Le divisioni tra fiamminghi e valloni non minacciano solo l'integrità del paese, ma anche la stabilità e l'immagine dell'Ue. Oggi più che mai i due volti di Bruxelles hanno bisogno l'uno dell'altro.
Mentre fiamminghi e valloni parlano di istituire frontiere – se non muri – tra loro, e mentre alcuni gruppi etnici sono rispediti in aereo fuori dal territorio francese, che immagine dà l'Europa di sé stessa al mondo?
La crisi politica, identitaria e soprattutto morale che attraversa il Belgio è solo l'ennesima "vicenda belga", una tragicomica eccezione in fin dei conti secondaria, o invece è il riflesso di una crisi europea più generale e più grave, di cui il regno belga è solo l'espressione più estrema?
Negli Stati Uniti lo statuto particolare di Washington DC ha significato nel quadro del sistema federale americano. Ma Bruxelles potrà rimanere la capitale dell'Unione se non sarà più la capitale di uno stato membro dell'Unione?
In Italia si dice spesso che in 150 anni di storia la nazione italiana non è ancora riuscita a dotarsi di uno stato degno di questo nome. In Belgio assistiamo al fallimento dello stato creato nel 1830 per volontà di un'élite vallona e con il sostegno della Francia di Luigi Filippo, che non è riuscito a diventare una nazione, malgrado la stabilità della monarchia, dell'impero coloniale e del calcio.
"Fiamminghi e valloni si somigliano quanto eschimesi e musulmani". Quando si ascolta oggi alla televisione francese alcuni commenti radicali di fiamminghi e ormai anche di valloni sull'unità della nazione belga, ci si può solo chiedere che cosa è diventata l'identità europea, e che cosa si può ancora fare per salvare il Belgio.
Belgi e iracheni sono ormai da molti mesi accomunati dalla stessa incapacità di formare un governo di unità nazionale. La situazione è certo più disperata in Iraq a causa della violenza, ma è probabilmente ancora più grave in Belgio in termini di identità nazionale. La nazione è un referendum quotidiano, diceva Ernest Renan. E se giorno dopo giorno questo referendum è negativo, il divorzio diventa inevitabile.
Non è il caso di tornare sulle cause dell'attuale situazione. L'arroganza irresponsabile degli uni, l'umiliazione degli altri, il rovesciamento dei complessi di superiorità e di inferiorità tra le due comunità, la complessità della questione di Bruxelles, il "tradimento" di uomini politici che non hanno dimostrato un adeguato senso dello stato non possono "ridare vita" alla nazione. E se i suoi abitanti non si definiscono più belgi, il Belgio è morto.
Effetto domino
Crisi belga e crisi europea si rafforzano a vicenda in una dialettica negativa che porta allo stallo. In realtà l'Europa ha tanto bisogno del Belgio quanto quest'ultimo ha bisogno dell'Europa. Ci si può chiedere se è la depressione europea a estendersi al Belgio o l'implosione del Belgio a minacciare l'Unione europea. L'eventuale creazione di una repubblica fiamminga e di una vallona rappresenterebbero un forte incoraggiamento per la Catalogna e per la Scozia.
Un universo mentale e politico si traduce anche sul piano architettonico. Il grande architetto francese Christian de Portzamparc è stato incaricato di ricreare intorno alla rue de la Loi a Bruxelles un nuovo quartiere che esprima la fiducia e la speranza dell'Europa nel suo futuro e nelle sue istituzioni. Oggi questa missione sembra diventata impossibile. Ogni paese esercita pressioni per avere il suo quartiere e la sua architettura. Non è l'Europa che si proietta nel futuro con un progetto ambizioso e unitario, sono le nazioni europee che celebrano il loro passato in una metropoli che si chiede se ha ancora un futuro.
Il rischio è creare una nuova torre di Babele. In termini di immagine e realtà, la rassegnazione del Belgio al divorzio è disastrosa per l'Unione. L'Europa indebolita di oggi non può bastare a ridare ai belgi la voglia e la gioia di vivere insieme. Ma fiamminghi e valloni, indipendentemente dal loro destino futuro, devono rimanere europei, cioè cittadini aperti e rispettosi degli altri. Se esistono ancora dei belgi, devono far sentire rapidamente la loro voce, per il Belgio e per l'Europa. (traduzione di Andrea De Ritis)