A nessuno verrebbe mai in mente di accusare il Daily Telegraph di essere filoeuropeo, eppure questa mattina il quotidiano di riferimento dei conservatori britannici ha annunciato che nelle due settimane a venire ha in programma di “analizzare se l’Ue funziona, che cosa avrebbe da guadagnarci la Gran Bretagna e che tipo di rapporti vorremmo instaurare con i popoli e le culture europee”. Il primo segnale inconsueto è un editoriale dal seguente, sbalorditivo incipit: "L’Unione europea offre molti vantaggi alla Gran Bretagna". Nell’articolo si osserva che il Regno Unito è secondo soltanto alla Germania tra i Paesi che contribuiscono maggiormente dal punto di vista economico al bilancio Ue, mentre un altro articolo offre un punto di vista più in linea con la tradizione del Telegraph e rivela che l’Ue spende quantità considerevoli di soldi dei contribuenti in progetti discutibili, quali un programma da 1,6 milioni di euro per “dare una giusta definizione di Dio”, oltre 99mila euro per una attività di allevamento di falsi bachi da seta e 853mila per uno zoo per coccodrilli”.
Tra gli altri articoli, Adrian Michaels esalta i vantaggi della libertà di movimento in Europa, è pubblicato il calendario delle scadenze Ue, compare un sondaggio YouGov sulle diverse posizioni nei confronti del Trattato di Lisbona, e infine vi sono una serie di testimonianze dirette sull’esperienza europea intitolate “My Europe”. Nel complesso, insomma, per il partito conservatore di David Cameron c’è molto su cui riflettere in relazione a una questione che – come osserva il Telegraph – “è stata la frattura più profonda della politica britannica per oltre mezzo secolo”.
Il leader della sinistra radicale che vuole stracciare i patti con la troika potrebbe vincere le elezioni del 17 giugno. Il suo tour delle capitali europee ha confermato la sua irresistibile ascesa.
Anche attingendo alla vastissima mitologia classica, è difficile trovare una metafora che spieghi la complessità della crisi greca. Quel che è certo è che gli economisti non sono déi.
Quest’anno il festival della canzone europea si svolge in Azerbaijan, non certo un modello di democrazia e diritti. Ma i soldi del petrolio bastano a tenere lontane le critiche.