoc (Francia), Petra Hůlová (Repubblica Ceca), Mircea Vasilescu (Romania), Tim Parks (Gran Bretagna) e Loretta Napoleoni (Italia) illustrano il loro modo di vedere un'Europa diversa.
Questi articoli sono pubblicati in collaborazione con il Guardian (Gran Bretagna), Der Spiegel (Germania) e Respekt (Repubblica Ceca).
Gli europei sembrano soffrire di un'eterna coazione a ripetere: danno vita a grandi rivoluzioni collettive per poi distruggerne i risultati con il loro individualismo ed elitarismo. Ma da questa crisi uscirà una generazione arricchità dalla diversità, che potrebbe rompere questo ciclo perverso una volta per tutte.
La crisi economica ha strappato il velo della retorica del progresso e messo a nudo la decadenza del vecchio continente. Per superare le sfide epocali che l'attendono, l'Europa dovrà cambiare radicalmente mentalità e stili di vita.
C'è un campo in cui l'Unione europea non ha rivali: l'arte di trovare compromessi tra interessi e visioni apparentemente inconciliabili. Per mantenere il suo ruolo nel mondo, però, dovrà anche imparare a prendere decisioni difficili in tempi ragionevoli.
Tutti dicono che il futuro dell'Europa è in mano alle donne, ma di che futuro si tratta? Tra i riflussi dell'emancipazione femminile e l'influenza dell'islam, il risultato finale potrebbe essere paradossale.
L'Ue si comporta come un'adolescente complessata che non vuole accettare il passaggio all'età adulta e i cambiamenti che comporta. Per superare questa crisi d'identità bisogna passare dalla logica dell'"io" a quella del "noi".
Negli ultimi anni gli europei sembravano tornati alla credenza primitiva nella realtà dei segni: in fin dei conti, la crisi che li ha travolti è stata innescata da semplici pezzi di carta. È ora di tornare ad apprezzare il valore della concretezza
L'Europa non è una fonte d'ispirazione artistica né un affare di cuore. Assomiglia più a una macchina: anche se qualcuno ha sviluppato per essa una vera ossessione, per tutti gli altri è semplicemente un mezzo per raggiungere scopi pratici.
L'Europa è in crisi di mezza età. Invece di ostinarsi a perseguire i suoi sogni di gioventù dovrebbe accettare la maturità, dosando le energie per mantenere le sue prerogative e raggiungere gli obiettivi essenziali.
In mancanza delle energie necessarie a intraprendere progetti più ambiziosi, gli europei sono imprigionati in una convivenza precaria. E il rischio di scivolare all'indietro è sempre più concreto.
Chi si definisce europeo rinnega in qualche modo la propria nazionalità, senza poterla sostituire con un sentimento collettivo ben definito. Una condizione che ricorda quella dei senza patria per antonomasia.