La "serata europea" organizzata il 18 dicembre da Internazionale e dalla Provincia di Roma è stata l'occasione per ribadire nozioni che, per quanto ampiamente condivisibili e condivise, vengono regolarmente ignorate dal discorso mediatico. Intervistati dai corrispondenti di Tageszeitung, Libération e Time, l'ex premier e vicepresidente della Convenzione europea Giuliano Amato e il vicepresidente della Commissione europea Antonio Tajani hanno voluto soprattutto mettere in guardia dalle analisi di troppo breve respiro. Nonostante sia di moda lamentarsi del poco peso dell'Europa sulla scena internazionale, della divisione e dei protagonismi dei suoi governanti e del crescente pericolo dell'euroscetticismo e della xenofobia, non bisogna dimenticare che il fenomeno dell'Unione va misurato col metro della storia e non dell'attualità. Dopo secoli di divisioni il continente è riuscito a invertire la tendenza alla contrapposizione tra stati nazionali, e la ratifica del trattato di Lisbona segna un passo cruciale in questo senso. I due nuovi leader che il documento ha dato all'Ue, Herman Van Rompuy e Catherine Ashton, possono sembrare delle seconde scelte, ma nei prossimi mesi avranno modo di dimostrare il proprio valore.

Fin qui, tutti (o quasi) d'accordo. Ma ci sono almeno due questioni su cui le dichiarazioni di Tajani e Amato hanno assunto il valore della notizia, se non altro per la sostanza che aggiungono a voci che circolano da tempo. Una è l'allargamento dell'Unione europea, che molti danno per morto dopo il controverso ingresso dei paesi dell'Europa centro-orientale. Amato si è invece detto certo che continuerà fino a includere ben presto i Balcani occidentali, i cui popoli per Tajani sono "già europei". Se gli ostacoli all'adesione di altri candidati come Ucraina, Bielorussia e Turchia restano difficili da superare, dunque, almeno a Belgrado e dintorni gli ammiratori di Bruxelles sembrano avere motivo di ben sperare.

L'altra è la politica industriale Ue, che per i due oratori ha bisogno di più coordinamento. Nonostante la precisazione che non dobbiamo aspettarci un ritorno del protezionismo, il cui spettro era stato agitato da più parti all'inizio della crisi, il cambio di toni rispetto ai recenti fasti della competizione a ogni costo è evidente. Le voci di Tajani e Amato si aggiungono a un coro già affollato: proprio oggi, Giuseppe Berta sosteneva su La Stampa che di fronte alla recente svolta della globalizzazione, che sta "assegnando il ruolo di protagoniste ad aree del mondo diverse" dall'Occidente, l'Unione dovrà finalmente rassegnarsi a "metter in campo qualcosa di simile a una politica industriale". Ed era stato lo stesso presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, in un articolo ampiamente ripreso dalla stampa europea e non solo, ad ammettere che la crisi economica ha "esacerbato la percezione dei lati negativi della globalizzazione", e che di conseguenza "la nostra interdipendenza economica richiede un attento coordinamento". La lenta agonia del Wto, la mano tutt'altro che invisibile del mercato globale, del resto, è la prova che non si tratta più di una questione di opinioni. Dopo aver dimostrato a Copenaghen la sua incapacità di adattarsi al nuovo corso della diplomazia internazionale, l'Ue sarà in grado di fiutare il vento almeno in economia? Se la risposta è no, gli effetti si faranno sentire molto prima di quelli del riscaldamento globale.