“Prossima fermata Gran Bretagna”: così titola in prima pagina il Daily Mail che riporta la notizia della chiusura dell'accampamento di profughi sorto in un bosco vicino a Calais, in Francia, meglio noto come “la giungla”, dove tutti coloro che cercano asilo e arrivano da ogni angolo del pianeta si ritrovano a cercare un passaggio oltremanica. L’operazione è stata “condotta dalla polizia francese in equipaggiamento antisommossa, armata di lanciafiamme, lacrimogeni e pistole paralizzanti”, con ruspe che hanno “accerchiato la distesa di fatiscenti baracche costruite con teloni cerati e capanne”, nella quale “l’acre fetore del cibo in putrefazione e degli escrementi umani satura l’aria rendendola irrespirabile”.
Finora sono stati arrestati 238 migranti, quasi tutti provenienti da Iraq e Afghanistan – occupati dagli occidentali – e per metà bambini. Secondo le agenzie umanitarie, buona parte di loro sarà rispedita nei Paesi dai quali hanno fatto ingresso nell’Ue: tra questi la Grecia figura tra i primi posti. Il ministro francese degli Interni, Eric Besson, ha deciso la retata per “scopi umanitari”, descrivendo il campo profughi come la base del “traffico di esseri umani”. Sull’altra sponda della Manica, il ministro dell'Interno britannico Alan Johnson si è detto “rallegrato” dalla notizia. Le vittime del traffico di esseri umani invece la pensano diversamente: "Siamo assolutamente decisi a rifarci una vita in Inghilterra", ha detto un ventiduenne originario di Kabul.
Il leader della sinistra radicale che vuole stracciare i patti con la troika potrebbe vincere le elezioni del 17 giugno. Il suo tour delle capitali europee ha confermato la sua irresistibile ascesa.
Anche attingendo alla vastissima mitologia classica, è difficile trovare una metafora che spieghi la complessità della crisi greca. Quel che è certo è che gli economisti non sono déi.
Quest’anno il festival della canzone europea si svolge in Azerbaijan, non certo un modello di democrazia e diritti. Ma i soldi del petrolio bastano a tenere lontane le critiche.