Presseurop ha incontrato Antonio Tajani, vicepresidente della Commissione europea e commissario all'industria e all'impresa, durante il festival internazionale del giornalismo a Perugia.  

PE: In occasione delle rivolte popolari in Nordafrica l'Ue è stata molto discreta, quasi assente. Valeva la pena creare un Servizio europeo di azione esterna (Seae) e stanziare milioni di euro se nel momento in cui l'Europa doveva parlare con una sola voce il suo capo, Catherine Ashton, ha taciuto?

Antonio Tajani: Dire che Ashton si è vista poco non è corretto. Certo, si sarebbe dovuta vedere di più. Il Seae è ancora in fase di costruzione. Ashton si è recata nei paesi interessati dalle rivolte, e la Commissione è stata molto presente: [il presidente José Manuel] Barroso si è recato in Tunisia per affrontare la questione dell'emigrazione e i problemi concernenti il Maghreb e la Libia; il commissario [alla cooperazione internazionale, agli aiuti umanitari e alla gestione delle crisi Kristalina] Georgieva è stata in prima linea per quanto riguarda l'azione umanitaria; il commissario [agli affari interni Cecilia] Malmström si è recata anche lei in Tunisia per discutere i problemi legati ai flussi migratori, e io stesso sono stato in Algeria per parlare con i ministri dell'industria dell'Unione africana ed elaborare una strategia di sviluppo. La Commissione ha redatto un documento strategico sulla sua azione in Africa. Forse potevamo fare di più, ma è anche vero che siamo in piena fase di costruzione del Seae. Credo che lady Ashton abbia fatto quanto era in suo potere per dare all'Europa un ruolo il più rilevante possibile tenendo conto delle divisioni esistenti. Bisogna infatti ricordare che l'Europa e la Commissione, ma anche il Consiglio, il Parlamento e gli stati membri, presentano a volte divisioni al loro interno.  

Gli stati membri seguono i loro interessi. A che serve allora parlare di Europa se nel momento decisivo gli stati vanno ognuno per conto proprio? Ha ancora senso parlare di politica estera europea?

Bisogna costruirla, questa politica estera. Non si può passare dall'oggi al domani dalla politica estera nazionale a quella europea con un colpo di bacchetta magica. Si tratta di un cambiamento di strategia che prevede che gli stati membri, che hanno la loro diplomazia e i loro interessi, si abituino a sentirsi rappresentati da una sola voce diplomatica europea anche in politica estera. Allo stesso modo dovremmo avere una difesa comune, ne siamo tutti convinti. Ma anche per quello ci vorrà tempo. Le due politiche sono legate: l'intervento militare è uno degli strumenti della politica estera. Se confrontata a quella di dieci anni fa la politica estera dell'Ue ha fatto passi avanti.  

A proposito di difesa comune, pensa che l'atteggiamento degli stati membri sulla Libia, con Parigi e Londra che hanno deciso di intervenire militarmente mentre Berlino si è opposta, stia andando nella giusta direzione?

Quanto accaduto dimostra che una politica comune della difesa è necessaria, perché fino a quando non ne avremo una gli stati membri agiranno sulla base dei loro interessi, che non coincidono per forza con quelli dell'Europa, o sulla base di scelte che sono certamente legittime ma non sono sempre espressione dell'Unione. Nell'era della globalizzazione dobbiamo renderci conto che la competizione è su scala mondiale o dovremo accontentarci di essere relegati a un ruolo di secondo piano. L'Europa ha senso solo se ammettiamo che i cittadini hanno bisogno, in un mondo globalizzato, di risposte che gli stati membri non possono trovare da soli. Questo significa fare gli interessi dei cittadini.  

Appunto, i cittadini…. Recentemente il saggista e filosofo tedesco Hans Magnus Enzensberger ha pubblicato il saggio Bruxelles, il mostro mansueto, in cui rimprovera alle istituzioni europee di soffrire di un grave deficit democratico e di essere un Leviatano composto da persone non elette che decidono ciò che è giusto per i cittadini senza consultarli. Da commissario europeo percepisce questo deficit?

Parte dell'ambiguità risiede nelle parole: se i commissari europei si chiamassero semplicemente ministri e le direttive o le altre regole (anche a Bruxelles si fa fatica a distinguerle) si chiamassero leggi, il loro ruolo sarebbe più chiaro tra i cittadini. Certo, i commissari non sono eletti dal popolo, ma è anche vero che la loro nomina è sottoposta al voto del Parlamento europeo al termine di una audizione preliminare. Inoltre la Commissione deve ottenere la fiducia del Parlamento, e i commissari sono responsabili davanti all'assemblea. È vero che a volte la burocrazia europea scivola nell'eccesso, ma deve comunque restare lo strumento delle politiche al servizio dei cittadini, e non il contrario. Per questo motivo è necessario che i commissari possano fare politica.  

Con un Consiglio che sembra voler prendere in mano le decisioni e la strategia politica, c'è ancora spazio di manovra per la Commissione?

Si, ma non bisogna vedere le cose in termini di opposizione tra le istituzioni. La politica è anche dialogo: la Commissione propone al Consiglio, il presidente della Commissione difende le sue proposte davanti al Consiglio. Si discute, si cerca di convincere il Consiglio e alla fina la spunta chi ha più argomenti. Questo dipende anche dalla capacità e dalla forza di persuasione dei commissari. E la macchina decisionale europea è assolutamente unica al mondo.  

Si parla di una riforma del trattato di Lisbona per integrare il patto per la competitività approvato per affrontare la crisi del debito di molti paesi dell'eurozona. È all'esame una pausa nell'integrazione europea per "digerire" le nuove misure?

La crisi economica e finanziaria ci ha costretti ad adottare una serie di provvedimenti, e una modifica del trattato unicamente legata agli interventi in materia di politica economica e finanziaria non mi sembra impossibile.

Intervista realizzata da Gian Paolo Accardo e Gabriele Crescente