Ucraina e Russia hanno recentemente sottoscritto un accordo che in apparenza può sembrare solo un mucchio di dettagli tecnici e burocratici: Kiev ha rinnovato alla flotta russa del Mar Nero la concessione della base navale di Sebastopoli, in Crimea, e in cambio Mosca ha ridotto del 30 per cento il prezzo delle forniture di gas all'Ucraina. In realtà, l'accordo avrà pesanti ripercussioni sugli equilibri geostrategici continentali: oltre a permettere al Cremlino di mantenere l'accesso diretto al Mar Nero (la base di Sebastopoli è stata usata per appoggiare l'intervento in Ossezia del sud e Abkhazia nel 2008) e di conseguenza al Mediterraneo, esso seppellisce di fatto per altri 25 anni ogni ipotesi di ingresso dell'Ucraina nella Nato, ipotesi che Mosca vedeva come il fumo negli occhi. D'altra parte, risolve definitivamente i problemi energetici di Kiev e strappa un membro chiave al campo degli avversari del monopolio russo sul mercato europeo degli idrocarburi.

Nel complesso, la sintesi è semplice: Kiev si muove ulteriormente via dall'Europa e verso la sfera d'influenza russa. Si tratta del suggello a una tendenza già evidente da anni: dalla crisi del governo filoccidentale di Viktor Jushenko alla rivincita elettorale del suo avversario Janukovich. Ma Tony Barber del Financial Times ci vede anche una lezione di politica spicciola per Bruxelles: "Con l'Ucraina economicamente in ginocchio, la prospettiva di uno sconto sul gas era irresistibile. Mosca ha visto una possibilità e l'ha colta al volo. [...] L'Ue, invece, non ha mai fatto un'offerta concreta a Kiev, limitandosi a strombazzare iniziative come il Partenariato orientale. Ma per farsi prendere sul serio avrebbe bisogno di una mossa decisa: per esempio, fissare una data precisa per l'eliminazione del regime dei visti." In tempi di crisi, si sa, il valore delle chiacchiere contro i fatti tende allo zero. E la Russia ha ancora molto da offrire ai suoi vecchi satelliti.