Mano alle penne, c'è da ritoccare il trattato di Lisbona. Nella notte tra il 28 e il 29 ottobre i Ventisette hanno deciso di procedere a "un cambiamento limitato" del testo per permettere la creazione del Fondo monetario europeo, sostenuto dalla Germania dopo la crisi greca della primavera scorsa. Un emendamento sarà presentato a dicembre in occasione del prossimo vertice dal presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy.
L'introduzione della sospensione del diritto di voto degli stati al Consiglio, chiesta da Berlino ma definita inaccettabile dal presidente della Commissione José Manuel Barroso, è stata invece rimandata a tempo indeterminato.
Osservatori e politici si preoccupano già delle conseguenze di questa iniziativa. Gli irlandesi, ai quali è stata forzata la mano per ratificare l'attuale trattato, vorranno votare di nuovo in un periodo in cui la crisi li ha resi ancora più diffidenti nei confronti di tutti i poteri? I cechi, il cui presidente Vacláv Klaus ha cercato di rinviare fino all'ultimo la ratifica del trattato di Lisbona, avranno voglia di ricominciare da capo? I francesi e gli olandesi, ai quali non è stato permesso di esprimersi sul testo che sostituiva la costituzione che avevano respinto, accetteranno che sia di nuovo rimaneggiato? Qualcuno potrebbe anche pensare di chiedere la stesura di un nuovo trattato.
I dirigenti europei hanno aperto un potenziale vaso di Pandora. Ma necessità fa virtù, e l'occasione di rendere permanenti i meccanismi di sostegno agli stati in difficoltà e alla zona euro non deve essere sprecata. La moneta unica è stata creata negli anni novanta senza prevedere le difficoltà economiche e di bilancio che l'Europa attraversa oggi. Il metodo comunitario, fatto di successi contingenti e pragmatici, ha chiaramente raggiunto i suoi limiti, ma di fronte all'emergenza e in mancanza di una revisione completa del progetto europeo e del suo funzionamento, oggi come oggi impensabile, rimane – parafrasando Churchill – la meno peggiore delle soluzioni. (traduzione di Andrea De Ritis)
Il leader della sinistra radicale che vuole stracciare i patti con la troika potrebbe vincere le elezioni del 17 giugno. Il suo tour delle capitali europee ha confermato la sua irresistibile ascesa.
Anche attingendo alla vastissima mitologia classica, è difficile trovare una metafora che spieghi la complessità della crisi greca. Quel che è certo è che gli economisti non sono déi.
Quest’anno il festival della canzone europea si svolge in Azerbaijan, non certo un modello di democrazia e diritti. Ma i soldi del petrolio bastano a tenere lontane le critiche.