Feed Resto d'Europa Blog

  • Intervista (2/2) Martin Schulz: “I leader europei sono in ritardo di due anni”

    26 luglio 2012

    Secondo Martin Shultz l’euro può ancora essere salvato, ma per farlo i capi di stato e di governo europei dovrebbero sforzarsi di oltrepassare i meccanismi e gli interessi politici personali e concedere una possibilità al Parlamento. Nell’intervista concessa a Presseurop (qui potete leggere la prima parte), il presidente del Parlamento europeo delinea l’immagine del Parlamento che vorrebbe creare: un contro-potere che rappresenti il popolo davanti al Consiglio europeo e alla Commissione.

    D: Signor presidente, la crisi dell’euro sta attraversando la sua terza estate. Crede che la moneta unica possa ancora essere salvata?

    Sì, penso che l’euro possa ancora essere salvato. Dipenderà dalla volontà di ciascuno di sposare un durevole modello di gestione dell’eurozona. In occasione dell’ultimo vertice [il Consiglio europeo del 28 e 29 giugno] ci siamo messi d’accordo nel corso di una riunione notturna, ma l’indomani due governi hanno dichiarato: “Non è questo che vogliamo dire”. Questi incidenti sono disastrosi. Facciamo parte di una zona economica forte, con una moneta forte e 17 governi diversi. Così non si può andare avanti.

    D: La crisi dell’euro è stata al centro di 25 vertici e innumerevoli “decisioni storiche” che di storico hanno soltanto il nome. La situazione attuale alimenta la collera dei cittadini, stufi di vedere i governi europei ostinarsi nell’attuale status quo. Cosa vuole dire ai cittadini europei per convincerli a credere ancora nell’Europa?

    Cerco di rivolgermi ai cittadini e alle cittadine d’Europa con messaggi positivi. Dico loro che se vogliamo, se lavoriamo insieme, possiamo essere molto forti. Se invece non vorremo agire insieme, se ci divideremo in unità indipendenti con la Germania come stato più grande e Malta il più piccolo, diventeremo il giocattolo degli interessi delle altre regioni del pianeta.

    Parliamo spesso di paesi “in ascesa” come il Brasile, il Sudafrica, l’India, la Cina… Spero per gli europei che presto non si parli di paesi “in discesa”. Per impedirlo abbiamo bisogno di un’Europa forte e unita.

    Il problema non sono le istituzioni ma la reticenza a unirsi dei capi di governo, quelli dell’eurozona ma anche quelli degli altri stati dell’Unione. Questa reticenza è dovuta al fossato ideologico che esiste all’interno del Consiglio. Da un lato c’è l’approccio della Germania ma anche dei Paesi Bassi, della Finlandia e di altri paesi, ovvero ”Non abbiamo intenzione di pagare per loro”, mentre dall’altro c’è l’idea che soltanto una condivisione del debito può essere la soluzione ai nostri problemi, sostenuta da paesi che esagerano nell’altro senso… Se non riusciremo a costruire un ponte tra queste due posizioni e trovare un compromesso solido ci aspettano tempi difficili. È questo che vorrei dire agli elettori e alle elettrici. 

    D: Volete fare del Parlamento europeo un’istituzione capace di tener testa al Consiglio dei capi di stato e di governo. Cosa migliorerebbe per l’Europa se a guidarla fosse il Parlamento? 

    Noi lavoriamo con maggioranze chiare. Voglio portare tre esempi. Due anni fa il Parlamento ha chiesto e presentato un patto per l’investimento corrispondente all’1 per cento del pil dell’eurozona, ma la proposta è stata rifiutata [dal Consiglio]. L’anno scorso il Parlamento ha approvato la tassa sulle transazioni finanziarie con 570 voti favorevoli, una maggioranza che non avevo mai visto e che trascendeva l’appartenenza ai gruppi politici. Infine due anni fa il Parlamento ha chiesto con una maggioranza schiacciante la creazione di un’unione bancaria. Ancora una volta la proposta è stata rifiutata.

    Oggi, con un ritardo di 24 mesi, il Consiglio europeo ha deciso di realizzare l’unione bancaria, una tassa sulle transazioni finanziarie e un patto per la crescita finanziato con l’1 per cento del pil. E vogliono anche che li ringraziamo. Sono proposte che il Parlamento europeo ha avanzato tanto tempo fa e che i capi di stato e di governo hanno rifiutato con arroganza. E così abbiamo perduto due anni. In sintesi: il Parlamento europeo agisce mentre i capi di governo, sfortunatamente, non lo fanno.

    D: Nessuno si interessa [dei lavori del Parlamento], come dimostra ogni 5 anni l’astensione massiccia alle elezioni europee. Cosa propone per fare in modo che questo appuntamento non sia più soltanto un’occasione per gli elettori di insorgere contro i loro governi nazionali?

    Nelle prossime lezioni per la prima volta ci saranno candidati che faranno campagna in tutta Europa presentando la propria linea politica. Per la presidenza della Commissione ci sarà un candidato per i socialisti, uno per i conservatori, uno per i liberal-democratici, uno per i Verdi e così via.

    Tutto questo darà luogo a campagne elettorali che opporranno programmi e individui. E finalmente al centro di tutto non ci saranno più i governi nazionali, ma si tratterà di capire se a governare l’Europa sarà la sinistra o la destra.

  • Intervista (1/2) Martin Schulz: “Il Parlamento europeo è il luogo della democrazia”

    20 luglio 2012

    Martin Schulz non risparmia le parole. Nell’intervista concessa a Presseurop in occasione della sua visita ufficiale a Parigi, il presidente del Parlamento europeo ha spiegato che l’istituzione di cui è a capo deve ancora battersi per sopravvivere nel paesaggio comunitario: contro i mercati che vogliono imporre il loro ritmo alla democrazia; contro la mancanza di visibilità del lavoro svolto dagli eurodeputati e anche contro i leader europei che hanno ancora una pessima opinione del funzionamento democratico dell’Ue.

    D: Lei è il presidente del Parlamento europeo da 6 mesi e lo sarà fino al 2014. Qual è la linea di riferimento del suo mandato?

    Il Parlamento europeo è il luogo della democrazia in Europa, e la democrazia in Europa ha bisogno di essere difesa. Non dobbiamo assolutamente arrenderci al principio secondo cui le necessità dei mercati prevalgono sulla democrazia. Al contrario abbiamo bisogno che sia la democrazia a controllare i mercati. Questo processo non è più gestito unicamente dalle istituzioni nazionali, ed è necessario un parlamentarismo transnazionale che dia una legittimità alle istituzioni esecutive comunitarie. Il ruolo del Parlamento europeo è proprio questo. I governi nazionali non sempre sono pronti ad accettarlo, ma è normale che sia così. Nessun parlamento ha mai ricevuto le sue prerogative in dono dai potenti. Abbiamo sempre lottato per i diritti parlamentari. E questo è il mio primo dovere.

    D: Il Parlamento dispone di tutti i mezzi necessari a compiere questa missione? 

    Sì, il Parlamento è sufficientemente forte per utilizzare i suoi strumenti legislativi. Un esempio: il consiglio dei ministri dell’interno ha deciso unilateralmente di escludere il Parlamento da una parte della gestione dello spazio Schengen. Il Parlamento ha reagito sospendendo 5 dossier principali, e non ha più intenzione di negoziare fino a quando il Consiglio non avrà abbandonato questa idea sbagliata. Ho già ricevuto segnali che mi fanno pensare a un ritorno del Consiglio al tavolo delle trattative.

    D: Di recente i presidenti del Consiglio europeo, della Commissione europea e della Banca centrale hanno lavorato insieme per presentare il rapporto “Verso una reale unione monetaria”. Il presidente del Parlamento europeo non ha partecipato. Avrebbe voluto essere invitato o fa parte dell’ordine naturale delle cose?

    Questo fatto mostra quale sia il pensiero di alcuni rappresentanti dell’Unione europea. Non viviamo più nell’epoca del Congresso di Vienna, dove le potenze europee si riunivano a porte chiuse per poi comunicare a sorpresa le loro decisioni. Viviamo in una democrazia multinazionale. Che il Parlamento europeo, e in questo caso il suo presidente, sia stato escluso mostra quale sia il pensiero democratico di queste persone. Mi ha stupito che soltanto [il presidente della Commissione europea] José Manuel Barroso abbia obiettato. Non mi aspetto che lo faccia [il presidente del Consiglio europeo] Herman Van Rompuy, perché rappresenta proprio le persone contrarie al rafforzamento del Parlamento europeo. Non tutti, ma la maggioranza. Da [il presidente della Bce] Mario Draghi non mi aspetto nulla, e fino a oggi [il presidente dell’Eurogruppo] Jean-Claude Juncker non si è espresso sull’argomento. Ma in ogni caso abbiamo raggiunto un successo importante: ora il Parlamento è integrato nel processo e sarà consultato come i governi nazionali sul progetto presentato da Van Rompuy. In futuro vedremo.

    D: Un’Europa federale presuppone un Parlamento più potente, ma questa non sembra essere la visione attuale. 

    Il Parlamento europeo è già molto potente. Credo che siamo uno degli organi legislatori più potenti in Europa. L’Acta, per esempio, è stato bocciato dal Parlamento europeo, come anche l’accordo sul trasferimento di dati personali Swift [in seguito approvato dopo nuove trattative]. E poi ricordatevi la direttiva sui servizi, la cosiddetta direttiva Bolkenstein: anch’essa rifiutata dal Parlamento europeo. La riduzione dei costi del roaming è un’altra decisione del Parlamento europeo. Ma abbiamo un problema: siamo un legislatore forte con una visibilità ridotta. Il ruolo del presidente del Parlamento europeo è lottare contro questa situazione. 

    Lei come la spiega?

    I governi nazionali, che sono un altro braccio del sistema legislativo in Europa, hanno il vantaggio di poter disporre di un pubblico nazionale. Questo permette loro di trasformare ogni nostro successo in un successo nazionale, dove il ruolo del parlamento sparisce. D’altra parte bisogna ricordare che non esiste un governo europeo. In questo momento a esercitare le funzioni di governo europeo è la Commissione, con una maggioranza governamentale che ne sostiene il presidente e con un’opposizione che rema contro. A livello comunale, regionale e nazionale c’è un unico sistema, che per gli europei è molto familiare. A livello europeo non è così. Spero che con le prossime elezioni europee, dopo le quali il presidente della Commissione sarà eletto dal Parlamento europeo, si creerà una struttura precisa: da una parte una maggioranza che ha eletto il presidente e lo sostiene, dall’altra un’opposizione. Spero che questo possa facilitare la visibilità del Parlamento europeo.

    D: Ogni parlamento trae la sua legittimità dal voto, e il Parlamento europeo potrebbe accrescere la sua attraverso una votazione realmente europea. Lei è in grado di fare in modo che alle elezioni europee ci siano liste transnazionali?

    Credo che stiamo andando in quella direzione. Il trattato di Lisbona prevede che il Consiglio europeo proponga al Parlamento un candidato alla presidenza della Commissione, rispettando il risultato delle elezioni europee. Le grandi famiglie politiche in Europa stanno creando una procedura per nominare un candidato su scala europea per la presidenza. Di conseguenza ci sarà una campagna elettorale che per la prima volta non sarà un appello a eleggere il Parlamento europeo. È giusto così, perché l’identificazione dell’elettore con la sua tendenza politica si riproduce nella sfida dei candidati, non in un appello a eleggere un’istituzione. Gli elettori finora hanno avuto difficoltà a capire a cosa serviva il loro voto. Cosa fanno i deputati dopo che li ho eletti? Come utilizzano il mio voto? Questa situazione ha ridotto le elezioni europee a una sorta di test nazionale. Credo che dalla prossima volta le cose cominceranno a cambiare. Aumenterà la partecipazione, e di conseguenza anche la legittimità del Parlamento.

  • Immigrazione Odio per le strade

    13 luglio 2012

     Verso la fine di ottobre Mina Ahmad, una somala di 20 anni incinta di sei mesi, stava camminando con la sua figlioletta nei pressi della chiesa Aghios Panteleimonas, nel centro di Atene, quando è stata avvicinata da sei uomini vestiti di nero. “Da dove vieni?”, le hanno chiesto e in seguito alla sua risposta l’hanno colpita in testa con un bastone di legno e l’hanno lasciata a terra sanguinante. 

    Mahmoud e Maria, una coppia di rifugiati afgani, sono stati attaccati ad agosto in pieno giorno da alcuni uomini in motocicletta vicino alla stazione di Attiki. La profonda ferita sulla mano sinistra di Maria non si è ancora rimarginata. 

    Sono alcune delle storie raccolte nel rapporto ‘Hate on the Street’, presentato da Human Right Watch il 10 luglio, sull’aumento della violenza xenofoba in Grecia. Tra ottobre e dicembre 2011 ad Atene e Patrasso si sono verificati 63 incidenti a sfondo razziale, 300 nella prima metà dell’anno scorso. Le vittime erano tutti immigrati, la maggior parte provenienti da Afghanistan e Somalia, ma anche dall’Egitto, dal Senegal e da altri cinque paesi. Tra loro anche due donne in gravidanza. Il rapporto denuncia che

    L’incapacità dei vari governi greci che si sono succeduti di adottare politiche migratorie coerenti, la cronica cattiva gestione del sistema delle richieste d’asilo e, più recentemente, la profonda crisi economica e la conseguente austerity hanno esacerbato quello che l’Alto Commisariato Onu per i Rifugiati (Unhcr) ha descritto alla fine del 2010 come ‘crisi umanitaria’. 

    Tanto che alcune zone di Atene sono diventate off limits per i migranti che temono aggressioni fisiche e verbali. Dai primi anni del 2000 la Grecia è diventata la principale via di accesso all’Europa per i migranti provenienti soprattutto da Asia e Africa. Frontex, l’agenzia europea per la gestione delle frontiere esterne, ha calcolato che alla fine del 2010 le frontiere greche sono state attraversate dal 90 per cento degli immigrati irregolari diretti in Europa, mentre nel 2011 55mila clandestini hanno attraversato il confine tra Grecia e Turchia, un aumento del 17 per cento rispetto all’anno precedente. 

    In mancanza di politiche adeguate, l’afflusso dei migranti ha avuto un forte impatto sugli abitanti delle città greche e negli ultimi anni si sono formati dei “gruppi di cittadini” che pattugliano i quartieri di notte per proteggere i residenti. Il sentimento anti-immigrati è stato fomentato da partiti nazionalisti di destra, primo tra tutti Alba dorata che alle recenti elezioni ha ottenuto 18 seggi in parlamento. Ma a cavalcare l’onda sono stati i politici di ogni schieramento, che hanno esplicitamente legato l’immigrazione irregolare all’aumento della criminalità e al deterioramento della qualità della vita dei greci. Così un paese storicamente accogliente è diventato inospitale nei confronti di molti stranieri, si legge nel rapporto di Hrw:

    Mentre i turisti sono benvenuti, i migranti e i richiedenti asilo si trovano ad affrontare un ambiente ostile, dove rischiano di essere detenuti in condizioni disumane e degradanti e di subire miseria e violenza xenofoba.

    Per Human Rights Watch i responsabili della situazione non sono solo le autorità nazionali, ma anche l’Europa e l’intera comunità internazionale che concentrate sulla crisi economica e preoccupate dal controllo dell’immigrazione hanno ”chiuso un occhio” di fronte all’avanzata della xenofobia in Grecia e nel resto del continente.        

  • Eurobond La storia si ripete

    06 luglio 2012

    Sull’onda delle conclusioni raggiunte durante il Consiglio europeo della settimana scorsa dai leader dell’Unione alla ricerca di una soluzione condivisa alla crisi, sulla stampa dei diversi paesi si è scatenato un dibattito sulla sopravvivenza della moneta unica e dell’intero progetto comunitario. C’è chi parla della possibilità di tornare agli stati nazione, chi della necessità di manipolare il Dna dell’Europa e chi avanza proposte per realizzare un’unione politica che scongiuri il fallimento. 

    Meno di tre giorni prima del vertice europeo, Angela Merkel aveva ribadito la sua opposizione agli eurobond. “Mai finché sarò in vita”, aveva annunciato la cancelliera tedesca, spazzando via qualsiasi ipotesi di una condivisione del debito tra gli stati dell’eurozona. La Germania è preoccupata di dover pagare il conto dei paesi più in difficoltà, come Grecia e Spagna. Come sempre la storia si ripete: non è la prima volta infatti che l’integrazione delle politiche economiche e finanziarie si scontra con le resistenze di chi si trova in una posizione di superiorità.  

    Centocinquanta anni fa, quando su iniziativa del Piemonte e sotto la tutela di Francia e Inghilterra nacque il Regno d’Italia, i sette stati che lo composero si trovarono ad affrontare simili problemi di unificazione del debito. A metterlo in luce è stata la storica della finanza dell’Université Libre de Bruxelles, Stéphanie Collet, che negli archivi delle Borse di Parigi e Anversa ha scovato l’unico precedente storico assimilabile agli eurobond. Un esempio importante di come “potrebbero comportarsi i mercati finanziari di fronte all’unificazione del debito pubblico dei paesi della zona euro”, scrive il Sole 24 Ore.  

    Dal punto di vista economico, il Regno di Napoli, con la sua struttura industriale, la sua agricoltura fiorente e i suoi porti commerciali, era per l’Italia quello che la Germania è oggi per l’eurozona. Infatti dopo l’unificazione del 1861, il Regno di Napoli vide aumentare i propri tassi dal 4,3 al 6,9 per cento. Ma dieci anni dopo le emissioni cominciarono a ripiegare e i mercati a riprendere fiducia. E, cosa ancora più importante, nel lungo termine l'integrazione dei debiti sovrani fu uno strumento per favorire l'integrazione politica. L’analisi di Collet porta il giornale economico a concludere che

    Alla luce di questo, oggi la domanda è: quanto tempo ci vorrà perché anche l'Europa sia considerata come un blocco unico e in grado di dotarsi di un vero e proprio piano di salvataggio per l’euro? Per l’Italia ci volle all’incirca un decennio. Considerato che quella italiana fu un’annessione anche militare e quella europea è un’integrazione consensuale, e che i mercati dei capitali si muovono a ritmi diversi rispetto alla seconda metà dell’800, anche Collet concorda che un aumento del costo del debito nel breve termine sarebbe un prezzo che potremmo permetterci di pagare se avessimo la certezza di avere, tra qualche anno, un’Europa più unita. Ma questa certezza nessuna ricerca, per quanto accurata, potrà mai darla. 

  • Italia-Spagna Panni sporchi

    12 giugno 2012

    Contrordine. Siamo di nuovo nella stessa barca della Spagna. Ed è una barca molto scomoda, dato che Monti ha subito perso il suo proverbiale aplomb e risposto nervosetto al ministro delle finanze austriaco Maria Fekter, secondo cui l’Italia potrebbe essere il prossimo paese a richiedere l’intervento dell’Ue. “Trovo del tutto inappropriato che esponenti di altri governi dell’Unione europea parlino della situazione di altri paesi dell’Unione, per questo mi astengo dal commentare queste dichiarazioni”, ha ribattuto. Curiosamente, sono più o meno le stesse parole con cui gli aveva risposto Mariano Rajoy, quando era stato Monti a puntare il dito contro la Spagna.

    Può darsi, come scrive Jornal de Negócios, che “oggi abbiamo tutti il diritto di parlare di ciò che capita in casa d’altri. Perché la casa d’altri è ipotecata, e saremo noi a pagare l’ipoteca”. Ma forse prima di pensare all’unione fiscale e bancaria sarebbe il caso di mettere in piedi un’unione delle dichiarazioni. Perché questo giochetto del “lui è peggio di me” continentale, oltre a essere piuttosto indecoroso per uomini di una certa età, rischia di costare più caro del conto dei bailout.

  • Italia-Spagna Non nella stessa barca

    29 maggio 2012

    Il rapporto della Commissione europea sull'Italia, la cui bozza è stata pubblicata dal Financial Times prima della presentazione ufficiale, non è troppo tenero con il governo Monti. Nonostante i "significativi progressi", troppo poco è stato fatto sul fronte della lotta all'evasione fiscale e al lavoro nero, che Bruxelles considera le vere priorità per il nostro paese. 

    Ma il rapporto contiene almeno una conclusione incoraggiante, nota Peter Spiegel sul suo blog: il sinistro accostamento tra Italia e Spagna sta perdendo quota. A parte il fatto che il deficit italiano è ben più contenuto di quello spagnolo – su cui pesano i disastrosi conti delle regioni – e contribuisce ad alleviare i timori sulla sostenibilità del debito, la vera differenza sembra farla il differente stato di salute del settore bancario dei due paesi. Mentre la vicenda Bankia sta tenendo col fiato sospeso tutta Europa, le banche italiane sembrano infatti disporre di fondi sufficienti "almeno per i prossimi tre anni".

    I mercati paiono dare ragione alla Commissione (o forse viceversa): quest'anno lo spread tra i bond spagnoli e italiani si è spostato di 250 punti a nostro favore. Anche se i demeriti di Madrid contano più dei suoi meriti, Monti sarà ben contento di lasciare a Rajoy il ruolo di sorvegliato speciale.

     

  • La grande cospirazione dell’euro

    22 maggio 2012

    Altro che crisi imprevista: in un’intervista al Sunday Times ripresa dal Foglio, lo storico euroscettico britannico Niall Ferguson sostiene che il dramma greco era stato consapevolmente scritto nei geni dell'eurozona dai suoi padri, convinti che senza uno shock del genere l'integrazione europea non sarebbe mai stata possibile:

    Credo che gli architetti dell’unione monetaria sapessero già che il loro modello avrebbe portato a una crisi e che la crisi avrebbe portato a una soluzione federalista. Non sono certo di quanto fosse preciso il piano, ma era implicito. In effetti ora possiamo dirlo: quel modello era fatto per creare una crisi. 

    Proprio per questo scopo, argomenta Ferguson, nel progetto dell'unione monetaria non è stata introdotta alcuna clausola di uscita:

    Gli euroentusiasti hanno ottenuto quel che volevano: una volta raggiunto un livello di integrazione così avanzato, è impossibile tornare indietro. E fin da subito si pensava che fosse impossibile uscire, per questo non esiste una clausola. Non si sarebbe ottenuto il federalismo con altri mezzi.

    Comunque stiano le cose, ormai l'Europa ha superato il punto di non ritorno e non ha altra scelta che andare avanti con il federalismo:

    Ora siamo al momento della verità, quello in cui non puoi più continuare con la storiella di un’unione monetaria che può esistere indipendentemente da un’unione fiscale.

  • Una lunga estate di debito

    15 maggio 2012

    Che non fossimo ancora fuori dalla crisi lo si era capito. Ma secondo l'analisi di Fabrizio Goria su Linkiesta, "il periodo più duro dell’Italia" deve ancora iniziare:

    Nell’arco di questi 12 mesi gli italiani hanno compreso che il barometro della paura si chiama spread, cioè il differenziale di rendimento fra i titoli di Stato italiani con scadenza decennali e i corrispettivi tedeschi. Ma presto dovranno forse imparare una nuova parola, cioè bailout.

    Dopo mesi di tassi oltre il 5% sui bond decennali, il finanziamento del debito italiano è ormai ben oltre i limiti di sostenibilità. E il peggio arriva adesso.

    Dal primo maggio a fine anno, l’Italia deve rifinanziarsi per 244 miliardi. Fra giugno e ottobre il periodo più tosto, con quasi 160 miliardi di euro di titoli di Stato da collocare. 

    «Se non ci sono misure di consolidamento fiscale adeguate, unite alla crescita economica, per l’Italia potrebbe essere inevitabile una richiesta di aiuti internazionali», scriveva Morgan Stanley pochi giorni fa. [...] Come ci spiegano diversi funzionari della Commissione europea, «la soglia del pericolo per l’Italia è uno spread di 350 punti con la Germania». 

    Vista la tendenza, per il governo Monti l'alternativa potrebbe essere semplice e terribile: "o nuove manovre o richiesta di aiuti" alla stessa troika che sta operando in Grecia con i noti effetti. Quest'estate passare la prova costume potrebbe rivelarsi più facile del solito.

  • Intervista Antonio Tajani: “Per combattere l’euroscetticismo occorre vincere la sfida della crescita”

    04 maggio 2012

    A margine del Festival internazionale del giornalismo di Perugia, che si è svolto dal 25 al 29 aprile, Presseurop ha intervistato il vicepresidente della Commissione europea e commissario europeo all'Industria, Antonio Tajani, e il ministro italiano degli Affari europei, Enzo Moavero Milanesi.

    Presseurop: Ministro Moavero Milanesi, secondo lei, siamo usciti o no dalla crisi?

    Se parliamo della crisi economica, non ne siamo ancora usciti perché è una crisi di una tale portata e di cui è difficile identificare i confini. Però in Europa stiamo facendo quanto necessario per uscirne non solo nei tempi più rapidi — questo dipenderà dalla congiuntura globale nel mondo –— ma anche nei modi migliori, e questa seconda cosa per l'Europa è la più importante.

    Vicepresidente Tajani, lei è appena tornato da una visita in diversi paesi europei sottoposti a pesanti cure di austerità nell'ultimo anno — la Grecia, l'Irlanda e la Spagna — due dei quali hanno visto la gestione del loro bilancio presa in mano dalla troika UE-BCE-FMI e nei quali l'opinione pubblica è spesso critica nei confronti dell'Europa. Che impressione ha avuto della situazione sul posto e dell'umore dei cittadini?

    Sono andato in Irlanda e in Grecia a portare messaggi che non riguardano i sacrifici — necessari — che devono essere fatti in quei paesi in maniera più forte rispetto a quanto dovrà essere fatto in altri paesi. Sono andato a portare messaggi che riguardano l'azione per la crescita, cioè quello che occorre fare sull'altro fronte per uscire dalla crisi. Il rigore è necessario ma non sufficiente: fare politiche soltanto di rigore significa non risolvere i problemi. Rigore e crescita sono i due fronti sui quale occorre agire. Come commissario all'Industria sono andato a parlare anche di investimenti. Noi abbiamo un periodico competitivness proofing che ci dice che l'Irlanda è uno dei paesi al mondo dove ci sono le condizioni migliori per fare gli investimenti e questo è stato accolto positivamente sia dalla stampa che dal primo ministro Enda Kenny.

    In Grecia invece sono andato a parlare di piccole e medie imprese. Abbiamo organizzato con il governo greco un evento al quale hanno partecipato le imprese europee e le imprese greche. Un messaggio di solidarietà; la prima tappa di un processo che ne avrà presto una seconda e nella quale le imprese del resto d'Europa e greche insieme organizzeranno un evento per parlare concretamente di come poter agire assieme per la Grecia. Anche questo messaggio è stato accolto positivamente perché la Grecia ha capito che l'Europa non è solo un soggetto che chiede sacrifici ma anche un soggetto che aiuta paesi in difficoltà.

    Nell'ultimo anno anno ci sono state in Grecia diverse manifestazioni di piazza ostili alle misure di austerità del governo e anche una certa insofferenza nei confronti delle istituzioni comunitarie che hanno chiesto quelle misure. Ha percepito questo sentimento?

    C'è un sentimento euroscettico, e non soltanto in Grecia, ma un po' dappertutto. Non dobbiamo fare finta di niente né demonizzarlo. Dobbiamo capire quali ne sono le ragioni. Accettare la sfida che rappresenta, per vincerla con risposte politiche concrete. Le risposte positive concrete sono quelle dell'azione positiva a favore della crescita: aiuti all'economia reale, sviluppare il mercato interno, avere una politica industriale moderna, competitiva ed europea e forte sostegno alle piccole e medie industrie. Se noi sapremo svolgere quest'azione, quindi dare risposte ai problemi dei cittadini, avremo vinto la sfida. In Grecia nascono movimenti di estrema destra e di estrema sinistra. Non credo che ci siano nostalgici del comunismo e del fascimo: sono persone che sono scontente e preoccupate per quello che succede e reagiscono rivolgendosi a coloro i quali si oppongono alla cultura democratica perché ritengono che la democrazia europea non è in grado di risolvere i problemi. Invece noi dobbiamo dimostrare —per vincere una partita democratica —che l'Europa è in grado di risolvere questi problemi e che l'Europa politica è l'unico strumento per essere competitivi nel mondo e permettere a questo continente, a mezzo miliardo di persone, di poter avere una prospettiva positiva nei prossimi anni.

    Ministro Moavero Milanesi, a proposito di euroscetticismo, l'Italia sembra essere l'unico paese soggetto a misure di rigore in nome dell'Europa nel quale però l'Europa è ancora abbastanza popolare. Come se lo spiega?

    Non parlerei di misure di austerity né di misure chieste dall'Europa. Il nostro paese si porta dietro dagli anni Ottanta del secolo scorso un forte debito pubblico che abbiamo prodotto noi e che è il risultato di scelte politiche fatte all'epoca e che è a tutt'oggi l'unico dato critico della situazione italiana. Le misure che il nostro governo ha adottato e quelle adottate dai governi precedenti sono importanti per ridare stabilità e sicurezza alla nostra situazione nazionale. Richiedono a tutti i cittadini un sacrificio contributivo particolare e importante, ma non le definirei di austerity: servono a ridare quella sicurezza che è la base fondamentale per far ripartire il paese. Accanto a formule come sacrificio e contributo, abbiamo,  come governo, adottato importanti riforme, che noi riteniamo necessarie per il nostro paese e che in numerosi paesi europei e in giro per il mondo erano state adottate in passato. Pensiamo alle liberalizzazioni, alle semplificazioni amministrative e alle altre misure di cambiamento di alcune realtà istituzionali. Il tutto per dare un nuovo slancio al paese.

    Sono alcune tappe su un cammino che ha la sua base nel necessario e indispensabile rigore, per rimettere il convoglio sul binario corretto, ma che si ricollega direttamente all'esigenza della crescita, sia al livello europeo che internazionale.

    L'euroscetticismo non emerge in modo così violento o evidente in Italia perché i cittadini si rendono conto che i sacrifici richiesti loro lo sono in chiave nazionale e non sono dettati da un'agenda stabilita in Europa. Poi perché, a differenza della terminologia correntemente utilizzata, i cittadini si rendono conto che l'Europa non è un'entità terza che ci impone sacrifici e ci elargisce benefici, ma è un'entità della quale siamo pienamente parte. E il nostro governo cerca, attraverso un dinamismo di azione, di essere efficace in questa entità. Per questo il nostro governo è stato tra i primi ad aprire il discorso sull'esigenza della crescita a livello dell'Unione europea.

    Vicepresidente Tajani, la Commissione europea ha spinto per l'adozione dell'Accordo sul copyright e contro la contraffazione, meglio noto come Acta e ha raccomandato la sua ratifica da parte dei Ventisette. Ma, in seguito alle manifestazioni contro Acta in diversi paesi europei, in particolare in Europa centrale e orientale, a causa del suo carattere repressivo nei confronti della pirateria online, il Parlamento è orientato verso una bocciatura. Come viene percepito questo alla Commissione?

    Il Parlamento è sovrano. Sono stato per quindici anni parlamentare europeo e non voglio commentare le sue decisioni. In alcune occasioni ci possono essere delle divergenze, e questo è il gioco democratico. Si può essere più o meno d'accordo, ma il Parlamento rimane sovrano in democrazia. Potevamo aspettarci una risposta diversa, ma questa è stata e dobbiamo prenderne atto.

    E quindi Acta sarà abbandonato, almeno per quanto riguarda l'Unione europea?

    Vedremo. Il commissario al Commercio Karel De Gucht, il presidente Barroso e il collegio decideranno in conseguenza.

    nota: il 4 maggio, la commissaria europea all'Agenda digitale Neelie Kroes ha riconosciuto che Acta non è più all'ordine del giorno in Europa.

    Intervista realizzata da Gian Paolo Accardo.

  • Giornalismo I vincitori del II Premio europeo per gli studenti di giornalismo

    28 aprile 2012

    Nell'ambito del Festival internazionale di giornalismo di Perugia (dal 25 al 29 aprile) è stato assegnato per il secondo anno consecutivo il Premio europeo per gli studenti delle scuole di giornalismo italiane.

    Istituito dalla rappresentanza in Italia della Commissione europea, il premio ricompensa gli autori di articoli e servizi audio e video che trattano temi di carattere europeo e che si distinguono per i taglio, l'originalità e la completezza. Anche quest'anno Presseurop faceva parte della giuria, formata in gran parte da giornalisti.

    Per l'edizione 2012 il primo premio è stato assegnato al lavoro collettivo Umbria, cuore verde d'Europa, di Antonio Zagarese, Diana Benedetti, Micol Pieretti, Laura Cervellione e Valentina Parasecolo, uscito su Quattro colonne, il webmagazine della scuola di giornalismo di Perugia. Il premio è stato assegnato dal vicepresidente della Commissione europea, Antonio Tajani, a margine dell'incontro "Europa : morte o rinascita della politica?"

    Il secondo premio è andato a Comunali, queste sconosciute. Voterà solo uno straniero su 10, di Tommaso Canetta, uscito su La Sestina, il giornale della scuola di giornalismo Walter Tobagi di Milano. Il terzo al servizio video Erasmus –  Nozze d'argento, di Gianluca Ruggirello e Giorgio Matteoli, della Scuola di giornalismo di Perugia.

     

  • Italia Occhiaie

    17 aprile 2012

    Dopo la recente polemica tra Rajoy e Monti, l'interesse degli spagnoli per il premier italiano non accenna a calare e la stampa non perde occasione di sottolineare le sue sofferenze. Così El País:

    Il tecnocrate arrivato dall'Europa per salvare l'Italia, il professore che gode ancora della fiducia dei suoi compatrioti, il politico che ha ancora l'appoggio del parlamento, comincia ad avere gravi problemi. Non solo perché le riforme non piacciono né ai sindacati né agli imprenditori, ma perché alla fine del tunnel nessuno vede un barlume di crescita, sviluppo o eguaglianza. I suoi piani per tagliare i privilegi della casta si sono conclusi in un nulla di fatto e alla sua foto sulla copertina di Time stanno venendo le occhiaie.

  • Risposte

    11 aprile 2012

    Il premier spagnolo Mariano Rajoy non ha gradito le dichiarazioni del suo collega italiano Mario Monti, secondo cui se l’Italia è di nuovo nei guai con lo spread è anche colpa dei problemi della Spagna, e lo ha cortesemente invitato a farsi gli affari suoi: “Noi spagnoli non ce la prendiamo con nessuno, non parliamo degli altri paesi, facciamo loro i migliori auguri”. Se, come nota El Pais, Monti da qualche tempo sta cercando di screditare Rajoy per passargli l’etichetta di anello debole dell’eurozona, la sua strategia non sembra aver portato grandi benefici d’immagine. La stampa europea ha subito approfittato dei rovesci finanziari e delle difficoltà della riforma del mercato del lavoro per voltare le spalle a quello che aveva unanimemente celebrato come uomo della provvidenza fino a pochi giorni fa, o per parlare dei “rovesci della medaglia” come fa Le Temps. Chi ha cambiato più profondamente idea su Monti è però il Wall Street Journal, che definisce “annacquata” e “preoccupante” la sua riforma del lavoro dopo aver sperato di vedere in lui l'erede ideale della Lady di ferro. Ma anche Monti ha la risposta pronta: “Non ho mai cercato di essere la Thatcher dell’Italia. Per cui non ho niente in contrario se mi revocate il titolo”, ha scritto in una lettera indirizzata al quotidiano.

  • Italia “Ora Bossi è verde anche in faccia”

    06 aprile 2012

    “A Bossi è sempre piaciuto il verde. Camicie verdi, fazzoletti verdi, cravatte verdi... Ma a diventare verde giovedì è stata la sua faccia, quando ha saputo che i suoi figli e il tesoriere della Lega Nord rubavano i soldi del partito”, scrive La Razon. I ritratti dedicati a Umberto Bossi dalla stampa europea il giorno dopo le sue dimissioni sono tutti piuttosto irriverenti, e si concentrano sui suoi tratti più folcloristici: il turpiloquio, le uscite memorabili, la canotta. Il francese Le Point è uno dei pochi a riconoscere al Senatur, oltre al machismo e alla volgarità, un “formidabile senso politico”:

    Demagogico e xenofobo sulla scena nazionale, ha portato al potere tutta una generazione di amministratori locali che si sono spesso distinti per la loro competenza... e la loro onestà.

    Pochi azzardano un’analisi delle conseguenze dello scandalo Belsito sull’incomprensibile sistema politico italiano. Tra questi l’Economist, secondo il quale

    È lo sviluppo più sensazionale, e forse il più significativo, dalla caduta di Berlusconi. (...) Lo scandalo avrà implicazioni per la stabilità politica italiana, perché la Lega Nord è stata di gran lunga il più feroce avversario del governo tecnico di Mario Monti. Non solo lui, ma anche i tre principali partiti che lo sostengono trarranno beneficio dall’imbarazzo della Lega.

    E l’imbarazzo sarà estremo. (...) Le dimissioni di Bossi rischiano di esacerbare le tensioni tra Maroni e l’ala moderata della Lega da una parte e la fazione più estremista dall’altra.

  • Democrazia L’iniziativa delle lobby

    04 aprile 2012

    Il primo aprile 2012 (curiosa la scelta della data) è finalmente entrato in vigore il regolamento che stabilisce le modalità di esercizio del diritto d’iniziativa dei cittadini europei introdotto dal trattato di Lisbona. D’ora in poi basterà raccogliere almeno un milione di firme in almeno sette paesi Ue e superare un lungo percorso a ostacoli burocratico per obbligare la Commissione europea a prendere in considerazione una proposta di legge d’iniziativa popolare. Beninteso, la Commissione avrà tutto il diritto di respingerla entro i tre mesi successivi, a patto che si prenda la briga di spiegare pubblicamente perché.

    Ma chi dispone dell’apparato e dei fondi necessari per organizzare una campagna internazionale e farsi largo tra le complesse procedure richieste? Le lobby, per esempio, suggerisce New Europe. Saranno loro, più che i cittadini europei, a sfruttare questo canale per introdurre norme a loro favorevoli senza più dover laboriosamente manipolare i provvedimenti altrui. In termini di efficienza, se non altro, è un bel progresso.

  • Ferrovie Il corridoio perde altri pezzi

    28 marzo 2012

    Gli argomenti europei dei sostenitori della Tav hanno subito un altro colpo. Dopo la decisione del governo portoghese di sospendere i lavori alla linea ad alta velocità che doveva collegare Lisbona a Madrid, tenendosi per di più i fondi europei già stanziati – e ricevendo addirittura la benedizione del commissario europeo ai trasporti Sim Kallas – anche la Spagna sta ripensando gli ambiziosi progetti dell’era Zapatero. Il governo ha assicurato che la tratta Madrid-Badajoz sarà comunque realizzata, ma non ha fissato alcuna data. Considerata la situazione del debito delle regioni spagnole, è probabile che non se ne parlerà per parecchi anni.

    Il leggendario corridoio Lisbona-Kiev – di cui farebbe parte anche la Torino-Lione – perde altri 600 km a ovest, mentre a est di Trieste i progetti sono ancora avvolti nelle tenebre più assolute. La crisi, del resto, sta togliendo la fretta un po’ a tutti. “Siamo felici di poter andare da Madrid a Valencia in un’ora e mezza. Ma probabilmente lo saremmo anche se ci volessero due ore e non avessimo speso tanto”, ha dichiarato il presidente del collegio degli ingegneri spagnoli.

  • Francia Campagna all’italiana

    13 marzo 2012

    Non è la prima volta che Nicolas Sarkozy viene associato a Silvio Berlusconi, e come sempre l’intento del paragone non è affatto lusinghiero. Stavolta è stata Najat Vallaud-Belkacem, portavoce del candidato socialista François Hollande, ad agitare lo spettro dell’indimenticato Cavaliere sull’altro grande utente di scarpe col tacco della politica europea.

    “Le presidenziali francesi stanno prendendo un’aria italiana?”, si chiede a proposito Eric Valmir su FranceInter. Le similitudini in effetti ci sarebbero. Di fronte alla mancanza di proposte concrete da parte di entrambi gli schieramenti, la campagna si sta trasformando in un referendum sull’ingombrante personalità di Sarkozy. Il presidente in carica accusa i giornalisti di essere contro di lui, mentre i socialisti denunciano la sua sovraesposizione mediatica.

    L’antisarkozismo è stato l’argomento principale delle primarie socialiste. Curiosamente, Hollande si è rifiutato di pronunciare il nome del suo rivale durante i comizi, proprio come Veltroni nel 2008. Speriamo per lui che a questo riguardo le somiglianze si fermino qui.

  • Siria La democrazia può attendere

    01 marzo 2012

    Un recente sondaggio condotto in Libia dalle università di Oxford e Bengazi ha rivelato che solo il 15 per cento dei libici vorrebbe che la democrazia fosse instaurata nel giro di un anno, e meno del 30 per cento la auspica nei prossimi cinque anni. Quasi la metà degli intervistati, invece, preferirebbe la "salda leadership" di un singolo individuo o gruppo. Un preoccupante 16 per cento si dice pronto a ricorrere alla violenza per fini politici.

    È evidente che la democrazia non può essere instaurata in un giorno in paesi oppressi prima dal colonialismo e poi dalle dittature. Ma è altrettanto evidente che l'immagine idealizzata della primavera araba come epica lotta verso la democrazia di stampo occidentale, fornita qualche mese fa dalla maggior parte dei media europei e dai promotori dell'intervento in Libia, non può stare in piedi a lungo.

    Con le presidenziali francesi in vista, la Siria è uno dei pochi argomenti che mettono d'accordo Sarkozy e Hollande, e la retorica interventista si sta rimettendo in moto. Ma la sete di democrazia dei popoli arabi rischia di fare la fine delle fantomatiche armi di distruzione di massa di Saddam Hussein: sbandierate per giustificare un intervento che ha portato vantaggi politici nel breve termine, salvo poi seppellire nel medio tutti i suoi promotori.

    Il Front national di Le Pen non aspetta altro: ha già espresso la sua contrarietà all'intervento in Siria, fedele alla dottrina del differenzialismo culturale secondo cui gli arabi non sono all'altezza della democrazia e una dittatura benevola è il meglio a cui possono aspirare. La pasticciata e ipocrita strategia europea nella regione rischia alla lunga di rafforzare questa impressione e fare il gioco di chi la sostiene.

    Bernard-Henri Levy, ideologo dell'intervento francese contro Gheddafi, sembra averlo intuito: stavolta nella sua pomposa apologia di un attacco militare a Damasco non menziona nemmeno una volta il termine 'democrazia'. L'obiettivo, adesso, è la protezione dei civili. Speriamo che anche questo non debba essere smentito dai fatti.

  • Germania I populisti inconsapevoli

    31 gennaio 2012

    Nella sua lunga guest column su La Repubblica del 31 gennaio, il direttore di Die Zeit Giovanni di Lorenzo definisce la Germania "l'unico grande paese dell'eurozona in cui, sulla scena politica, non agiscono forze populiste e nazionaliste". E avverte che se gli avversari della politica restrittiva imposta da Berlino alla Bce dovessero prima o poi averla vinta, ciò "vorrà dire far venire meno in Germania l'attuale maggioranza e aprire le porte a un movimento populista che qui tutti temono, un'esperienza che solo noi tra i grandi paesi dell'eurozona siamo riusciti a risparmiarci garantendo la stabilità politica della nostra democrazia".

    Anche il capo del settimanale di riferimento degli intellettuali tedeschi cede così alla self-righteousness che imperversa dall'inizio della crisi su testate "plebee" come la Bild e lo Spiegel (di cui resterà nella storia del pessimo giornalismo il recente editoriale su Schettino e la "psicologia dei popoli").

    Vista da fuori, la pretesa immunità tedesca al virus populista sembra assai questionabile: se i partiti "populisti" non trovano spazio al Bundestag è anche perché gran parte del loro terreno di caccia è occupato dalla "moderata" Cdu-Csu di Angela Merkel. Un partito che cavalca volentieri il risentimento dei bravi tedeschi verso i depravati spendaccioni mediterranei, uno dei cui esponenti ha sinistramente vantato che "ora l'Europa parla tedesco", e la cui leader si è appena inventata la trovata del commissariamento della Grecia per solleticare il sadismo dei suoi elettori – salvo dover fare un'imbarazzata marcia indietro al Consiglio europeo del 30 gennaio.

    Purtroppo, oltre che in queste folkloristiche pose, il populismo del governo tedesco si traduce soprattutto nella sua disastrosa gestione della crisi dell'euro, orientata a placare nel breve termine le paure dei risparmiatori in patria piuttosto che a salvare nel lungo la baracca in cui anche loro si trovano.

  • Ue-Iran I rischi dell’embargo

    26 gennaio 2012

    L’embargo petrolifero adottato dall’Unione europea contro l’Iran è stato giustamente definito una scommessa ad alto rischio. Il pericolo più immediato non dipende tanto dall'ipotetico blocco dello stretto di Hormuz – che secondo l'Fmi provocherebbe un aumento del prezzo del petrolio del 20-30% – ma dalla capacità dell’Europa di rimpiazzare il greggio iraniano.

    A rendere più pressante la questione, come ricordava La Vanguardia, è il fatto che “sono proprio i paesi maggiormente colpiti dalla crisi a dipendere più di altri dall’Iran”: Grecia, Spagna e Italia. Prima di firmare le sanzioni, Atene ha preteso la garanzia di non restare a secco. Nel caso dell’Italia la situazione è ancora più complessa: oltre che dall’Iran, fino a poco tempo fa il nostro approvvigionamento dipendeva pesantemente da Siria e Libia. Il fatto che in piena emergenza politica Monti abbia dovuto trovare il tempo di recarsi a Tripoli non è un caso.

    Per colmare il buco da 1,2 milioni di barili al giorno creato dall’embargo l’Ue si è rivolta ai fedeli alleati del Consiglio di cooperazione del Golfo. La loro capacità produttiva inutilizzata è stimata attorno ai 2,5 milioni di barili al giorno: l’aumento della domanda europea la dimezzerebbe, e con essa la capacità del sistema di reagire a uno shock petrolifero innescato da un’altra crisi. In quel caso il colpo per le economie mediterranee sarebbe durissimo, e si trasmetterebbe immediatamente all’intera eurozona.

    Ma c’è un altro giocatore in questa delicatissima partita: la Cina. Pechino è il maggior importatore di petrolio iraniano ed è stata appena catapultata in una situazione di potenziale vantaggio ed enorme responsabilità: può aderire all’embargo, decretando di fatto la sconfitta dell’Iran, oppure approfittare dell’ambigua posizione che ha tenuto finora. Le compagnie cinesi stanno già sfruttando la situazione per negoziare forti sconti con i fornitori iraniani, aumentando lo svantaggio competitivo dell’Europa nella produzione industriale.

    Secondo alcuni analisti l’interesse a lungo termine della Cina è parallelo a quello dell’occidente, ovvero la “normalizzazione” dell’Iran. Ma in questo momento le carte più alte sono tutte nelle sue mani. E l’Europa, a causa della sua dipendenza energetica e della sua incapacità a elaborare una strategia geopolitica indipendente da quella statunitense, è ancora una volta sulle spine.

  • BCE Mario Draghi, uomo dell’anno

    23 gennaio 2012

    Il 2012 è iniziato da meno di un mese ma potremmo aver già trovato il nostro uomo dell'anno, scrive Chan Akya su Asia Times Online. Si tratta di Mario Draghi, che nonostante  (o proprio grazie a) la scarsa visibilità mediatica nei pochi mesi del suo mandato ha impresso di fatto una svolta radicale alla Banca centrale europea.

    Con una straordinaria dimostrazione di temerarietà e atti di coraggio degni di un allievo di Goldman Sachs, il nuovo presidente della Bce potrebbe aver già salvato l'eurozona e con essa l'economia mondiale. Lo dimostra il fatto che le ultime aste di bond in Europa sono andate molto bene, e persino la Spagna è riuscita a ottenere credito a meno del 5 per cento di interesse. La principale ragione di ciò sono i prestiti a tre anni concessi dalla Bce alle banche europee, che hanno raggiunto 489 miliardi di euro, e il prossimo mese è attesa un'altra tranche da 400 miliardi. L'influsso di liquidità attivato dalla Bce ha più che ribaltato i timori degli investitori circa i tagli al rating dei paesi europei da parte di Standard & Poor's. Le banche italiane hanno beneficiato della generosità di Draghi per ben 50 miliardi di euro, aumentando le sue chance di diventare primo ministro del paese in futuro.

  • Economia Storia di un titolo di stato

    05 dicembre 2011

    Da quando l'ansia dello spread si è impadronita del nostro paese, i titoli di stato sono stati catapultati dalla sezione investimenti alle prime pagine di tutti i quotidiani italiani. Ma nonostante se ne parli ormai nei salotti televisivi come nei bar di provincia, il legame tra il loro andamento e l'emergenza nazionale che ha portato alla terribile manovra correttiva del governo Monti è tutt'altro che trasparente. Dato che in Germania la preoccupazione non è tanto minore che da noi, Die Zeit ha cercato di illustrarlo ricostruendo la storia di un titolo italiano dalla sua emissione, precedente alle prime avvisaglie della crisi del debito, all'avvento del governo tecnico.

    "Gennaio 2004: il titolo IT0003535157 viene emesso e acquistato soprattutto da fondi d'investimento britannici, tedeschi e italiani. Il suo rendimento è del 5 per cento all'anno. All’epoca non era molto. All’inizio del decennio tutti volevano prestare denaro all’Italia. Già allora il debito superava il prodotto interno lordo annuo, ma il mondo aveva fiducia nella solida struttura economica del paese, in Ferrari e in Armani. E ora l’Italia al posto della lira aveva l’euro, quindi sono finiti i tempi in cui il paese poteva svalutare il proprio debito stampando moneta – motivo per cui gli investitori in passato avevano imposto pesanti aumenti dei tassi d’interesse. Chi è alla ricerca di un investimento garantito sembra trovare in Italia un porto sicuro.

    Settembre 2005: L’IT0003535157 raggiunge un record storico sul cosiddetto mercato secondario, dove sono negoziati titoli già in circolazione. Il 22 settembre il titolo ha guadagnato ben il 22% rispetto al prezzo di collocamento. In questa fase lo stato non guadagna più nuovo denaro, ma il governo non è indifferente alle sorti dei titoli già piazzati. È una sorta di barometro per valutare gli umori dei finanziatori. Più gli investitori prevedono di poter realizzare investimenti redditizi in Italia, più la domanda di titoli di stato cresce e l’andamento sale. Se gli investitori dubitano della solvibilità del paese, l’andamento scende.

    Maggio 2010: L’IT0003535157 si attesta appena al di sopra del suo prezzo di collocamento. Gli acquirenti di titoli di stato chiedono maggiori garanzie, così come finora ne hanno sempre ottenute, in fin dei conti gli europei dalla seconda guerra mondiale hanno sempre onorato i loro debiti. Ma l’inizio della crisi del debito della Grecia e l’esitazione della Germania a venirle in aiuto creano inquietudine nei mercati. La calma torna quando i paesi europei si accordano su un programma di salvataggio e promettono che nessun paese della zona euro dichiarerà default. L’andamento dell’IT0003535157 subisce un lieve miglioramento."

    Luglio 2011: Le preoccupazioni per la Grecia si riacutizzano portando con sé nuove insicurezze. Il 21 luglio i capi di stato e di governo della zona euro si riuniscono in un vertice a Bruxelles. Dopo lunghe trattative la Germania impone la sua linea: chi detiene titoli del debito greco deve rinunciare a una parte del loro valore. Per la prima volta dalla fine della guerra un paese europeo non è in grado di mantenere i suoi obblighi di pagamento. Il mercato è in fermento: i titoli di stato rappresentano ancora un investimento che offre delle garanzie? Quale sarà il prossimo paese a rinegoziare il proprio debito? L’andamento dei titoli italiani peggiora sempre più."

    Agosto 2011: Il governo Berlusconi è in crisi. Aumentano i dubbi sulle capacità del paese di gestire il suo debito pubblico, che nel frattempo ha raggiunto il 120 percento del pil. Gli investitori iniziano ad abbandonare i titoli di stato. Anche la Deutsche Bank ridimensiona la sua esposizione. All’inizio del mese l’IT0003535157 si attesta a ben il 15 percento al di sotto del prezzo di collocamento. Poi il sette agosto la Bce decide di comprare titoli italiani per sostenere i prezzi favorendo un abbassamento dei tassi d’interesse. Il titolo sale e si attesta al 9 per cento sotto il prezzo di collocamento.

    Settembre 2011: Standard & Poor’s e Fitch declassano il debito italiano. L’immagine dell’Italia è cambiata profondamente. Se prima tutti vedevano in essa possibilità di investimento, ora vedono la possibilità di un default.

    Ottobre 2011: La ricapitalizzazione imposta dall'Unione europea innervosisce le banche, che vogliono evitare l'intervento pubblico e decidono di vendere i titoli di stato in loro possesso. L’’IT0003535157 subisce un brusco calo e si attesta al 20 percento al di sotto del prezzo di collocamento.

    Novembre 2011: Durante il vertice del G20 a Cannes, Germania e Francia minacciano l’uscita della Grecia dall’unione monetaria. Tra gli investitori scoppia il panico: significa che in futuro alcuni paesi potranno abbandonare l’euro? I loro investimenti rientreranno in lire o in pesetas? Poiché i titoli italiani sono considerati a rischio, le banche devono offrire maggiori garanzie per negoziarli. L’8 novembre l’IT0003535157 vale il 30 per cento meno del prezzo di collocamento.

    Quando Monti assume la guida del governo, la situazione dell’IT00035355157 si calma solo per poco: il titolo viene trattato a quasi il 26 per cento al di sotto del suo prezzo di collocamento."

  • Debito Il piano di Nouriel Roubini per l’Italia

    30 novembre 2011

    Scordatevi l’effetto Monti, il patto con l’Europa e le strette di mano a Bruxelles: secondo quanto scrive sul Financial Times l’economista Nouriel Roubini, l’uomo che aveva predetto lo scoppio della bolla immobiliare statunitense e la crisi finanziaria guadagnandosi il nomignolo di “dr. Doom”, il debito italiano va ristrutturato, e subito. 

    Diventa ogni giorno più evidente che il debito pubblico dell’Italia non è sostenibile ed esige una ristrutturazione controllata per scongiurare un fallimento incontrollato. […] Con il debito pubblico al 120 per cento del pil, i tassi d’interesse reali vicini al cinque per cento e una crescita inesistente, l’Italia avrebbe bisogno di un avanzo primario del cinque per cento del pil soltanto per stabilizzare il suo debito. Fra non molto i tassi d’interesse reali aumenteranno e la crescita sarà negativa. Per di più, l’austerità che la Banca centrale europea e la Germania impongono al paese trasformerà la recessione in depressione.

    La tanto attesa uscita di scena di Berlusconi non ha avuto l’effetto miracoloso che qualcuno si aspettava:  

    Il debito è insostenibile e la politica per ridurlo non farà che peggiorare la situazione. Ecco perché i mercati hanno dato poco peso alla notizia della nascita del nuovo governo e spinto gli spread italiani a livelli ancora più insostenibili. Il governo è nato già ferito e debilitato perché Berlusconi può staccargli la spina quando vuole. Anche se l’austerità e le riforme ripristinassero la sostenibilità del debito, l’Italia e i paesi che si trovano in una situazione simile avrebbero comunque bisogno di un prestatore di ultima istanza che li sostenga e impedisca l’esplosione degli spread sovrani mentre loro si riconquistano la fiducia dei mercati.  

    L’Efsf, anche dopo la cura ricostituente proposta nelle ultime settimane, non potrebbe mai sostenere l’esborso di oltre duemila miliardi di euro che si profila nei prossimi tre anni. Esitare significherebbe soltanto sprecare i pochi fondi disponibili.

    Il debito pubblico dell’Italia va ridotto subito almeno al 90 per cento del pil dall’attuale 120 per cento, magari offrendo agli investitori la possibilità di scambiare i loro titoli o con un’obbligazione alla pari – con scadenza più lunga e cedola abbastanza bassa da ridurre il valore attuale netto del 25 per cento – o con un’obbligazione sotto la pari che abbia una riduzione del 25 per cento del valore nominale. L’obbligazione alla pari andrebbe bene alle banche, che trattengono i titoli fino alla scadenza e non seguono il mercato. Bisognerebbe inoltre impegnarsi a non pagare gli investitori che si ostinano a non partecipare all’offerta anche se ciò innesca il pagamento dei credit default swap.

    Secondo Roubini la ristrutturazione è da preferire alla patrimoniale, proposta da molti politici per raccogliere i fondi necessari al risanamento:

     Per portare il rapporto debito-pil al 90 per cento, la patrimoniale dovrebbe fruttare 450 miliardi di euro (il 30 per cento del Pil). Anche se il pagamento di questa imposta fosse spalmato su dieci anni l’aumento delle tasse sarebbe pari al tre per cento del Pil per dieci anni di fila: il conseguente calo di reddito e consumi disponibili renderebbe la recessione italiana una depressione. […] La ristrutturazione del debito resta comunque preferibile perché in quel modo la pressione sarebbe condivisa con gli investitori stranieri (che detengono il 40 per cento del debito), colpendo di meno i consumi e la crescita.

    Ma la ristrutturazione non è la pallottola d’argento che farà sparire in un colpo solo tutti i guai dell’Italia:

    Neppure la ristrutturazione del debito risolverebbe problemi come la mancanza di crescita e la recessione certa, la mancanza di competitività e l’ampio deficit di conto corrente: per risolverli occorre un deprezzamento reale che potrebbe richiedere l’eventuale uscita dell’Italia e di altri stati membri dall’euro. L’uscita, però, si può ancora rinviare. La ristrutturazione, invece, va fatta subito. L’alternativa è di gran lunga peggiore.

  • Fantapolitica Il club med degli Asburgo

    24 novembre 2011

    "Benvenuti nell'Europa del 2021". Quella che lo storico ultraconservatore britannico Niall Ferguson (famoso per le sue originali idee su imperialismo, colonialismo e Islam) traccia sul Wall Street Journal non è certo la prima ucronia fantapolitica sul futuro dell'Unione – il genere è sempre più inflazionato in questi tempi d'incertezza – ma vale comunque la pena dargli un'occhiata. "Sono passati dieci anni dalla grande crisi del 2010-11, che ha reclamato lo scalpo di non meno di 10 governi, inclusi quelli di Spagna e Francia. Alcune cose sono rimaste immutate, ma molto è cambiato". Il perdurare della crisi del debito e l'ennesima richiesta di bailout sono stati fatali ad Angela Merkel. Il movimento "Occupy Frankfurt" ha riportato al potere l'Spd, che ha impresso una clamorosa svolta federalista: nel 2014 il trattato di Potsdam ha sancito la nascita degli Stati Uniti d'Europa, con capitale Vienna.

    Il nuovo stato federale ha incluso i paesi baltici e balcanici che erano rimasti fuori dall'euro, ma ha detto addio alla Gran Bretagna – dove David Cameron ha conquistato fama e potere imperituri grazie al referendum per anni invocato dagli euroscettici – e all'Irlanda, che poco dopo si è riannessa agli ex padroni nel Regno Riunito. I paesi scandinavi hanno invece preferito federarsi, concretizzando la vecchia idea dell'Unione scandinava. I paesi del mediterraneo hanno infine superato la crisi del debito grazie alla svolta interventista impressa da Mario Draghi alla Bce, ma si sono ormai trasformati nelle residenze estive dei ricchi padroni tedeschi. Hanno tremato quando la tensione tra Israele e Iran è finalmente sfociata in guerra aperta, minacciando una catastrofe nucleare al largo delle loro coste, ma l'intervento di Vienna li ha salvati ancora una volta. "Guardando ai dieci anni appena trascorsi, il presidente degli Use Karl von Habsburg aveva di che essere orgoglioso. Non solo l'euro era sopravvissuto. Un secolo dopo la deposizione di suo nonno, l'Impero asburgico era stato ricostituito". Non sarà molto plausibile, ma almeno stavolta Ferguson non pretende di essere preso sul serio – a differenza di qualche anno fa, quando immaginava l'occupazione musulmana dell'Europa.

  • Crisi del debito Il lato oscuro della tecnocrazia

    15 novembre 2011

    La soddisfazione della stampa estera per la caduta di Silvio Berlusconi è durata poco: il suo successore Mario Monti non si è ancora insediato che già il suo governo "tecnico", al pari di quello di Lucas Papademos in Grecia, viene bollato da più parti come un direttorio antidemocratico imposto dal mondo della finanza.

    "I policymaker dell'eurozona hanno deciso di sospendere il corso della democrazia perché la ritengono una minaccia mortale per l'unione monetaria", commenta il Financial Times. "Se a Roma e Atene non ci sono state finora reazioni indignate è soprattutto perché greci e italiani hanno un profondo disprezzo per le loro classi politiche.

    Come l'onorevole Scilipoti, Time definisce il governo dell'ex dipendente di Goldman Sachs un "golpe bancario": "i mercati non hanno molta voglia di ascoltare la voce del popolo ultimamente. [...] Per molti il fatto che Papademos e Monti non siano direttamente responsabili rispetto ai cittadini non è un problema. È il motivo per cui sono stati chiamati in causa. I due tecnocrati sono stati scelti perché nessun politico vorrebbe affrontare l'elettorato dopo aver fatto quello che i mercati ritengono necessario".

    Il settimanale cita il professor Roberto D'Alimonte della Luiss, secondo cui "'la democrazia ha gravi limiti. Ha la capacità di autodistruggersi. Il governo tecnico non è un bene né un male, ma una necessità'. Esso permette di disperdere i costi dell'approvazione di leggi impopolari. Papademos e Monti possono far passare riforme che sarebbero altrimenti impossibili."

    "La liquidazione di premier eletti – per quanto indeboliti – e la loro sostituzione con presunti esperti di economia non è vista come un problema, ma come la dimostrazione che Grecia e Italia fanno sul serio", scrive il Guardian. Oltre alla distanza dai capricci dell'opinione pubblica, l'altro argomento usato per difendere i premier tecnici è la loro esperienza economica. Ma "l'economia non è una scienza esatta, e i suoi giudizi hanno implicazioni tali che saranno sempre politicamente controversi. Non contate sul fatto che i tecnocrati riescano a tenersi a lungo al di sopra delle parti.

    Ma la questione non riguarda solo Grecia e Italia. "In Europa gli investitori sono al potere", conclude Les Echos. "Hanno la capacità d'influire sulla gestione degli affari economici di un paese, di fare e disfare i governi. Questi attributi, normalmente riservati al popolo sovrano, sono passati nelle loro mani. [...] Come siamo arrivati a questo? Non per costrizione o complotto, ma abbandonando progressivamente il potere ai creditori. La svolta è avvenuta nel marzo 2005, quando invece di mettersi a dieta Francia e Germania hanno ottenuto l'ammorbidimento del Patto di stabilità e dei criteri di Maastricht, aprendo la strada allo sbandamento delle finanze pubbliche in tutta la zona euro. La crisi del 2008-2009 ha poi accelerato l'indebitamento. Risultato: i titoli di proprietà della casa Europa hanno cambiato di mano, e il nuovo proprietario è preoccupato per la riscossione dell'affitto."

    Per riprendere il controllo, sostiene il quotidiano economico francese, "bisognerebbe impegnarsi sulla via del federalismo, anche se ciò richiede significative perdite di sovranità. Ma il sacrificio non sarebbe poi così grande, dato che tale sovranità è ormai sottomessa all'arbitrio degli investitori."

  • Rassegna stampa Sic transit Berlusconi?

    09 novembre 2011

    Il temporale che si è rovesciato su Roma mentre tra la camera e il Quirinale si consumava il dramma del rendiconto pare aver portato via con sé la maggioranza e il futuro politico di Silvio Berlusconi, ma non l'impasse della politica italiana. Questa almeno è l'opinione di molti quotidiani europei, la cui soddisfazione per la probabile caduta del leader più vilipeso del secondo dopoguerra è temperata dai timori sulla stabilità della terza economia dell'eurozona.

    The Times, Regno Unito "Silvio Berlusconi è stato presidente del consiglio per nove degli ultimi 17 anni. In quel periodo ha disonorato sé stesso e umiliato il suo paese mostrando una rozzezza, un’irresponsabilità e un’inettitudine che sono ancor più sorprendenti perché non avevano alcuno scopo preciso se non quello di mantenerlo in carica. Le imminenti dimissioni di Berlusconi erano attese da tempo e sono state accelerate dalla sua incapacità di mantenere la fiducia dei parlamentari italiani e dei mercati finanziari. Tuttavia, anche quando se ne sarà andato, i problemi economici del paese rimarranno. [...] L’attuale crisi finanziaria è più grave di tutte quelle che si sono verificate in Europa nel dopoguerra. Le dimissioni di Berlusconi saranno un passo minimo ma indispensabile per riconoscerla e risolverla".

    Die Tageszeitung, Germania

    "Poteva succedere solo in Italia: il capo del governo non ha più la maggioranza, ma la partita non è finita. Silvio Berlusconi può andare avanti un paio di settimane in attesa che il parlamento approvi la legge di stabilità destinata a calmare i mercati. Un anno fa c’era la stessa situazione, quando Gianfranco Fini ruppe con Berlusconi. La sfiducia sembrava una formalità, ma Berlusconi chiese un mese di grazia in attesa di approvare la finanziaria per calmare i mercati. Il premier, invece, usò questo mese per comprarsi una nuova maggioranza. E da perdente si trasformò in vincitore. Ora c’è da temere che Berlusconi provi di nuovo a salvarsi all’ultimo minuto. Il suo obiettivo è impedire qualsiasi alternativa politica e andare a nuove elezioni con un candidato scelto da lui oppure mettere insieme una nuova maggioranza. Rispetto a un anno fa, però, la situazione è diversa. Questa volta votano anche i mercati, che hanno fatto salire gli interessi sui titoli di stato italiani al 7 per cento. La sopravvivenza politica di Berlusconi è improbabile. Ma la via d’uscita dalla crisi politica italiana non è stata ancora trovata." La Vanguardia, Spagna "Berlusconi potrebbe essere arrivato alla fine della sua carriera politica, lasciandosi alle spalle un paese sull'orlo della bancarotta. Il mito di un paese che un tempo era uno dei pilastri economici dell'europa si sgretola. Se le anticipazioni saranno confermate, ci troveremo davanti alla caduta del presidente del governo più surreale dell'Unione, l'uomo che ha fatto vergognare un continente intero. [...] Silvio Berlusconi rappresenta un episodio increscioso della politica italiana, il presidente del consiglio più criticato, inetto e triste della storia recente del Bel paese. Ma nonostante gli italiani siano scesi in piazza per manifestare il loro malcontento, Berlusconi non cadrà a causa della vergogna che ha imposto ai cittadini, ma sotto il peso di un debito pubblico fuori controllo. In poche parole, non sono stati gli italiani a cacciare il Cavaliere, ma l'economia. [...] Ha fallito l'opposizione, senza leader carismatici, irrimediabilmente frammentata e incapace di guadagnare credibilità; ha fallito la Santa sede, che non si è vergognata di intrattenere rapporti amichevoli con un uomo che rappresenta un insulto a tutti i valori cristiani; e ha fallito l'intera società civile italiana, che si è lasciata avvolgere dalla rete tessuta dal primo ministro, fingendo di non vedere i suoi abusi e a volte beneficiandone. Per questo motivo la vergogna di Berlusconi è la vergogna dell'Italia. Berlusconi ha fatto quello che ha fatto. Ma è l'Italia intera ad aver fallito". The Daily Telegraph, Regno Unito "Tra gli altri leader dell'eurozona c'è la convinzione, condivisa in parte dai mercati finanziari, che Berlusconi rappresenti la personificazione di tutto ciò che non va in Italia: prima se ne andrà e prima potranno essere messe in atto le indispensabili riforme fiscali e strutturali, scongiurando la minaccia del default italiano. Sfortunatamente, si tratta di una speranza eccessivamente ottimistica. [...] È difficile dire se il suo allontanamento porterà qualcosa di più di un sollievo temporaneo. La verità è che non c'è alcuna ragione di credere che il prossimo capo del governo italiano, chiunque sia, sarà in grado di portare a termine le riforme necessarie. Con tutti i suoi (molti) difetti, il governo di Berlusconi è stato pur sempre uno dei più stabili del dopoguerra italiano. Da domani possiamo tranquillamente aspettarci che nello Stivale ritorni il caos politico di un tempo. [...] La fine del bunga bunga potrà restituire all'Italia un po' di dignità, ma non risolverà nulla". Les Echos, Francia "Berlusconi è diventato uno dei principali fattori di instabilità e caos. [...] Per fortuna, però, non è ancora troppo tardi, e l'Italia può sperare quantomeno di stabilizzare la situazione. Il primo passo è sbarazzarsi di Berlusconi. Il secondo è la presentazione tempestiva di un piano di risanamento credibile. La cura, come in altri paesi europei, sarà durissima. Ma diversamente dalla Grecia, l'Italia ha ancora delle carte buone da giocare. Non soltanto il 55 per cento del suo debito è in mano e alle banche e ai privati italiani, ma il paese può ancora contare su grandi industrie e su una rete di piccole e medie imprese. Inoltre l'Italia ha già dato prova di grande creatività politica. Dopo il crollo di diversi partiti all'inizio degli anni novanta, nel paese si sono succeduti diversi governi tecnici, che sono stati in grado di preparare il paese all'ingresso nell'euro, a fronte di enormi sacrifici. Oggi come allora, dopo aver finalmente chiuso per sempre con il berlusconismo, Roma ha bisogno di una guida rigorosa. L'Italia e tutta l'Europa non possono più aspettare".