cultura e idee

L'umorismo in Europa (8/10): Surrealismo e “zwanze”, la ricetta belga

29 agosto 2012
Le Monde Parigi

Diretto nelle Fiandre e allusivo in Vallonia, l’umorismo belga riflette la complessità e le sfaccettature del paese. Ma ciò che prevale su tutto è un sano miscuglio di autoironia, di modestia e di scherno.

Ci sono molte forme di umorismo in Belgio, così come sopravvive un dubbio sull’identità del paese. Perciò da queste parti è meglio non parlare di humour “belga”.

Prima di tutto bisogna dire che in questa terra c’è un umorismo involontario che pervade il quotidiano: una trasmissione può annunciare in prima serata la sparizione del paese (“Bye Bye Belgium” della Rtbf, nel 2006), e un primo ministro può intonare la Marsigliese quando gli viene chiesto di cantare l’inno nazionale (Yves Leterme, nel 2007). Nel 2010 la regina Fabiola, minacciata di morte da un balestriere (!?) si è messa una mela verde sul cappello in occasione della festa nazionale. 

Poi c’è anche un umorismo volontario, con una corrente fiamminga e una vallone. Lo spirito fiammingo è più diretto, più “spinto”, con duelli a colpi di peti e attacchi frontali alla religione o alla monarchia. Quello vallone è adepto del sinonimo e della circonvoluzione, spesso bonaccione, segnato dall’autoironia (componente essenziale della “beglitudine”), e, come dice l’umorista Bruno Coppens, riflette prima di tutto una mancanza di fierezza collettiva.

Francofono e nato da madre fiamminga, Coppens gioca sulle parole e la loro sonorità, ed è convinto di aver tratto il suo ingegno verbale dal rapporto complicato con le sue origini. Quanto a definire un umorismo del Belgio, non crede sia facile, ma evoca “l’assurdo, lo straniamento, il naturale, l’influenza di Tati e dello humour… inglese”.

Alain Berenboom, avvocato e romanziere – autore di La Recette du pigeon à l'italienne [La ricetta del piccione all’italiana] – giornalista e specialista di Tintin, è convinto che ci sia un parallelo tra gli umorismi “belgi” e quelli “ebraici”. “Nati e cresciuti tra persone che si sentono oppresse ma reagiscono prendendosi in giro e non versando il sangue”. Secondo Berenboom – e altri – questo paese che letteralmente non si tiene più assieme ha ancora due elementi unificatori: “Il re Alberto e la ‘zwanze’”. 

La seconda è una nozione difficile da definire, perché unisce lo scherno alla modestia e alla circospezione nei confronti del potere. Da qui una presa di distanza perenne, un’incredulità davanti all’autorità e una indulgenza perfino colpevole verso i propri errori. “La zwanze è un po’ come la gueuze e granatina”, prosegue Berenboom, “un misto di birra amara e sciroppo dolce, prodotti incompatibili a priori ma che in Belgio si sposano per creare una bevanda che si chiama Morte immediata, e uccide solo gli stizzosi”. 

Se i belgi covano rancore verso i francesi – o piuttosto contro Coluche – e le loro “barzellette belghe”, è perché sono convinti che nessuno possa eguagliarli in materia di humour distruttore. Gli attori François Damiens e Benoit Poelvoorde incarnano al meglio questa derisione brutale, non formattata, a volte mal interpretata dai vicini. Per loro è comunque divertente essere classificati come Wc (Wallons connus), termine usato per distinguere i divi del sud da quelli del nord, i Bv (Bekende Vlamingen). 

Una barzelletta “belga” prima di chiudere? “Quante posizioni ci sono nel Kamasutra vallone?” “Due: on e off”. Firmato Raoul Reyers, della Rtbf. 

Gli episodi precedenti: 

La satira tedesca, una tradizione ben organizzata 

L’autoderisione italiana, uno sport nazionale 

La telenovela svedese che attacca la classe media

Torrente, il peggio della Spagna

La comicità romena, una forma di rivolta politica 

Lo humour britannico, una faccenda molto seria

L’arte della caricatura e l’audacia islandese

Traduzione di Andrea Sparacino