Le difficoltà dei paesi in crisi col debito non sono dovute solo alla finanza e alla cattiva gestione dei fondi pubblici, ma anche all'incapacità di produrre reddito. È il caso del Portogallo, il cui sistema di export non si è mai adattato all'euro.

"Potremmo chiamarla la parabola del turacciolo", scrive Stefano Cingolani su Il Foglio a proposito della crisi del Portogallo. Come quelle di Grecia e Irlanda, l'economia portoghese paga le conseguenze di un enorme indebitamento, sproporzionato alle sue piccole dimensioni. Ma il vero problema non è il debito, ma il fatto che non riescono a produrre abbastanza reddito da poter ripagarlo. E le ragioni sono strutturali.

Per anni il Portogallo ha contato sulle esportazioni di beni a basso valore aggiunto su cui aveva però un ampio vantaggio comparato, come i tappi di sughero presi a esempio da Cingolani. Ma quando è arrivato l'euro le cose sono cambiate. "Improvvisamente, il Portogallo si è trovato a vivere, produrre, vendere, esportare con una valuta forte, grosso modo come il marco. Non è una coincidenza che le cose siano andate davvero male dal 2001 in poi".

Non è solo colpa dell'euro, ma della classe politica che non ha saputo prevedere le sue conseguenze: "l’ingresso nella moneta unica avrebbe richiesto una profonda riconversione, un balzo competitivo basato sulla qualità non solo sul prezzo, insomma una riconversione dell’economia".