L’Estonia, una ferita ancora aperta
A quindici anni dal naufragio del traghetto Estonia nel Mar Baltico, avvenuto il 28 settembre 1994, “non si conoscono ancora le vere cause della catastrofe”, scrive Postimees, che punta il dito contro la mancanza di volontà del governo svedese, che non ha condotto un’inchiesta approfondita sul relitto. "Ma non è tutto", aggiunge il quotidiano di Tallinn, perché "l’ombra di quel naufragio incombe sul trasporto marittimo estone". Dai tempi del naufragio, infatti, “la società estone ha voltato le spalle al mare”, commenta Mairold Vaik, un marinaio. "Benché in occasione di qualche particolare festività amiamo chiamarci 'popolo di marinai', di fatto non abbiamo un settore marittimo adeguato (…). I finanziamenti statali sono solo una minima parte di quelli destinati all’agricoltura". Di conseguenza, sottolinea Vaik, “le società marittime preferiscono navigare con bandiere straniere”.
Di fronte alla crisi e alla disoccupazione, i giovani lituani fanno come i loro antenati: emigrano. In decine di migliaia hanno già abbandonato il paese per stabilirsi in Gran Bretagna e Scandinavia.
La réunion de l’Eurogroupe n'a pas La riunione dell’Eurogruppo non ha messo fine all’incubo del debito greco. L’inefficienza di Atene pesa, ma i messaggi contraddittori e la mancanza di una strategia chiara da parte dell’Ue ha contribuito a rendere la matassa inestricabile.
A diciotto anni dal massacro di 800mila tutsi, nell'ex potenza coloniale la polemica sulle responsabilità di Parigi è ancora infuocata. E altre ombre, dall'Indocina all'Algeria, pesano sulle coscienze.