Pur senza grandi entusiasmi, José Manuel Barroso è stato rieletto presidente della Commissione Europea con l'ampio margine di 382 voti contro 219. Adrian Hamilton sulle pagine dell’Independent afferma che un responsabile esecutivo meno incline alla burocrazia sarebbe stato più opportuno ora che l’Europa si trova ad affrontare problemi complessi come la recessione, il cambiamento climatico e la sicurezza energetica.

Non ha importanza quanti discorsi facciano i leader europei sulla democrazia: le scelte dell’Ue li contraddiranno sempre. Il voto di ieri del Parlamento Europeo per rieleggere presidente della Commissione per altri cinque anni José Manuel Barroso ne è un’eclatante dimostrazione.

Eccoci infatti all’indomani della rielezione di un uomo nel quale nessuno pare nutrire grandissima fiducia per la carica più importante dell’Ue in quello che quasi certamente è il periodo più critico per l’Europa, con tanto di recessione economica ancora in corso e tremende minacce quali il cambiamento del clima, la sicurezza energetica e le relazioni internazionali.

Nessuna alternativa

Quanto detto non deve risultare un’offesa diretta a Barroso, ex primo ministro di centrodestra del Portogallo che ha fatto del suo modesto meglio per aprirsi un varco nella tortuosa politica della nuova “Costituzione” e della sua bocciatura e mancata ratifica da parte dell’elettorato irlandese, francese e olandese.

La verità è che Barroso cinque anni fa fu scelto come presidente della Commissione perché le potenze europee non seppero accordarsi su nessuno degli altri candidati. Questa volta è stato rieletto perché le leadership non riescono ancora ad accordarsi su nient'altro (benché il presidente Sarkozy abbia esercitato notevoli pressioni per far eleggere un francese), mentre i partiti di centrosinistra del Parlamento non sono riusciti nemmeno a individuare un candidato convincente nel loro schieramento.

La colpa non è tutta dell’Europa. È sufficiente pensare alla cosiddetta “quangocrazia” (il potere dei quangos, organizzazioni paragovernative non elette dal popolo) britannica per rendersi conto che qualsiasi posizione che esige un consenso tenderà a essere occupata non dalla persona migliore, bensì dalla meno deleteria. Una congrega di 27 leader, ciascuno dei quali guarda all’Ue come a una sede nella quale farsi paladini dei propri candidati nazionali, non sceglierà mai un responsabile perfetto dell’intero apparatoburocratico, destinato inevitabilmente a ostacolarli e sfidarli.

Assurdità democratica

L’Ue, in ogni caso, consapevolmente o inconsapevolmente è diventata il luogo naturale dove mettere a punto una politica comune in tema di ripresa economica, ambiente, politica estera, difesa e sicurezza.

Rieleggere un capo esecutivo che non riesce a far compiere passi avanti a questa istituzione, quanto meno in termini di attuazione delle politiche concordate in queste aree, è una follia. Ma si potrebbe dire che una follia ancora maggiore è continuare a esercitare pressioni, come stanno facendo i leader dell’Ue, per un trattato costituzionale che è stato sonoramente bocciato dagli irlandesi con un referendum e che non suscita entusiasmi nei sondaggi.

Se questa è la spinta concertata verso il futuro che si vuole in Europa, allora meglio sarebbe se gli irlandesi bocciassero il trattato per la seconda volta. Questo, almeno, costringerebbe le autorità europee ad agire insieme e trovare una soluzione. In mancanza di ciò, si sta facendo ritorno ai tempi in cui le nomine, le politiche annacquate e l’assurda burocrazia erano frutto di intese di vario tipo dietro le quinte.

Come con la rielezione di Barroso, l’Ue probabilmente la spunterà anche con gli irlandesi, ma sarà una manovra molto deprimente, che non servirà a colmare il vuoto democratico che tradisce il progetto europeo. Un risultato che sarà accolto – non ultimo da Londra – non come un mezzo per rianimare l’Europa, ma al contrario per togliere l’Europa dall’agenda.