Tedeschi o europei?
Da qualche tempo, all’incirca da un anno, su tutti i giornali europei si fa un gran parlare di Germania. Non che prima del più grande paese europeo si discutesse poco, anzi. Ma negli ultimi tempi le analisi, i commenti e i reportage si sono moltiplicati. E sono pure mutati di tono. Prima la fine della grande coalizione, poi la campagna elettorale, il voto di settembre, il ritorno dei liberali al governo dopo undici anni. E poi, soprattutto, la crisi: le polemiche francesi sul modello produttivo tedesco, tutto basato sulle esportazioni, e l’atteggiamento quantomeno esitante di Angela Merkel nel momento del salvataggio della Grecia.
La Germania è cambiata – si è scritto. Ha definitivamente superato i sensi di colpa che si trascinava dietro dalla guerra, non ha più paura a sventolare le bandiere quando la Mannschaft vince una partita di calcio, è diventata più multiculturale e forse ha anche imparato a divertirsi (lo racconta Marion Van Renterghem su Le Monde). È cambiato anche il suo rapporto con il resto del continente. La vocazione europeista dei tedeschi si è notevolmente indebolita dopo la crisi di Atene (Juan Gomez su El País), un’occasione che la cancelliera non ha saputo sfruttare per cucirsi addosso il ruolo di leader europea (sempre El País, questa volta Lluis Bassets).
Di recente anche altri capisaldi della politica postbellica tedesca sembrano scricchiolare, per esempio nelle questioni estere: la fiducia nel multilateralismo si è appannata e certe decisioni seguono sempre più logiche essenzialmente economiche, come ha dimostrato involontariamente il caso delle recenti dimissioni del presidente Horst Köhler, arrivate dopo alcune dichiarazioni forse improvvide ma tutt'altro che infondate (lo spiega bene su Prospect Hans Kundnani). Alcune certezze, in compenso, non cambiano mai: il rigore budgetario e l’importanza di avere conti pubblici e inflazione sotto controllo non sono in discussione.
Molte delle analisi che mi è capitato di leggere convergono su un punto: il paese si sta chiudendo sempre più su se stesso. Tuttavia c’è una cosa che, da osservatore esterno, mi sembra ancora più interessante: tutto questo interrogarsi sulla nuova identità della Germania, che coincide con il ventennale del crollo del muro, è una conferma ulteriore del fatto che il paese di Brandt, di Kohl, di Schroeder e oggi della Merkel è ancora saldamente il cuore pulsante del continente. O, almeno, è così che lo vedono gli altri europei. Sarebbe curioso sapere cosa ne pensano i lettori di Presseurop che la Germania la conoscono bene e che, magari, ci vivono. Tutte queste novità sono davvero evidenti? E che peso hanno nella vita quotidiana, nel rapporto tra cittadini e istituzioni? Aspettiamo pareri.
Andrea Pipino

