A sessant'anni dalla dichiarazione Schuman, che segnò l'inizio del progetto europeo, la crisi dell'Eurozona scuote le fondamenta dell'Unione. Per uscire dall'impasse i Ventisette devono imparare a trarre forza dalle proprie differenze.
Lo scorso dicembre è entrato in vigore il trattato di Lisbona. Ci sono voluti quasi dieci anni perché la modifica dello statuto dell'Europa unita diventasse realtà. Alla fine del lunghissimo negoziato i protagonisti, esausti, erano convinti che non ci sarebbe stato bisogno di una nuova riforma, almeno nei prossimi anni. Oggi però, soprattutto tenendo conto della crisi greca, non è escluso che si debba intervenire su alcuni articoli, per esempio quelli relativi alle finanze pubbliche e al budget.
Uno scenario futuro in cui l'Unione si veda costretta a modificare il trattato per punire gli stati insolventi, privandoli del diritto di voto o addirittura escludendoli dall'eurozona, appare a ogni modo poco probabile. Tuttavia c'è da dire che pochi in Europa si sarebbero immaginati di dover rimettere mano alla costituzione comune così presto. Al contrario, la speranza era che proprio grazie al trattato di Lisbona l'Unione europea avrebbe finalmente intrapreso la via del consolidamento interno e del rafforzamento sulla scena internazionale. Forse le speranze iniziali sono state un po' troppo dettate dall'entusiasmo. Forse erano addirittura irrealizzabili.
La crisi finanziaria e del debito a questo punto è più o meno superata. Il dibattito si è spostato sui pericoli del tracollo della Grecia per gli altri paesi dell'eurozona. I cittadini e i politici d'Europa sono preoccupati per la stabilità della moneta unica e la solidità dell'unione monetaria. La solerzia mostrata nei giorni scorsi dai leader politici nel tentativo di evitare il collasso dello stato greco è indice di disillusione, se non proprio di panico. Non si tratta più soltanto della Grecia. Quella in corso è una vera e propria operazione di salvataggio dell'euro.
L'unificazione è irreversibile?
Viene da chiedersi come sia possibile che la stabilità della moneta unica sia seriamente minacciata dai possibili sviluppi della crisi in Grecia, uno stato che rappresenta una parte minima dell'economia complessiva dell'Europa. Fino a qualche mese fa nessuno si sarebbe mai immaginato di doversi porre il problema.
L'unione monetaria, questa presunta comunione dei destini, è veramente irreversibile come credevano i padri fondatori? L'Europa si è davvero incamminata verso l'inesorabile omologazione dei i popoli che la abitano? È veramente questo che vogliono i cittadini del continente? Stando alle reazioni dell'opinione pubblica rispetto alla crisi greca è lecito avere più di un dubbio. Nei tempi bui, infatti, molte certezze vengono per forza di cose messe in discussione.
Di recente più di un alto responsabile Ue si è lamentato di un sentimento di "rinazionalizzazione", diffuso tra gli stati membri e incanalato in una sorta di sospetto generale nei confronti di Berlino. Nel momento in cui la Germania dovesse perdere la fiducia nella moneta unica, crollerà anche l'entusiasmo verso l'Europa unita. L'idea che le casse di Berlino servano da fondo comune per le emergenze di tutti sta creando non pochi problemi. C'è chi sostiene che i tedeschi sfruttino in realtà la situazione per fare i propri interessi, e ciò non fa che aumentare il malcontento popolare. Intanto si continua a invitare la Germania a essere più solidale con i paesi in difficoltà. I tedeschi però pensano di essere già stati fin troppo solidali rinunciando al marco, e accusano i greci di aver "barato" per entrare nell'euro.
Non omologare tutto
Sarebbe assurdo cominciare già a intonare il canto d'addio all'Europa unita, dimenticando tutti gli sforzi fatti per costruirla. L'idea dell'Unione non è ancora tramontata. Tuttavia è sicuramente arrivato il momento di abbandonare gli stereotipi che hanno segnato gli ultimi anni di "convivenza" e ammettere onestamente un paio di verità innegabili.
Primo: a più di vent'anni di distanza dalla caduta del muro, l'unificazione europea ha perso la forza propulsiva di un tempo. Secondo: l'idea che l'unità serva a resistere al mercato globalizzato tocca i cuori della gente molto meno dell'obiettivo originale dell'Unione europea, ossia la vittoria della pace sulle pericolose tensioni del novecento. Il ricordo della tragedia delle guerre tra gli stati europei si affievolisce sempre di più.
La strada da intraprendere è una sola: bisogna proteggere i frutti di tanti sforzi, euro compreso. Questo però non vuol dire minimizzare le contraddizioni e le differenze esistenti in campo culturale, politico ed economico. Il diverso approccio dei governi in materia fiscale, ad esempio, non può essere ignorato. Più in generale, bisogna accettare l'idea che non è necessario omologare ogni cosa. La diversità dell'Europa è alla base del suo fascino. Pur essendo una debolezza da alcuni punti di vista, è un tratto caratteristico del vecchio continente. L'Europa è, semplicemente, l'Europa. (as)
