Patrocinato dalla rappresentanza in Italia della Commissione europea, il primo Premio per i giovani giornalisti è stato assegnato a Paolo Riva, dell'Università Luiss di Roma, nell'ambito del Festival internazionale di giornalismo di Perugia (13 al 17 aprile). Qui di seguito il suo articolo sui giovani afghani della stazione Ostiense di Roma. Seconde classificate ex aequo sono invece Elisabetta Terigi, della Scuola di Perugia, per "I giovani si costruiscono l’Europa",  e Giulia Serenelli, anche lei della Scuola di Perugia, per "Noi dell’est, cittadini di serie B".

 

Cosa c’entrano l'Afghanistan, Dublino e la stazione Ostiense di Roma? Se la prima risposta che vi passa per la mente è “assolutamente niente” allora provate a chiedere a Omaid e a Mansoor, a Karim e a Zaman. Li troverete lì, questi adolescenti che hanno dovuto crescere in fretta, accampati allo scalo capitolino, arrivati dal paese asiatico dopo un lungo viaggio e diretti quasi sempre più a nord. In balia di un regolamento europeo sulle domande di asilo -il numero 343 del 18 febbraio 2003, comunemente detto Dublino II- di cui sanno poco o nulla.

Il diciassettenne Omaid ha lasciato il suo villaggio nella provincia nord-orientale del Nuristan ormai parecchi mesi fa. “Lì ci sono i taliban. Tanti” spiega da sotto un piumone donato da qualche associazione, tremante per il vento tagliente, con la sciarpa e il cappuccio alzato, le scarpe tolte poco più in là. Ha lavorato anche per loro, dice, nei campi e in un forno. Poi, siccome è cristiano, sono iniziati i problemi. Suo cugino è stato decapitato, racconta facendo un gesto eloquente con la mano che passa sotto il suo collo, e, per la paura, lui e la sua famiglia hanno deciso di lasciare il paese.

Dopo aver dato ad un trafficante tre asini, la loro casa e del denaro -praticamente tutto quel che possedevano- sono scappati in Pakistan. Trascorso un periodo vicino a Peshawar, dove Omaid ha imparato quell'inglese elementare con cui ora si fa capire, avrebbero dovuto attraversare il confine e passare in Iran alla volta dell'Europa. Alla frontiera, però, attraversata clandestinamente senza documenti, Omaid è stato separato dai suoi genitori, con i quali ha perso i contatti quasi subito.

La sua odissea è continuata in solitaria e, dopo Turchia e Grecia, ora si è interrotta al binario 15 della stazione Ostiense, all'ombra dell'air terminal, una costruzione brutta e ormai fatiscente realizzata per i mondiali del 1990, quando lui non era ancora nemmeno nato. Vorrebbe arrivare in Germania e non ha i soldi per andare oltre, ma, come tanti altri giovani, non ha nessuna intenzione di fermarsi nel nostro paese.

“Solitamente vanno a nord, in Germania e Svezia, Norvegia e Gran Bretagna -spiega Nadio La Gamba, responsabile dei Centri di Prima Accoglienza Minori Caritas a Roma- perché considerano questi paesi migliori, più accoglienti. In parte è il passaparola a disegnarli così, in parte, qui in Italia, le difficoltà per i rifugiati sono oggettivamente maggiori. Soprattutto nel trovare casa e lavoro”.

E così, la maggior parte dei giovani afghani che arriva a Roma non fa richiesta d'asilo, si nasconde dalle autorità e sosta solo il tempo necessario per ripartire, in media un paio di settimane. Le dimensioni del fenomeno però sono allarmanti. Nonostante una leggera flessione nel numero di richieste d'asilo registrate negli ultimi mesi (dopo che nel biennio 2008-09 erano cresciute del 155 per cento rispetto al precedente), l'Onlus L'Albero della vita stima che i minori afghani in transito per la capitale siano circa mille all'anno.

Mille profughi adolescenti di cui ufficialmente nessuno ha il dovere di occuparsi (perché la presa in carica da parte dell'autorità pubblica avviene con l'identificazione), ma che vivono in stazione, o nei suoi dintorni, in condizioni estremamente precarie, a patire fame e freddo, a rischiare di violenze e abusi. E senza la consapevolezza dei loro diritti.

Omaid, per esempio, vorrebbe andare in Germania perché, dalle notizie confuse e frammentate in suo possesso, la sua famiglia sarebbe ad Amburgo, ma non ha assolutamente idea che il regolamento di Dublino II in questo caso potrebbe aiutarlo anziché essergli d'ostacolo. “Se il richiedente asilo è un minore non accompagnato -recita infatti l'articolo 6-, è competente per l'esame della domanda di asilo lo Stato membro nel quale si trova legalmente un suo familiare, purché ciò sia nel migliore interesse del minore”.

D'altro canto, il livello di scolarizzazione dei ragazzi è decisamente basso ed è comprensibile che, nel bel mezzo dell'adolescenza, questi teen agers facciano fatica ad orientarsi e a prendere decisioni cruciali per il loro futuro. Tendono a dare ascolto ai loro compagni di viaggio adulti oppure ai parenti già arrivati in Occidente, ma raramente hanno un'idea precisa di cosa li attenda e di cosa comporti fare una domanda di asilo in un'Europa che sognano molto, ma in realtà conoscono poco.

Mansoor, per esempio, del folto gruppo del binario 15, sembrava quello con le idee più chiare. Diceva, a differenza dei suoi compagni, di volere restare in Italia, di aver già effettuato il riconoscimento in questura e di voler andare dal cugino a Milano non appena gli fossero arrivati i documenti. Ne sembrava sinceramente convinto il sabato, salvo poi scoprire il mercoledì successivo, dai racconti degli altri ragazzi, che era partito alla volta della Francia. Non si è reso conto che, qualora avesse davvero completato la procedura che prevede impronte digitali e fotosegnalamento, la polizia transalpina lo potrà rispedire nel Bel Paese in qualsiasi momento.

Proprio come è successo a Zaman che, prima di venir ospitato nel centro in cui vive ora con un permesso di soggiorno valido cinque anni, ha toccato Milano e Venezia ed ha poi peregrinato per Francia, Germania e Austria dove aveva cominciato ad ambientarsi e a imparare il tedesco. E infatti, quando ricorda il momento in cui la polizia austriaca, dopo aver trovato sue tracce in Italia all'interno del database continentale dei richiedenti asilo, lo ha rispedito nel nostro paese, gli scappa uno “scheisse” (merda).

Per evitare queste situazioni, è decisiva l'opera di ascolto e informazione portata avanti dalle associazioni per la difesa dei minori della capitale. Save the Children, per esempio, ha un'unità di strada che esce la sera e un centro diurno molto frequentato dai ragazzi afghani, mentre L'Albero della vita Onlus, dall'aprile 2010, presidia la stazione con una roulotte. “Inizialmente aprivamo un paio di giorni a settimana -spiega la coordinatrice dei progetti d'emergenza Andreina Rossitto- poi siamo arrivati fino a sei perché c'era parecchio da fare. Oltre ad aver bisogno di cibo e coperte, i ragazzi non conoscono i loro diritti, le norme comunitarie, i servizi che possono venir offerti loro, quello che li aspetta in Italia o altrove. Sono disorientati e a rischio, non si possono lasciare in queste condizioni”.

Per questo L'Albero della vita, che cerca di fare rete anche con le altre realtà che in Europa si occupano di questa delicata materia, propone alle istituzioni capitoline una soluzione sull'esempio di Terre d'Asile. A Parigi, quest'associazione per la tutela dei rifugiati ha aperto un centro per minori non accompagnati, anche lì in prevalenza afghani, dove i ragazzi possono sostare per chiarirsi le idee senza dormire all'addiaccio. Aperto nel 2006, il centro è passato in breve tempo da dieci a 50 posti. I giovani profughi li possono occupare per alcuni giorni senza venire schedati e poi possono decidere se fare domanda d'asilo in Francia oppure proseguire per altre destinazioni.

“Potrebbe essere una soluzione anche per Roma, per uscire da questa che è una vera propria emergenza” continua Rossitto presentandomi Karim. Ha appena compiuto diciotto anni e quando è partito da Herat alla volta dell'El Dorado europeo voleva arrivare in Irlanda. “Non so perché -ammette candidamente-, ci volevo andare e basta”. Poi però, all'ennesimo tentativo di intrufolarsi sui traghetti in partenza da Patrasso alla volta di Bari, è giunto in Italia. Stufo di viaggiare dopo tanti mesi, ha trovato negli operatori dell'Albero della vita un riferimento e, complice il buon ricordo lasciato dai soldati italiani che operano nella sua regione, ha deciso di fermarsi qui. Ora studia con grande impegno la nostra lingua: “Vado a scuola tutti i giorni” ci tiene a precisare.

Una struttura sul modello di Terre d'Asile non solo toglierebbe dal gelido asfalto della pensilina i ragazzi, ma potrebbe servire a non fare di Karim un caso isolato. E, dando loro degli strumenti in più, ad evitare che i richiedenti asilo minorenni che arrivano in Europa vengano sballottati in giro per l'Unione come pacchi postali tra questure, centri d'accoglienza e stazioni. Così, mentre si attende che gli stati membri trovino un accordo su una proposta di modifica di Dublino II datata 2008, le speranze dei vari Omaid e Mansoor, Karim e Zaman sono riposte nell'accordo che Roma Capitale ha siglato ad inizio febbraio con ministero dell’Interno e prefettura. Secondo l’assessore alle politiche sociali Sveva Belviso, servirà per “dotare Roma di un nuovo welfare dei rifugiati” e il governo ha stanziato 10 milioni di euro. Chissà se arriveranno anche al binario 15.