“Il presidente ucraino Viktor Juscenko dice addio a Bruxelles”, titola Dziennik Gazeta Prawna. Fino a poco tempo fa, Juscenko era visto come il leader giusto per saldare il legame tra Ucraina e occidente. “A quattro anni dalla sua elezione, la politica di Juscenko si è rivelata fallimentare. L'integrazione con l'Europa non si è mossa di un centimetro rispetto ai tempi della rivoluzione arancione” osserva il quotidiano di Varsavia. Quando Juscenko prese il potere sembrava che l'Ucraina avrebbe aderito all'Unione Europea entro il 2015.
Nel febbraio 2005, Bruxelles e Kiev avevano firmato il cosiddetto piano d'azione, che avrebbe dovuto creare un'area di libero mercato tra l'Europa e l'Ucraina. Ma le elite ucraine si sono divise in fazioni ostili, in perenne scontro tra loro. “Oggi è difficile stabilire chi sia responsabile per la mancata integrazione”, ha dichiarato un membro anonimo della Commissione europea. Sicuramente la colpa non è tutta dell'Ucraina. Dziennik Gazeta Prawna rileva che “molte potenze europee, specialmente la Francia, non nascondono la loro avversione alle ambizioni europee dell'Ucraina”.
Il leader della sinistra radicale che vuole stracciare i patti con la troika potrebbe vincere le elezioni del 17 giugno. Il suo tour delle capitali europee ha confermato la sua irresistibile ascesa.
Anche attingendo alla vastissima mitologia classica, è difficile trovare una metafora che spieghi la complessità della crisi greca. Quel che è certo è che gli economisti non sono déi.
Quest’anno il festival della canzone europea si svolge in Azerbaijan, non certo un modello di democrazia e diritti. Ma i soldi del petrolio bastano a tenere lontane le critiche.