I negoziati tra Atene, l’Ue e il Fondo monetario internazionale sono partiti. I greci temono le rigide condizioni che l'Fmi imporrà per il salvataggio delle finanze del paese.
Il 21 aprile 1967 i colonnelli rovesciavano la repubblica ellenica e sprofondavano il paese nelle tenebre in cui sarebbe rimasto per sette anni. Questo triste anniversario ricorre nel giorno stesso in cui hanno inizio gli storici negoziati con la commissione del Fondo monetario internazionale incaricata di risolvere i gravi problemi della Grecia. All’epoca i colonnelli si presentarono in carro armato come “i salvatori della nazione". Gli odierni “salvatori” indossano l’abito grigio dell’istituto di Chicago e arrivano a imporre le loro condizioni, ad abolire la sovranità nazionale e l’autorità politica greca e, di conseguenza, quella di tutta la popolazione. Sembra un'esagerazione, ma non vi è altro tipo di paragone possibile. Tra qualche anno tutti ricorderanno questa data come un giorno di lutto nazionale.
Gran parte dei negoziati è stata dedicata alla politica economica. Tutto lascia pensare che la parte greca abbia già vinto: è infatti sottoposta a pressioni soffocanti, con le spalle al muro e senza possibilità di opporre resistenza. La sua credibilità è intaccata e lo sarà ancor più nei giorni a venire, quando le autorità annunceranno che il deficit del 2009 ha raggiunto il 13,5 per cento del Pil. A quel punto il loro potere negoziale sarà quasi zero.
Di fronte a sé la Grecia ha i dragoni del neoliberismo. Gente cresciuta negli anni dell’euforia e della potenza dei mercati, che non dimostra alcun senso della realtà, della vita e dei bisogni sociali e che esige che il ministro delle finanze Georges Papaconstantinou smuova cieli e terra. Imporranno condizioni durissime, dall’abolizione delle convenzioni collettive all'eliminazione dei limiti ai licenziamenti, passando per la drastica riduzione del numero dei funzionari, l’apertura di tutti i mercati e una radicale riforma dello stato sociale. E dato che la congiuntura non permette alcuna resistenza, il risultato dei negoziati sarà invalidato e le condizioni imposte potrebbero provocare una rottura del rapporto tra la politica e la popolazione. Tutto ciò è deplorevole, e c'è da chiedersi com'è possibile che dai giorni di speranza seguiti alla fine della dittatura abbiamo potuto arrivare a questo triste destino. (ab)
