Prima ancora del trionfo di Fidesz alle elezioni legislative ungheresi dell'aprile scorso, la stampa europea aveva denunciato i toni populisti del suo leader Viktor Orbán. Da quando è arrivato al potere Orbán ha approfittato senza sosta degli ampi margini di manovra garantiti da una maggioranza di due terzi del parlamento.
Dopo aver solleticato il nazionalismo dei magiari urbi et orbi e messo (non senza difficoltà) il suo paese al riparo dalla tempesta finanziaria che scuote l'Europa, il premier ha cominciato a tassare le grandi imprese (di cui buona parte sono straniere) e ad accanirsi contro la stampa, che considera come una fastidiosa zanzara.
Orbán ha fatto adottare una legge che pone l'informazione sotto il controllo di Fidesz. Criticata in Ungheria e all'estero, la legge non avrebbe probabilmente attirato tanta attenzione se non fosse entrata in vigore lo stesso giorno in cui Budapest ha assunto la presidenza dell'Unione europea.
Il governo del paese è ora sotto i riflettori, ed era inevitabile che le derive populiste di Orbán finissero per suscitare reazioni anche tra i suoi omologhi, fino a quel punto abbastanza discreti. Alcuni governi, oltre all'Ocse e alla Commissione europea, hanno ricordato l'importanza della libertà di stampa e chiesto a Budapest di rivedere la sua "legge scellerata".
Se da un lato – e giustamente – il primo ministro ha denunciato l'ingerenza degli altri leader europei in un campo in cui hanno poco da insegnare, allo stesso tempo si è mostrato più aperto nei confronti delle richieste europee, e si è persino dichiarato pronto a rivedere la legge se gli altri paesi europei che sono nella stessa situazione faranno lo stesso.
Vista la tendenza generale, denunciata recentemente da Reporter senza frontiere, ci sono buone ragioni per credere che passata l'eccitazione iniziale questi ultimi preferiranno passare ad altri argomenti per non essere costretti a fare pulizia in casa propria. Peccato.
Il leader della sinistra radicale che vuole stracciare i patti con la troika potrebbe vincere le elezioni del 17 giugno. Il suo tour delle capitali europee ha confermato la sua irresistibile ascesa.
Anche attingendo alla vastissima mitologia classica, è difficile trovare una metafora che spieghi la complessità della crisi greca. Quel che è certo è che gli economisti non sono déi.
Quest’anno il festival della canzone europea si svolge in Azerbaijan, non certo un modello di democrazia e diritti. Ma i soldi del petrolio bastano a tenere lontane le critiche.