Romania: Una pagina difficile da voltare
4 dicembre 2009
Libération
Parigi
Una valigia gigante a Bucarest per l'inaugurazione della prima boutique Louis Vuitton in Romania. (AFP)
Il 6 dicembre i romeni eleggeranno il loro presidente, al termine di una campagna elettorale dominata da due questioni fondamentali: la corruzione e l'eredità del comunismo. Secondo Julia Kristeva solo la cultura continua a legare il paese all'Europa.
Venti anni fa, poco prima della caduta del muro di Berlino, mio padre fu assassinato in un ospedale bulgaro che praticava strani esperimenti sugli anziani. Quasi fosse una forma di lutto, mi appassionai a un giallo metafisico che mi avvinse, Le Vieil homme et les Loups (Fayard, 1990) – la storia di un uomo anziano ucciso perché vede la gente intorno a sé trasformarsi in lupi – e a un testo intitolato Bulgarie, ma souffrance, riflessione sulla tradizione culturale, in particolare la religione, che sonnecchia al fondo di quello strano “deterioramento dell’integrità politica” che l’ong Transparency International ha riscontrato in Romania e in Bulgaria. L’attualità politica, insieme alla profonda crisi economica, sociale e politica, mi ci ha dunque ricondotto. Se sottolineo qui la situazione della Romania è perché ho ben presente gli sviluppi simili di questi due paesi vicini, che pongono una domanda spesso ignorata: ci troviamo alla periferia dell’Europa o al suo centro?
La transizione dal comunismo all’Ue è avvenuta senza che l’apparato statale fosse sostituito né veramente rinnovato. I media locali analizzano spesso la genesi del fenomeno che ha fatto della Romania e della Bulgaria i paesi più corrotti dell’Ue. All’“alta corruzione” dei dirigenti, che ha trasformato gli ex quadri comunisti in un’oligarchia neocapitalista, si aggiunge la “corruzione quotidiana”, relazioni personali, incontri dietro le quinte, strategie varie per complottare e appropriarsi dei soldi pubblici e così via. Dal 2002 il Greco (Gruppo di stati contro la corruzione) legato al Consiglio d’Europa suona l’allarme, ma l’Olaf – l'organo antifrode dell’Ue – non dispone né di mezzi né di competenze sufficienti per trattare i diversi casi di corruzione in seno agli stati membri. L’inefficacia di questi meccanismi di cooperazione e verifica discredita l’Europa stessa. Bruxelles ha ridotto di 220 milioni di euro i sussidi destinati ai progetti agricoli e alle infrastrutture dei trasporti bulgari e ha congelato 600 milioni di euro in attesa di provvedimenti governativi contro la corruzione. La Romania subisce le critiche dell’Ue, ma non le sanzioni. Paura, vigliaccheria, loschi compromessi sotto il comunismo di Ceausescu: la corruzione prosegue col suo corteo di scandali tragicomici in un paesaggio di transizione complessa nel quale il nazionalismo, la xenofobia e il populismo si accompagnano al risveglio sindacale e alla miseria delle campagne, e alla sempre ineludibile “questione rom”. I rom… in parte ladri e in parte delinquenti? O al contrario cittadini europei per eccellenza perché in grado di spostarsi, di circolare da un paese all’altro, da proteggere dal punto di vista dei diritti umani, ma anche da includere nella scena politica? Che paradosso: un rom è un romeno? Un europeo? O un Uomo universale ? Ma allora, la povera Romania è al cuore o alla periferia dell’Europa ? "Occorre governare con la mitraglietta" ripete Corneliu Vadim Tudor, ex cantore di Ceausescu ora “illuminato da dio per salvare la nazione”, che insieme al bulgaro Volen Siderov rappresenta il grosso del gruppo europeo “Identità, tradizione, sovranità”. Melange rosso-marrone, che sposa l’ultranazionalismo di estrema destra alla nostalgia comunista di uno stato protettore: combattono sia i media politici sia le “minoranze privilegiate” (ungheresi in Romania, turchi in Bulgaria). “Democrazia kafkiana”, “Strano miscuglio di prese in giro e bizantinismi”: Norman Manea, scrittore ebreo romeno, abita a New York. Sollecitati a trovare rimedi giuridici e sociali, dimentichiamo le nostre risorse culturali. Tanto più che se si rende necessaria una transvalutazione delle tradizioni religiose, che intrecci la diversità culturale europea, questa prova si scontra qui con un attore la cui importanza è costantemente sottovalutata dall’Europa laica e secolarizzata: la Chiesa ortodossa. Insieme a uno stato che paga il clero, a una classe politica che si mostra compiacente con l’ortodossia che conquista la gente, la chiesa confessa di aver collaborato con la Securitate e continua ad aver voce nell’azione dello stato. Si è ben lontani, insomma, da una vita spirituale orientata verso una presa di coscienza civile e di integrità pubblica. La cultura europea esiste? La mia risposta è sì. Sì, perché ha dimostrato di essere capace di invertire la propria direzione, di tornare sui propri ostacoli ed errori, ed è portatrice di questa identità polifonica, evolutiva, innovatrice, unico antidoto all’automatizzazione della specie. Dall’Atlantico al Mar Nero, da Ovidio a Ceausescu, dalla Securitate al premio Nobel di Herta Müller.