società Questioni etiche

Geopolitica: Il nuovo ordine suona familiare

20 ottobre 2009
The Independent Londra

Barack Obama, Nicolas Sarkozy e Gordon Brown al G20 di Pittsburgh. (AFP)

Barack Obama, Nicolas Sarkozy e Gordon Brown al G20 di Pittsburgh. (AFP)

Gli Stati Uniti sono sempre più distanti dall'Europa e l'influenza russa è velleitaria. Mary Dejevsky, ex corrispondente del quotidiano britannico da Washington e Mosca, si chiede se in quest'era di nuovi equilibri il continente non stia invece tornando al passato.

Vent’anni fa le rivoluzioni democratiche in Europa centro-orientale produssero il primo ritiro di una grande potenza dal continente dai tempi della fine della Seconda guerra mondiale. Centinaia di migliaia di soldati russi tolsero le tende per tornare a casa, per essere seguiti da molti altri commilitoni dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Anche se ancora aleggia una certa nostalgia imperiale, il Cremlino ha dovuto adattarsi alla nuova realtà. La sua sfera di influenza, dubbia e compromessa, è soltanto un’ombra di ciò che fu in passato.

La ritirata americana

Questo è un capitolo chiuso. Ma adesso – mi chiedo – non stiamo forse assistendo alla seconda parte del ritiro post Guerra Fredda dall’Europa dell’altra grande potenza vincitrice, gli Stati Uniti? Naturalmente il ritiro americano è meno militare e imperiale di quello della Russia – la stragrande maggioranza dei soldati statunitensi è stata assegnata altrove nel corso di questi anni – e non è stato imposto. Dipende piuttosto da una mancanza di interesse. L’America di Barack Obama ha altra carne al fuoco. È possibile che l’era europea di Washington sia giunta a conclusione? E se è così, che cosa potrebbe implicare?

Mi pongo questi interrogativi dopo aver trascorso una settimana a Istanbul per l’annuale conferenza del Bosforo, organizzata dal British Council, dalla Commissione Europea e dall’istituto di politica estera della Turchia (Tesev). Per ciò che concerne l’Ue, questo meeting è stato l’occasione giusta per valutare le nostre tormentate relazioni con la Turchia. Da parte turca, è stata l’occasione giusta per dare libero sfogo alle frustrazioni per gli ostacoli che Bruxelles frappone al suo cammino.

La Turchia si guarda attorno

Rispetto alla Conferenza del 2007, l’ultima alla quale ho partecipato, però, ho notato due cambiamenti molto significativi. Il primo è il rinnovato interesse della Turchia per il mondo esterno, e non solo per la nostra Europa. L’altro è stato l’assenza di un qualsiasi riferimento agli Stati Uniti. Gli Stati Uniti – alcuni dei cui leader hanno irritato Bruxelles esercitando pressioni sull’adesione della Turchia alla Ue – molto semplicemente non sono  stati trattati come protagonisti da nessuna delle parti coinvolte, quanto meno in questa occasione. Una spiegazione in proposito offerta da un delegato turco è che il sostegno degli Usa è diventato alla lunga controproducente per il suo paese. Se la Turchia vuole aderire all’Ue dovrà farcela da sola.

Anche gli europei – perfino i nuovi membri, che sono entusiastici alleati di Washington – hanno evitato di fare riferimenti agli Stati Uniti, senza mai citare né l’America né il presidente Obama. Questo indica che la questione dell’adesione della Turchia all’Ue ormai riguarda solo le due parti in causa (come avrebbe dovuto essere sin dall’inizio). Ciò è pienamente in linea con la dottrina di Obama, in virtù della quale devono essere  i singoli paesi a decidere il loro sistema di governo e a regolare le dispute tra di loro.

La Turchia guarda a est

Ed è proprio in questo contesto che entra in gioco il nuovo approccio della Turchia alla politica estera. Due anni fa, l’Ue si chiedeva preoccupata se il  neoeletto governo dell’Akp non avrebbe abbandonato il tradizionale laicismo turco. I politici turchi di ogni orientamento politico erano preoccupati per la Costituzione. Adesso che il governo dell’Akp si è insediato, ha scelto sì di muoversi in una direzione nuova, ma non in quella che molti paventavano.

Oggi la Turchia guarda all’esterno, verso i paesi più vicini e la regione che la circonda. Soltanto il mese scorso i primi ministri di Turchia e Armenia si sono seduti cordialmente a un tavolo per assistere a una partita di calcio in Turchia, e i due paesi hanno firmato – dopo  molte reciproche lusinghe – un accordo per aprire le rispettive frontiere. Turchia e Siria stanno per abolire il regime dei visti e dovrebbero presto riprendere anche i colloqui su Cipro. Nel frattempo, le relazioni con Israele sono arrivate a una svolta alquanto negativa, e la Turchia si è allineata con i più agguerriti critici dell’invasione di Gaza.

Nuovo millennio, vecchi equilibri

Tutto ciò può essere considerato uno sforzo di darsi una nuova immagine prima di fare un’ultima richiesta e giocarsi il tutto per tutto per entrare nell’Ue. Ma può anche dimostrare un interesse per la leadership nella regione, nel momento i cui la Turchia si chiede se per i suoi interessi nazionali sia meglio supplicare l'adesione all’Ue oppure proporsi come una potenza regionale. Con i mutamenti in corso in Medio Oriente, nel Caucaso e in Asia centrale, il terreno di gioco è estremamente vasto.

C'è qualcosa di familiare, non è vero? Non vi sembra che l'area descritta assomigli, per forma ed estensione, al tardo impero ottomano? Nel momento in cui gli Stati Uniti si lasciano alle spalle l’Europa, invece che all'affermazione di un nuovo ordine potremmo assistere alla ricostituzione di qualche vecchia alleanza? Se così fosse, la priorità per i governi d'Europa dovrebbe essere quella di guardare in faccia alla nuova realtà. E, in seconda battuta, occuparsi dei suoi fluttuanti confini con maggiore attenzione, e possibilmente in modo più creativo e pacifico.