Il meglio della stampa europea

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  • Germania

    I populisti inconsapevoli

    31 gennaio 2012

    Nella sua lunga guest column su La Repubblica del 31 gennaio, il direttore di Die Zeit Giovanni di Lorenzo definisce la Germania "l'unico grande paese dell'eurozona in cui, sulla scena politica, non agiscono forze populiste e nazionaliste". E avverte che se gli avversari della politica restrittiva imposta da Berlino alla Bce dovessero prima o poi averla vinta, ciò "vorrà dire far venire meno in Germania l'attuale maggioranza e aprire le porte a un movimento populista che qui tutti temono, un'esperienza che solo noi tra i grandi paesi dell'eurozona siamo riusciti a risparmiarci garantendo la stabilità politica della nostra democrazia".

    Anche il capo del settimanale di riferimento degli intellettuali tedeschi cede così alla self-righteousness che imperversa dall'inizio della crisi su testate "plebee" come la Bild e lo Spiegel (di cui resterà nella storia del pessimo giornalismo il recente editoriale su Schettino e la "psicologia dei popoli").

    Vista da fuori, la pretesa immunità tedesca al virus populista sembra assai questionabile: se i partiti "populisti" non trovano spazio al Bundestag è anche perché gran parte del loro terreno di caccia è occupato dalla "moderata" Cdu-Csu di Angela Merkel. Un partito che cavalca volentieri il risentimento dei bravi tedeschi verso i depravati spendaccioni mediterranei, uno dei cui esponenti ha sinistramente vantato che "ora l'Europa parla tedesco", e la cui leader si è appena inventata la trovata del commissariamento della Grecia per solleticare il sadismo dei suoi elettori – salvo dover fare un'imbarazzata marcia indietro al Consiglio europeo del 30 gennaio.

    Purtroppo, oltre che in queste folkloristiche pose, il populismo del governo tedesco si traduce soprattutto nella sua disastrosa gestione della crisi dell'euro, orientata a placare nel breve termine le paure dei risparmiatori in patria piuttosto che a salvare nel lungo la baracca in cui anche loro si trovano.

  • Ue-Iran

    I rischi dell’embargo

    26 gennaio 2012

    L’embargo petrolifero adottato dall’Unione europea contro l’Iran è stato giustamente definito una scommessa ad alto rischio. Il pericolo più immediato non dipende tanto dall'ipotetico blocco dello stretto di Hormuz – che secondo l'Fmi provocherebbe un aumento del prezzo del petrolio del 20-30% – ma dalla capacità dell’Europa di rimpiazzare il greggio iraniano.

    A rendere più pressante la questione, come ricordava La Vanguardia, è il fatto che “sono proprio i paesi maggiormente colpiti dalla crisi a dipendere più di altri dall’Iran”: Grecia, Spagna e Italia. Prima di firmare le sanzioni, Atene ha preteso la garanzia di non restare a secco. Nel caso dell’Italia la situazione è ancora più complessa: oltre che dall’Iran, fino a poco tempo fa il nostro approvvigionamento dipendeva pesantemente da Siria e Libia. Il fatto che in piena emergenza politica Monti abbia dovuto trovare il tempo di recarsi a Tripoli non è un caso.

    Per colmare il buco da 1,2 milioni di barili al giorno creato dall’embargo l’Ue si è rivolta ai fedeli alleati del Consiglio di cooperazione del Golfo. La loro capacità produttiva inutilizzata è stimata attorno ai 2,5 milioni di barili al giorno: l’aumento della domanda europea la dimezzerebbe, e con essa la capacità del sistema di reagire a uno shock petrolifero innescato da un’altra crisi. In quel caso il colpo per le economie mediterranee sarebbe durissimo, e si trasmetterebbe immediatamente all’intera eurozona.

    Ma c’è un altro giocatore in questa delicatissima partita: la Cina. Pechino è il maggior importatore di petrolio iraniano ed è stata appena catapultata in una situazione di potenziale vantaggio ed enorme responsabilità: può aderire all’embargo, decretando di fatto la sconfitta dell’Iran, oppure approfittare dell’ambigua posizione che ha tenuto finora. Le compagnie cinesi stanno già sfruttando la situazione per negoziare forti sconti con i fornitori iraniani, aumentando lo svantaggio competitivo dell’Europa nella produzione industriale.

    Secondo alcuni analisti l’interesse a lungo termine della Cina è parallelo a quello dell’occidente, ovvero la “normalizzazione” dell’Iran. Ma in questo momento le carte più alte sono tutte nelle sue mani. E l’Europa, a causa della sua dipendenza energetica e della sua incapacità a elaborare una strategia geopolitica indipendente da quella statunitense, è ancora una volta sulle spine.

  • BCE

    Mario Draghi, uomo dell’anno

    23 gennaio 2012

    Il 2012 è iniziato da meno di un mese ma potremmo aver già trovato il nostro uomo dell'anno, scrive Chan Akya su Asia Times Online. Si tratta di Mario Draghi, che nonostante  (o proprio grazie a) la scarsa visibilità mediatica nei pochi mesi del suo mandato ha impresso di fatto una svolta radicale alla Banca centrale europea.

    Con una straordinaria dimostrazione di temerarietà e atti di coraggio degni di un allievo di Goldman Sachs, il nuovo presidente della Bce potrebbe aver già salvato l'eurozona e con essa l'economia mondiale. Lo dimostra il fatto che le ultime aste di bond in Europa sono andate molto bene, e persino la Spagna è riuscita a ottenere credito a meno del 5 per cento di interesse.

    La principale ragione di ciò sono i prestiti a tre anni concessi dalla Bce alle banche europee, che hanno raggiunto 489 miliardi di euro, e il prossimo mese è attesa un'altra tranche da 400 miliardi. L'influsso di liquidità attivato dalla Bce ha più che ribaltato i timori degli investitori circa i tagli al rating dei paesi europei da parte di Standard & Poor's.

    Le banche italiane hanno beneficiato della generosità di Draghi per ben 50 miliardi di euro, aumentando le sue chance di diventare primo ministro del paese in futuro.

  • Economia

    Storia di un titolo di stato

    05 dicembre 2011

    Da quando l'ansia dello spread si è impadronita del nostro paese, i titoli di stato sono stati catapultati dalla sezione investimenti alle prime pagine di tutti i quotidiani italiani. Ma nonostante se ne parli ormai nei salotti televisivi come nei bar di provincia, il legame tra il loro andamento e l'emergenza nazionale che ha portato alla terribile manovra correttiva del governo Monti è tutt'altro che trasparente. Dato che in Germania la preoccupazione non è tanto minore che da noi, Die Zeit ha cercato di illustrarlo ricostruendo la storia di un titolo italiano dalla sua emissione, precedente alle prime avvisaglie della crisi del debito, all'avvento del governo tecnico.

    "Gennaio 2004: il titolo IT0003535157 viene emesso e acquistato soprattutto da fondi d'investimento britannici, tedeschi e italiani. Il suo rendimento è del 5 per cento all'anno. All’epoca non era molto. All’inizio del decennio tutti volevano prestare denaro all’Italia. Già allora il debito superava il prodotto interno lordo annuo, ma il mondo aveva fiducia nella solida struttura economica del paese, in Ferrari e in Armani. E ora l’Italia al posto della lira aveva l’euro, quindi sono finiti i tempi in cui il paese poteva svalutare il proprio debito stampando moneta – motivo per cui gli investitori in passato avevano imposto pesanti aumenti dei tassi d’interesse. Chi è alla ricerca di un investimento garantito sembra trovare in Italia un porto sicuro.

    Settembre 2005: L’IT0003535157 raggiunge un record storico sul cosiddetto mercato secondario, dove sono negoziati titoli già in circolazione. Il 22 settembre il titolo ha guadagnato ben il 22% rispetto al prezzo di collocamento. In questa fase lo stato non guadagna più nuovo denaro, ma il governo non è indifferente alle sorti dei titoli già piazzati. È una sorta di barometro per valutare gli umori dei finanziatori. Più gli investitori prevedono di poter realizzare investimenti redditizi in Italia, più la domanda di titoli di stato cresce e l’andamento sale. Se gli investitori dubitano della solvibilità del paese, l’andamento scende.

    Maggio 2010: L’IT0003535157 si attesta appena al di sopra del suo prezzo di collocamento. Gli acquirenti di titoli di stato chiedono maggiori garanzie, così come finora ne hanno sempre ottenute, in fin dei conti gli europei dalla seconda guerra mondiale hanno sempre onorato i loro debiti. Ma l’inizio della crisi del debito della Grecia e l’esitazione della Germania a venirle in aiuto creano inquietudine nei mercati. La calma torna quando i paesi europei si accordano su un programma di salvataggio e promettono che nessun paese della zona euro dichiarerà default. L’andamento dell’IT0003535157 subisce un lieve miglioramento."

    Luglio 2011: Le preoccupazioni per la Grecia si riacutizzano portando con sé nuove insicurezze. Il 21 luglio i capi di stato e di governo della zona euro si riuniscono in un vertice a Bruxelles. Dopo lunghe trattative la Germania impone la sua linea: chi detiene titoli del debito greco deve rinunciare a una parte del loro valore. Per la prima volta dalla fine della guerra un paese europeo non è in grado di mantenere i suoi obblighi di pagamento. Il mercato è in fermento: i titoli di stato rappresentano ancora un investimento che offre delle garanzie? Quale sarà il prossimo paese a rinegoziare il proprio debito? L’andamento dei titoli italiani peggiora sempre più."

    Agosto 2011: Il governo Berlusconi è in crisi. Aumentano i dubbi sulle capacità del paese di gestire il suo debito pubblico, che nel frattempo ha raggiunto il 120 percento del pil. Gli investitori iniziano ad abbandonare i titoli di stato. Anche la Deutsche Bank ridimensiona la sua esposizione. All’inizio del mese l’IT0003535157 si attesta a ben il 15 percento al di sotto del prezzo di collocamento. Poi il sette agosto la Bce decide di comprare titoli italiani per sostenere i prezzi favorendo un abbassamento dei tassi d’interesse. Il titolo sale e si attesta al 9 per cento sotto il prezzo di collocamento.

    Settembre 2011: Standard & Poor’s e Fitch declassano il debito italiano. L’immagine dell’Italia è cambiata profondamente. Se prima tutti vedevano in essa possibilità di investimento, ora vedono la possibilità di un default.

    Ottobre 2011: La ricapitalizzazione imposta dall'Unione europea innervosisce le banche, che vogliono evitare l'intervento pubblico e decidono di vendere i titoli di stato in loro possesso. L’’IT0003535157 subisce un brusco calo e si attesta al 20 percento al di sotto del prezzo di collocamento.

    Novembre 2011: Durante il vertice del G20 a Cannes, Germania e Francia minacciano l’uscita della Grecia dall’unione monetaria. Tra gli investitori scoppia il panico: significa che in futuro alcuni paesi potranno abbandonare l’euro? I loro investimenti rientreranno in lire o in pesetas? Poiché i titoli italiani sono considerati a rischio, le banche devono offrire maggiori garanzie per negoziarli. L’8 novembre l’IT0003535157 vale il 30 per cento meno del prezzo di collocamento.

    Quando Monti assume la guida del governo, la situazione dell’IT00035355157 si calma solo per poco: il titolo viene trattato a quasi il 26 per cento al di sotto del suo prezzo di collocamento."

  • Debito

    Il piano di Nouriel Roubini per l’Italia

    30 novembre 2011

    Scordatevi l’effetto Monti, il patto con l’Europa e le strette di mano a Bruxelles: secondo quanto scrive sul Financial Times l’economista Nouriel Roubini, l’uomo che aveva predetto lo scoppio della bolla immobiliare statunitense e la crisi finanziaria guadagnandosi il nomignolo di “dr. Doom”, il debito italiano va ristrutturato, e subito. 

    Diventa ogni giorno più evidente che il debito pubblico dell’Italia non è sostenibile ed esige una ristrutturazione controllata per scongiurare un fallimento incontrollato. […] Con il debito pubblico al 120 per cento del pil, i tassi d’interesse reali vicini al cinque per cento e una crescita inesistente, l’Italia avrebbe bisogno di un avanzo primario del cinque per cento del pil soltanto per stabilizzare il suo debito. Fra non molto i tassi d’interesse reali aumenteranno e la crescita sarà negativa. Per di più, l’austerità che la Banca centrale europea e la Germania impongono al paese trasformerà la recessione in depressione.

    La tanto attesa uscita di scena di Berlusconi non ha avuto l’effetto miracoloso che qualcuno si aspettava:  

    Il debito è insostenibile e la politica per ridurlo non farà che peggiorare la situazione. Ecco perché i mercati hanno dato poco peso alla notizia della nascita del nuovo governo e spinto gli spread italiani a livelli ancora più insostenibili. Il governo è nato già ferito e debilitato perché Berlusconi può staccargli la spina quando vuole. Anche se l’austerità e le riforme ripristinassero la sostenibilità del debito, l’Italia e i paesi che si trovano in una situazione simile avrebbero comunque bisogno di un prestatore di ultima istanza che li sostenga e impedisca l’esplosione degli spread sovrani mentre loro si riconquistano la fiducia dei mercati.  

    L’Efsf, anche dopo la cura ricostituente proposta nelle ultime settimane, non potrebbe mai sostenere l’esborso di oltre duemila miliardi di euro che si profila nei prossimi tre anni. Esitare significherebbe soltanto sprecare i pochi fondi disponibili.

    Il debito pubblico dell’Italia va ridotto subito almeno al 90 per cento del pil dall’attuale 120 per cento, magari offrendo agli investitori la possibilità di scambiare i loro titoli o con un’obbligazione alla pari – con scadenza più lunga e cedola abbastanza bassa da ridurre il valore attuale netto del 25 per cento – o con un’obbligazione sotto la pari che abbia una riduzione del 25 per cento del valore nominale. L’obbligazione alla pari andrebbe bene alle banche, che trattengono i titoli fino alla scadenza e non seguono il mercato. Bisognerebbe inoltre impegnarsi a non pagare gli investitori che si ostinano a non partecipare all’offerta anche se ciò innesca il pagamento dei credit default swap.

    Secondo Roubini la ristrutturazione è da preferire alla patrimoniale, proposta da molti politici per raccogliere i fondi necessari al risanamento:

     Per portare il rapporto debito-pil al 90 per cento, la patrimoniale dovrebbe fruttare 450 miliardi di euro (il 30 per cento del Pil). Anche se il pagamento di questa imposta fosse spalmato su dieci anni l’aumento delle tasse sarebbe pari al tre per cento del Pil per dieci anni di fila: il conseguente calo di reddito e consumi disponibili renderebbe la recessione italiana una depressione. […] La ristrutturazione del debito resta comunque preferibile perché in quel modo la pressione sarebbe condivisa con gli investitori stranieri (che detengono il 40 per cento del debito), colpendo di meno i consumi e la crescita.

    Ma la ristrutturazione non è la pallottola d’argento che farà sparire in un colpo solo tutti i guai dell’Italia:

    Neppure la ristrutturazione del debito risolverebbe problemi come la mancanza di crescita e la recessione certa, la mancanza di competitività e l’ampio deficit di conto corrente: per risolverli occorre un deprezzamento reale che potrebbe richiedere l’eventuale uscita dell’Italia e di altri stati membri dall’euro. L’uscita, però, si può ancora rinviare. La ristrutturazione, invece, va fatta subito. L’alternativa è di gran lunga peggiore.

  • Fantapolitica

    Il club med degli Asburgo

    24 novembre 2011

    "Benvenuti nell'Europa del 2021". Quella che lo storico ultraconservatore britannico Niall Ferguson (famoso per le sue originali idee su imperialismo, colonialismo e Islam) traccia sul Wall Street Journal non è certo la prima ucronia fantapolitica sul futuro dell'Unione – il genere è sempre più inflazionato in questi tempi d'incertezza – ma vale comunque la pena dargli un'occhiata.

    "Sono passati dieci anni dalla grande crisi del 2010-11, che ha reclamato lo scalpo di non meno di 10 governi, inclusi quelli di Spagna e Francia. Alcune cose sono rimaste immutate, ma molto è cambiato".

    Il perdurare della crisi del debito e l'ennesima richiesta di bailout sono stati fatali ad Angela Merkel. Il movimento "Occupy Frankfurt" ha riportato al potere l'Spd, che ha impresso una clamorosa svolta federalista: nel 2014 il trattato di Potsdam ha sancito la nascita degli Stati Uniti d'Europa, con capitale Vienna.

    Il nuovo stato federale ha incluso i paesi baltici e balcanici che erano rimasti fuori dall'euro, ma ha detto addio alla Gran Bretagna – dove David Cameron ha conquistato fama e potere imperituri grazie al referendum per anni invocato dagli euroscettici – e all'Irlanda, che poco dopo si è riannessa agli ex padroni nel Regno Riunito. I paesi scandinavi hanno invece preferito federarsi, concretizzando la vecchia idea dell'Unione scandinava.

    I paesi del mediterraneo hanno infine superato la crisi del debito grazie alla svolta interventista impressa da Mario Draghi alla Bce, ma si sono ormai trasformati nelle residenze estive dei ricchi padroni tedeschi. Hanno tremato quando la tensione tra Israele e Iran è finalmente sfociata in guerra aperta, minacciando una catastrofe nucleare al largo delle loro coste, ma l'intervento di Vienna li ha salvati ancora una volta.

    "Guardando ai dieci anni appena trascorsi, il presidente degli Use Karl von Habsburg aveva di che essere orgoglioso. Non solo l'euro era sopravvissuto. Un secolo dopo la deposizione di suo nonno, l'Impero asburgico era stato ricostituito". Non sarà molto plausibile, ma almeno stavolta Ferguson non pretende di essere preso sul serio – a differenza di qualche anno fa, quando immaginava l'occupazione musulmana dell'Europa.

  • Crisi del debito

    Il lato oscuro della tecnocrazia

    15 novembre 2011

    La soddisfazione della stampa estera per la caduta di Silvio Berlusconi è durata poco: il suo successore Mario Monti non si è ancora insediato che già il suo governo "tecnico", al pari di quello di Lucas Papademos in Grecia, viene bollato da più parti come un direttorio antidemocratico imposto dal mondo della finanza.

    "I policymaker dell'eurozona hanno deciso di sospendere il corso della democrazia perché la ritengono una minaccia mortale per l'unione monetaria", commenta il Financial Times. "Se a Roma e Atene non ci sono state finora reazioni indignate è soprattutto perché greci e italiani hanno un profondo disprezzo per le loro classi politiche.

    Come l'onorevole Scilipoti, Time definisce il governo dell'ex dipendente di Goldman Sachs un "golpe bancario": "i mercati non hanno molta voglia di ascoltare la voce del popolo ultimamente. [...] Per molti il fatto che Papademos e Monti non siano direttamente responsabili rispetto ai cittadini non è un problema. È il motivo per cui sono stati chiamati in causa. I due tecnocrati sono stati scelti perché nessun politico vorrebbe affrontare l'elettorato dopo aver fatto quello che i mercati ritengono necessario".

    Il settimanale cita il professor Roberto D'Alimonte della Luiss, secondo cui "'la democrazia ha gravi limiti. Ha la capacità di autodistruggersi. Il governo tecnico non è un bene né un male, ma una necessità'. Esso permette di disperdere i costi dell'approvazione di leggi impopolari. Papademos e Monti possono far passare riforme che sarebbero altrimenti impossibili."

    "La liquidazione di premier eletti – per quanto indeboliti – e la loro sostituzione con presunti esperti di economia non è vista come un problema, ma come la dimostrazione che Grecia e Italia fanno sul serio", scrive il Guardian. Oltre alla distanza dai capricci dell'opinione pubblica, l'altro argomento usato per difendere i premier tecnici è la loro esperienza economica. Ma "l'economia non è una scienza esatta, e i suoi giudizi hanno implicazioni tali che saranno sempre politicamente controversi. Non contate sul fatto che i tecnocrati riescano a tenersi a lungo al di sopra delle parti.

    Ma la questione non riguarda solo Grecia e Italia. "In Europa gli investitori sono al potere", conclude Les Echos. "Hanno la capacità d'influire sulla gestione degli affari economici di un paese, di fare e disfare i governi. Questi attributi, normalmente riservati al popolo sovrano, sono passati nelle loro mani. [...] Come siamo arrivati a questo? Non per costrizione o complotto, ma abbandonando progressivamente il potere ai creditori. La svolta è avvenuta nel marzo 2005, quando invece di mettersi a dieta Francia e Germania hanno ottenuto l'ammorbidimento del Patto di stabilità e dei criteri di Maastricht, aprendo la strada allo sbandamento delle finanze pubbliche in tutta la zona euro. La crisi del 2008-2009 ha poi accelerato l'indebitamento. Risultato: i titoli di proprietà della casa Europa hanno cambiato di mano, e il nuovo proprietario è preoccupato per la riscossione dell'affitto."

    Per riprendere il controllo, sostiene il quotidiano economico francese, "bisognerebbe impegnarsi sulla via del federalismo, anche se ciò richiede significative perdite di sovranità. Ma il sacrificio non sarebbe poi così grande, dato che tale sovranità è ormai sottomessa all'arbitrio degli investitori."

  • Rassegna stampa

    Sic transit Berlusconi?

    09 novembre 2011

    Il temporale che si è rovesciato su Roma mentre tra la camera e il Quirinale si consumava il dramma del rendiconto pare aver portato via con sé la maggioranza e il futuro politico di Silvio Berlusconi, ma non l'impasse della politica italiana. Questa almeno è l'opinione di molti quotidiani europei, la cui soddisfazione per la probabile caduta del leader più vilipeso del secondo dopoguerra è temperata dai timori sulla stabilità della terza economia dell'eurozona.

    The Times, Regno Unito

    "Silvio Berlusconi è stato presidente del consiglio per nove degli ultimi 17 anni. In quel periodo ha disonorato sé stesso e umiliato il suo paese mostrando una rozzezza, un’irresponsabilità e un’inettitudine che sono ancor più sorprendenti perché non avevano alcuno scopo preciso se non quello di mantenerlo in carica. Le imminenti dimissioni di Berlusconi erano attese da tempo e sono state accelerate dalla sua incapacità di mantenere la fiducia dei parlamentari italiani e dei mercati finanziari. Tuttavia, anche quando se ne sarà andato, i problemi economici del paese rimarranno. [...] L’attuale crisi finanziaria è più grave di tutte quelle che si sono verificate in Europa nel dopoguerra. Le dimissioni di Berlusconi saranno un passo minimo ma indispensabile per riconoscerla e risolverla".

    Die Tageszeitung, Germania

    "Poteva succedere solo in Italia: il capo del governo non ha più la maggioranza, ma la partita non è finita. Silvio Berlusconi può andare avanti un paio di settimane in attesa che il parlamento approvi la legge di stabilità destinata a calmare i mercati. Un anno fa c’era la stessa situazione, quando Gianfranco Fini ruppe con Berlusconi. La sfiducia sembrava una formalità, ma Berlusconi chiese un mese di grazia in attesa di approvare la finanziaria per calmare i mercati. Il premier, invece, usò questo mese per comprarsi una nuova maggioranza. E da perdente si trasformò in vincitore. Ora c’è da temere che Berlusconi provi di nuovo a salvarsi all’ultimo minuto. Il suo obiettivo è impedire qualsiasi alternativa politica e andare a nuove elezioni con un candidato scelto da lui oppure mettere insieme una nuova maggioranza. Rispetto a un anno fa, però, la situazione è diversa. Questa volta votano anche i mercati, che hanno fatto salire gli interessi sui titoli di stato italiani al 7 per cento. La sopravvivenza politica di Berlusconi è improbabile. Ma la via d’uscita dalla crisi politica italiana non è stata ancora trovata."

    La Vanguardia, Spagna

    "Berlusconi potrebbe essere arrivato alla fine della sua carriera politica, lasciandosi alle spalle un paese sull'orlo della bancarotta. Il mito di un paese che un tempo era uno dei pilastri economici dell'europa si sgretola. Se le anticipazioni saranno confermate, ci troveremo davanti alla caduta del presidente del governo più surreale dell'Unione, l'uomo che ha fatto vergognare un continente intero. [...] Silvio Berlusconi rappresenta un episodio increscioso della politica italiana, il presidente del consiglio più criticato, inetto e triste della storia recente del Bel paese. Ma nonostante gli italiani siano scesi in piazza per manifestare il loro malcontento, Berlusconi non cadrà a causa della vergogna che ha imposto ai cittadini, ma sotto il peso di un debito pubblico fuori controllo. In poche parole, non sono stati gli italiani a cacciare il Cavaliere, ma l'economia. [...] Ha fallito l'opposizione, senza leader carismatici, irrimediabilmente frammentata e incapace di guadagnare credibilità; ha fallito la Santa sede, che non si è vergognata di intrattenere rapporti amichevoli con un uomo che rappresenta un insulto a tutti i valori cristiani; e ha fallito l'intera società civile italiana, che si è lasciata avvolgere dalla rete tessuta dal primo ministro, fingendo di non vedere i suoi abusi e a volte beneficiandone. Per questo motivo la vergogna di Berlusconi è la vergogna dell'Italia. Berlusconi ha fatto quello che ha fatto. Ma è l'Italia intera ad aver fallito".

    The Daily Telegraph, Regno Unito

    "Tra gli altri leader dell'eurozona c'è la convinzione, condivisa in parte dai mercati finanziari, che Berlusconi rappresenti la personificazione di tutto ciò che non va in Italia: prima se ne andrà e prima potranno essere messe in atto le indispensabili riforme fiscali e strutturali, scongiurando la minaccia del default italiano. Sfortunatamente, si tratta di una speranza eccessivamente ottimistica. [...] È difficile dire se il suo allontanamento porterà qualcosa di più di un sollievo temporaneo. La verità è che non c'è alcuna ragione di credere che il prossimo capo del governo italiano, chiunque sia, sarà in grado di portare a termine le riforme necessarie. Con tutti i suoi (molti) difetti, il governo di Berlusconi è stato pur sempre uno dei più stabili del dopoguerra italiano. Da domani possiamo tranquillamente aspettarci che nello Stivale ritorni il caos politico di un tempo. [...] La fine del bunga bunga potrà restituire all'Italia un po' di dignità, ma non risolverà nulla".

    Les Echos, Francia

    "Berlusconi è diventato uno dei principali fattori di instabilità e caos. [...] Per fortuna, però, non è ancora troppo tardi, e l'Italia può sperare quantomeno di stabilizzare la situazione. Il primo passo è sbarazzarsi di Berlusconi. Il secondo è la presentazione tempestiva di un piano di risanamento credibile. La cura, come in altri paesi europei, sarà durissima. Ma diversamente dalla Grecia, l'Italia ha ancora delle carte buone da giocare. Non soltanto il 55 per cento del suo debito è in mano e alle banche e ai privati italiani, ma il paese può ancora contare su grandi industrie e su una rete di piccole e medie imprese. Inoltre l'Italia ha già dato prova di grande creatività politica. Dopo il crollo di diversi partiti all'inizio degli anni novanta, nel paese si sono succeduti diversi governi tecnici, che sono stati in grado di preparare il paese all'ingresso nell'euro, a fronte di enormi sacrifici. Oggi come allora, dopo aver finalmente chiuso per sempre con il berlusconismo, Roma ha bisogno di una guida rigorosa. L'Italia e tutta l'Europa non possono più aspettare".

  • Bce

    Il piazzista di Goldman Sachs

    02 novembre 2011

    La parentesi di Mario Draghi come “piazzista” di trucchi di bilancio per Goldman Sachs tra il 2002 e il 2005 è la “grande zona d’ombra” nella reputazione del nuovo presidente della Bce, scrive Le Monde. I francesi, si sa, non hanno mai digerito del tutto l’insediamento di un italiano al posto di Jean-Claude Trichet, e ora che la Grecia fa davvero tremare l’Europa il legame con il peccato originale di Atene pesa ancora di più. Ecco la ricostruzione del quotidiano parigino:

    "Nel 1999 viene decisa la creazione della moneta unica, ma la Grecia non può aderire immediatamente. Atene è infatti lontana anni luce dai criteri rigorosissimi enunciati nel trattato di Maastricht. Per entrare nel club non può fare altro che nascondere il suo deficit.

    Nel 2000 Goldman Sachs International, la filiale britannica della banca d'affari americana, vende al governo socialista di Costas Simitis uno "swap" in valuta che permette alla Grecia di proteggersi dagli effetti di cambio, trasformando in euro il debito inizialmente emesso in dollari. Lo stratagemma consente ad Atene di iscrivere il ‘nuovo’ debito in euro ed escluderlo dal bilancio facendolo momentaneamente sparire. E così Goldman Sachs intasca la sua sostanziosa commissione e alimenta una volta di più la sua reputazione di ottimo amministratore del debito sovrano.

    Proprio in quel periodo, tra il 1999 e il 2000, il nome di Mario Draghi è associato strettamente a quello di Goldman Sachs. All'epoca Draghi è "vicepresidente per la Europe-Goldman Sachs International, aziende e debito pubblico". Il titolo lascia presumere che il nuovo presidente della Bce abbia contribuito all'affare tra la banca e Atene.

    Poco dopo Draghi firma un articolo insieme al Nobel per l'economia Robert C. Merton, nel quale giustifica il ricorso alle pertiche (legali) di dissimulazione del credito "per stabilizzare il reddito delle imposte ed evitare l'accumulo improvviso del debito.

    Inoltre, come ricordava il New York Times il 30 ottobre citando un ex banchiere della Goldman Sachs (anonimo), Draghi viene incaricato dalla banche di vendere in tutta Europa questo tipo di prodotto finanziario 'swap' in grado di nascondere una parte del debito sovrano.

    Il legame tra Draghi e Goldman Sachs risale all'epoca delle privatizzazioni italiane, all'inizio degli anni novanta, quando il nuovo presidente della Bce dirigeva il Tesoro. Goldman Sachs fa la parte del leone e supera diverse altre banche straniere, ottenendo il mandato per la cessione del gigante degli idrocarburi Eni, nel 1993."

    L’ex presidente Francesco Cossiga ha poi accusato Draghi di aver favorito i suoi futuri datori di lavoro, mentre nel 2006 l’ex compagno di università Luca Cordero di Montezemolo ha rivelato che il successore di Trichet passava regolarmente le vacanze con Robert Rubin, ex segretario al tesoro dell’amministrazione Clinton e pezzo grosso di Goldman Sachs. Ma nonostante i veleni, nel contesto attuale avere amicizie eccellenti ed esperienza nell’”aggiustare” i bilanci potrebbe rivelarsi più un vantaggio che una macchia nel curriculum del presidente della Bce…

  • Cucina

    La via della zucca

    31 ottobre 2011

    Halloween sembra oramai un modo perfetto per evadere dalla crisi anche in Europa. Nell’ultimo anno, in Irlanda, scrive l’Irish Times, le vendite di zucche sono aumentate circa del 30 per cento.

    Molti europei snobbano la festa di Halloween considerandola una cattiva importazione dagli Stati Uniti e lontana dalle tradizioni più nostrane che non hanno nulla da invidiare a quelle d’oltre oceano.

    Ebbene, non tutti sanno che il termine pumpkin (zucca in inglese) deriva dal greco pepon (grande melone), che è diventato pompon in francese e pumpion in inglese (citato da Shakespeare in “Merry wives of Windsor”), finché i coloni americani lo trasformarono nell’odierno pumpkin. Ma non è solo una questione etimologica a legare Halloween all’Europa. Le zucche intagliate, simbolo della festa, affondano le radici nella leggenda dell’irlandese “Stingy Jack” che invitò il diavolo in persona a bere un drink con lui.

    Prestando fede al suo nome Stingy (avaro in inglese) Jack, non voleva pagare il suo drink e chiese al diavolo di trasformarsi in una moneta che Jack avrebbe poi usato per il pagamento. Per evitare che il diavolo riassumesse le sue normali sembianze mise la moneta accanto ad una croce di metallo e promise al diavolo che l’avrebbe liberato solo se lui avesse garantito di non perseguitare la sua anima per un anno. Allo scadere dell’anno però lo ingannò di nuovo.

    Questa volta Jack chiese al diavolo di salire su un albero per raccogliere della frutta. Mentre questi saliva sull’albero, Jack intagliò una croce sul tronco in modo che il diavolo non potesse scendere almeno finché non avesse promesso di lasciarlo in pace per altri dieci anni. In realtà Jack morì ben presto. Dio non lo volle in paradiso vista la sua pessima condotta, ma nemmeno Satana, memore dei trucchetti di cui era stato vittima, lo volle all’inferno e lo lasciò vagare nella notte alla ricerca di un rifugio, concedendogli solo un pezzo di carbone per illuminare la via.

    Jack mise il carbone in una rapa intagliata per farne una lanterna e il suo fantasma continuò a vagare sulla terra come “Jack of the lantern”. Si narra che da quel momento in Irlanda e in Inghilterra le persone creavano delle lanterne intagliando patate, rape o grosse barbabietole e le sistemavano sugli usci per tenere lontano il fantasma di Jack e altri spiriti malvagi. Quando però molti inglesi e irlandesi immigrarono negli Stati Uniti scoprirono che le zucche, per la loro consistenza e le dimensioni, si prestavano molto meglio a diventare fiaccole anti-spettro.

    La zucca, arrivata in Europa grazie a Cristoforo Colombo, è protagonista non solo di fantastiche leggende ma anche di moltissimi piatti tipici europei.

    Ecco la ricetta dell’Huffington Post per preparare il burro di zucca, tipico della Bulgaria. Semplice da realizzare, ideale da spalmare su pane e frittelle, farà contenti grandi e piccini:

    Ingredienti:

    - 450 g di zucca

    - mezza tazza di sidro di mele

    - mezza tazza di sciroppo d’acero

    - un cucchiaio di cannella in polvere

    - un cucchiaio di pimento

    - un pizzico di sale

    Preparazione:

    Sbucciare la zucca e privarla dei semi. Tagliarla a cubetti di mezzo centimetro circa. Mettetela in una pentola di medie dimensioni coprendola a malapena con dell’acqua, portate a bollore e fatela cuocere con coperchio per circa mezz’ora finché si ammorbidisca. Scolare e frullare la zucca. Rimettetela poi in pentola con gli altri ingredienti. Mescolate bene e portate ad ebollizione a fuoco medio-alto continuando a mescolare. Ridurre la fiamma e lasciar cuocere per circa 30/40 minuti. Lasciate raffreddare a temperatura ambiente. Il burro di zucca può essere conservato in frigo e in contenitori ermetici una settimana al massimo.

  • Intervista

    Jean Ziegler: “L’Ue è di un’ipocrisia senza limiti”

    20 ottobre 2011

    Il vicepresidente del comitato consultivo del consiglio per i diritti dell'uomo delle Nazioni unite Jean Ziegler ha da poco pubblicato Der Aufstand des Gewissens: Die nicht-gehaltene Festspielrede* sulla geopolitica della fame. Nel suo saggio il sociologo svizzero racconta la sua esperienza come Relatore speciale dell'Onu sul diritto all'alimentazione (2000-2008) e analizza le cause della morte per malnutrizione di 36 milioni di individui ogni anno.

     

    Perché ai giorni nostri si muore ancora di fame?

    Ci sono cinque grandi motivi: innanzitutto, la speculazione finanziaria sulle materie prime alimentari, che negli ultimi anni ha determinato un'impennata nei prezzi e impedito alle organizzazioni internazionali come il Programma alimentare mondiale (Pam) di soddisfare i bisogni delle popolazioni. In secondo luogo la colpa è dei biocombustibili, che sottraggono terre fertili all'agricoltura alimentare. Poi c'è il debito estero, che soffoca i paesi più poveri e impedisce loro di investire nell'agricoltura di sussistenza.

    Un altra ragione è rappresentata dal dumping agricolo, a causa del quale sui mercati di Dakar o di Cotonou la frutta, i legumi e i polli francesi, greci, tedeschi o portoghesi sono venduti a un terzo o alla metà del prezzo rispetto ai prodotti africani equivalenti. Infine l'accaparramento delle terre da parte dei fondi d'investimento e delle grandi multinazionali, che cacciano i contadini locali per coltivare prodotti destinati esclusivamente al mercato occidentale.  

    L'Ue è responsabile?

    I paesi dell'Ue sono pienamente responsabili del dumping agricolo. A cominciare dalla Francia: nel 2005, durante i negoziati dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) a Hong Kong, il segretario generale Pascal Lamy ha proposto di ridurre progressivamente gli aiuti alle esportazione fino a farli scomparire entro cinque anni. La Francia si è opposta ferocemente, soprattutto a causa dell'influenza delle camere di commercio agricole. E così il dumping va avanti, mentre ai contadini africani viene impedito di commercializzare i loro prodotti.  

    Cosa può fare l'Europa per combattere la fame nel mondo?

    La Commissione europea attualmente è composta da mercenari al servizio delle piovre del commercio agroalimentare. L'influenza delle lobby su Bruxelles è incredibile. Se volessero potrebbero fermare il dumping agricolo domani. Bruxelles continua a dare prova di un'ipocrisia senza limiti: mentre l'Europa parla di giustizia mondiale e di sviluppo, gli 87 paesi dell'Acp [Africa-Caraibi-Pacifico, sostanzialmente le ex colonie europee] vengono tenuti in una condizione di inaccettabile inferiorità. Pensate che sono stati costretti ad accettare accordi di investimento che li obbligano a mettere sullo stesso piano le imprese locali e le multinazionali occidentali.

    La Commissione europea ha detto a questi paesi: "volete contestare la nostra politica di sovvenzioni agricole alle esportazioni? Ok, ma noi allora dobbiamo riconsiderare i nostri aiuti allo sviluppo". È peggio del colonialismo, è una sorta di fascismo estero. I diritti dell'uomo scompaiono una volta oltrepassati i confini dell'Europa, oltre i quali esiste solo la legge della giungla.  

    Di chi è la colpa della crisi che sta attraversando l'Europa?

    La colpa è dell'enorme debito, che si è accumulato perché i governi hanno deciso in due occasioni di salvare le banche, la prima volta nel 2008 e la seconda negli ultimi tempi. Gli stati europei hanno deciso di ricapitalizzare le banche con denaro pubblico che non hanno e che intendono raccogliere tagliando le spese e aumentando le tasse. Risultato: il potere di acquisto dei lavoratori diminuisce, così come i servizi sociali. La cosa incredibile è che gli stessi governi non sono in grado di imporre una regolamentazione alle banche. Dal 2008 non è cambiato assolutamente niente.  

    Quali sono le soluzioni?

    Bisogna fare due cose: innanzitutto smontare le banche separando il settore "investimenti" da quello di "deposito". Una banca non dovrebbe portare avanti entrambe le attività. In secondo luogo bisogna nazionalizzare gli istituiti di credito. Non si tratta di una questione ideologica: basta ricordare che nel dopoguerra De Gaulle ha nazionalizzato il credito. Oggi l'incapacità dei leader occidentali di imporre agli oligarchi del sistema bancario regole precise in nome del bene comune è disarmante.  

    Cosa pensa del movimento degli "indignati"?

    Siamo vicini all'insurrezione delle coscienze. Ma è difficile prevedere il futuro di questo movimento. I processi rivoluzionari nella storia seguono un'evoluzione misteriosa, imprevedibile: "Caminante no hay camino, se hace camino al andar" ("Viandante non c'è via, la via si fa con l'andare"), diceva il poeta spagnolo Antonio Machado. La coscienza collettiva sa cosa non vuole: non vuole un mondo in preda al cannibalismo, dove alcuni uomini sono direttamente responsabili dell'ecatombe per fame di 35 milioni di individui all'anno. E non bisogna avere paura di rischiare: la diplomazia multilaterale e la democrazia possono risolvere ogni problema.

    I diritti umani, la libertà di stampa, la mobilitazione popolare, le elezioni e gli scioperi generali sono tutti strumenti per combattere i meccanismi della fame nel mondo. La borsa dipende dalla legge, e gli stati possono proibire da un giorno all'altro ogni forma di speculazione sulle derrate alimentari e imporre tariffe proibitive all'importazione di bioetanolo. I ministri europei dell'agricoltura potrebbero pretendere la fine del dumping agricolo, mentre gli stati membri dell'Fmi potrebbero votare la cancellazione del debito dei paesi più poveri. (traduzione di Andrea Sparacino)  

    Intervista e foto di Gian Paolo Accardo.

    * "Distruzione di massa. Geopolitica della fame", prossimamente tradotto in Italia da Il Saggiatore.

  • L’Ue di Putin punta l’Ucraina

    12 ottobre 2011

    L'appello di Vladimir Putin per la creazione di un'"Unione eurasiatica" delle repubbliche ex sovietiche è stato accolto con scetticismo in occidente – dove la profonda crisi dell'Ue rende impensabile una proliferazione del modello sovranazionale. Ma come ha precisato lo stesso Putin, in questo caso "non si tratta di politica".

    Gli strascichi della condanna di Yulia Timoshenko sembrano offrire una prima dimostrazione. Se l'Europa ha reagito con indignazione alla "sentenza politica" e minacciato il blocco dell'accordo di associazione tra Kiev e Bruxelles, Putin ha ben più pragmaticamente espresso rispetto per l'autonomia della giustizia ucraina nel caso Timoshenko – che è stata sua partner d'affari, ma non è certo una sua parente politica – e messo in chiaro l'unica cosa che conta: condanna o no, il contratto per la vendita di gas russo, oggetto delle accuse all'ex pasionaria della rivoluzione arancione, non si tocca.

    O meglio: il prezzo sfavorevole imposto nel bel mezzo dell'emergenza energetica del 2009 all'indebolita Timoshenko può essere rivisto, a patto però che Kiev accetti di entrare nell'Unione doganale russa, saltando di nuovo sulla sponda orientale del fossato che divide le sfere d'influenza di Mosca e Bruxelles.

    "L'Unione eurasiatica promette di essere il leitmotiv della presidenza Putin, che potrebbe cominciare nel 2012 e durare fino al 2024", avverte Asia Times Online. "Se l'Ucraina entrasse nell'unione doganale, l'Unione eurasiatica sarebbe già realtà". A bordo c'è già il Kazakistan, che l'Ue ha insistentemente corteggiato per ottenere un aumento delle forniture di gas, ricevendo una risposta freddina. L'Unione eurasiatica sarà ancora nella mente di Putin, ma dispone già di argomenti molto convincenti.

  • INTERVISTA

    Mauro Biani: “Si può fare satira su tutto”

    07 ottobre 2011

    "L'Europa in guerra in Libia, missione umanitaria", uscita su Liberazione il 20 marzo 2011, è la vignetta vincitrice del primo concorso "Una vignetta per l'Europa", organizzato dalla rappresentanza in Italia della Commissione europea. Abbiamo incontrato il suo autore, Mauro Biani, classe 1967, romano, in occasione della sua premiazione, che è avvenuta durante il festival Internazionale a Ferrara, il 2 ottobre. 

     

    Presseurop – Come le è venuta l'idea della vignetta sulla guerra in Libia?

    Mauro Biani – È venuta di pancia, immediatamente, proprio nei giorni in cui la NATO aveva cominciato a bombardare la Libia. Ho quindi pensato agli aerei e alle pompe di benzina: era abbastanza chiaro sin da allora come le cose sarebbero andate.

    Si può ridere –  e disegnare –  di tutto?

    Sì, si può e si deve poter parlare di tutto. E quindi, prendendosene la responsabilità, anche fare satira su tutto. Non ci dovrebbe essere nessuna autocensura sul pensiero e sulle opinioni. Nel mio giornale, poi, sono libero di affrontare qualsiasi tema.

    Ci sono argomenti tabù in Italia?

    In generale è difficile prendere in giro le cose, le persone o le idee che hanno un forte seguito nell’opinione pubblica, che sono popolari. Prendere in giro figure che sono screditate, come per esempio Berlusconi, è praticamente un esercizio di stile. Più difficile è riflettere sui tic e sulle parole d’ordine della sinistra, del popolo di sinistra.

    Si può ridere dell’Europa?

    Certamente! la satira, come l’informazione, aiutano attraverso la riflessione, a pensare, a sapere che l’Europa c’è, che esiste un’entità chiamata Unione europea. A maggior ragione in questo periodo, in cui l’Europa è sotto i riflettori. Aiuta molto anche a sprovincializzare il dibattito politico italiano.

    Che cosa le ispira l’Europa?

    Vorrei che fosse più unita, soprattutto politicamente. Vorrei si superassero le particolarità nazionali, perché, volenti o nolenti, la storia ci porta verso un destino comune. Oggi si continua a far politica come se gli altri paesi non ci fossero, o che, se ci sono, vadano fregati o superati. È un rapporto più utilitaristico che ideale. Ho però l’impressione che siamo ancora lontani da una maggiore unità, forse per le vicissitudini che attanagliano l’euro in questo momento. Vorrei che la politica riprendesse il sopravvento sull’economia, che sembra dettare ogni cosa, mettendo in pericolo anche la democrazia, a livello della stessa Europa. Una politica che faccia gli interessi dei popoli europei e non delle banche.

    Intervista di Gian Paolo Accardo.

  • CUCINA

    Ferrara, festival e dolcezza

    30 settembre 2011

    Dal 30 settembre al 2 ottobre, giornalisti, scrittori, artisti e lettori provenienti da 35 paesi si incontreranno a Ferrara per partecipare al festival di Internazionale. Tanti gli incontri su temi e paesi internazionali. Molto spazio sarà dedicato anche all’Europa. Tra le altre cose, si discuterà di Genova a dieci anni dal G8 con Jeff Israely, Eric Jozsef, Serge Enderlin e Bianca Berlinguer. Si parlerà della crisi economica in Europa con Paddy Agnew, Dimitri Deliolanes, Michaela Namuth, Lepisto Pertti e Emilio Dalmonte.

    Dagmawi Yimer, Gabriele Del Grande, Francois Renaut, Francesca Zuccaro e Lucia Goracci prima e Eric Jozsef, Dario Menor Torres, Gabriela Preda, Lucio Battistotti e Jacopo Zanchini poi, si confronteranno sulle problematiche legate all’immigrazione in Europa. Anche le donne europee saranno protagoniste con Liisa Liimatainen, Antoinette Nikolova, Irene Hernandez Velasco, Maria Nadotti e Philippe Ridet. Rifletteremo sull’economia mafiosa in tempo di crisi e sul lavoro precario o che non c’è. Sorrideremo infine grazie alle vignette satiriche e di informazione politica europea.

    Ferrara è una città bellissima e una cornice azzeccata per il Festival. Avremo tre giorni per nutrire le nostri menti, per imparare e confrontarci, per sentirci meno soli (l’anno scorso al Festival c’erano più di 50 mila persone!). In questi tre giorni, quando il nostro stomaco gorgoglierà potremo saziarlo con degli ottimi tortelli alla zucca, o un’abbondante porzione di salama da sugo. Per i più frugali una piadina al prosciutto di Parma, per i più golosi un’ottima zuppa inglese.

    Pare infatti che il dolce sia nato proprio in Emilia Romagna nell'immediato dopoguerra, mentre le forze alleate erano ancora alloggiate nella regione. Le antiche massaie lo preparano seguendo le istruzioni dei soldati inglesi che volevano un piccolo assaggio di casa. Il risultato fu così riuscito che il dolce continuò a essere servito anche dopo che le truppe alleate erano tornate in patria.

    La ricetta per la zuppa inglese compare però anche in “La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi, pubblicato nel 1891, più di mezzo secolo prima che le truppe britanniche, con la loro crema pasticcera in polvere raggiungessero le coste italiane.

    Altri vorrebbero assegnare i natali della zuppa inglese alla Francia durante la guerra cent’anni, quando il piatto era un modo di mandare “dolcemente” a quel paese gli avversari inglesi. Più credibile, ma ancora senza fonti certe, è la teoria secondo la quale il dessert fu creato da una ragazza fiorentina che lo servì a Fiesole a una famiglia inglese nel 1500.

    La teoria più accreditata però è quella che vuole che la squisita zuppa inglese sia nata proprio a Ferrara. Nel 1500 i duchi d’Este, che governavano la città e avevano intensi rapporti commerciali e diplomatici con la corte elisabettiana, chiesero ai loro cuochi di ricreare l’ottima “english trifle” che avevano avuto modo di gustare dagli amici inglesi.

    Il trifle era un modo per recuperare gli avanzi dei fastosi pranzi reali e consisteva in pezzi di biscotti imbevuti di vino porto e coperti da pezzetti di frutta e crema di latte. La variante ferrarese prevede l’utilizzo delle “brazadele”, tipici biscotti fatti in casa, inzuppati con l’alchermes per dare la tipica colorazione rossastra e ricoperti di crema pasticcera.

    Ecco i consigli dell’Independent per chi non potrà essere al Festival di Ferrara e volesse prepararla anche a casa in una variante al cioccolato e arancia:

    Ingredienti:

    600ml / 1 litro di latte intero

    scorza grattugiata di 2 arance

    scorza grattugiata di 1 limone

    1 baccello di vaniglia, diviso a metà per il lungo

    8 uova

    125g di zucchero semolato

    120g di farina

    5 cucchiai di cacao amaro

    80g di buon cioccolato fondente, tritato

    80ml di limoncello

    20 savoiardi

    Per le arance candite:

    2 arance

    250g di zucchero semolato

    250ml d’acqua

    Preparazione:

    Preparate prima le arance candite. Tagliate le arance a rondelle sottili e scottare in una pentola di acqua bollente per circa un minuto. Scolatele e raffreddatele in acqua fredda. Ripetere il procedimento due volte. Sciogliete lo zucchero nell'acqua in una piccola casseruola col fondo spesso a fuoco medio e portate a ebollizione. Aggiungete le arance, abbassate leggermente la fiamma e cuocete per 10-15 minuti o fino a quando lo sciroppo è vischioso. Togliete dal fuoco e mettete da parte a raffreddare.

  • CUCINA

    Il miglior ambasciatore della Turchia

    23 settembre 2011

    Dopo anni di ostracismo tedesco, Ankara sembra aver perso molto del suo interesse a entrare nell’Unione europea e una felice conclusione dei negoziati appare ancora molto distante. Eppure c'è un pezzo di Turchia che ha ormai da anni messo salde radici nel Vecchio continente, e proprio a partire dalla Germania.

    Lo scorso anno circa 350 imprese tedesche hanno prodotto più di 400 tonnellate di carne per realizzare il classico panino col kebab, per un giro d'affari di circa 2 miliardi e mezzo di euro all’anno. Un fenomeno che ha radici nel massiccio afflusso dei Gastarbeiter turchi in Germania a partire dagli anni sessanta. La carne d’agnello cotta sul tipico spiedo verticale e accompagnata dal riso era uno dei loro piatti preferiti. Mahmut Aygun, immigrato a Berlino a sedici anni, ebbe l’idea di servirla all’interno di una pita, per permettere agli avventori del suo ristorante di gustarla andandosene a zonzo. Era il 2 marzo 1971.

    In più di un’occasione l'ingegno di Aygun ci ha salvato lo stomaco e pure la faccia. Quella sera che abbiamo deciso all’ultimo momento di andare al cinema o che abbiamo fatto tardi a lavoro. Quando quell’amico ci è piombato a casa proprio all’ora di cena e il frigo era vuoto. “Ti va un kebab?” Come dire di no.

    Gli arabi lo chiamano shawarma, gli albanesi suflaqe e i greci e gli ungheresi gyros. I francesi sostituiscono la baguette alla pita, i bulgari usano la carne di pollo invece di quella d’agnello, i polacchi aggiungono insalata di cavoli. Ecco la ricetta del Guardian:

     

    Ingredienti:

    700 gr di filetto di collo d'agnello

    Per la marinatura:

    3 cucchiaini di coriandolo

    3 cucchiaini di cumino

    2 cucchiaini di paprika

    1 cucchiaio e mezzo di sciroppo di melograno

    1 quarto di cucchiaino di pepe nero macinato

    Per l'accompagnamento:

    150 gr di cavolo cappuccio

    75 gr di foglie di spinaci

    mezza cipolla rossa

    1 limone

    6 pite

    3 pomodori

    8 peperoncini

    salsa all'aglio

    salsa piccante agrodolce

     

    Tostate il coriandolo e il cumino in una padella e tritateli. Mischiateli in una terrina con gli altri ingredienti della marinatura, aggiungere la carne d'agnello e lasciar riposare per almeno 3 ore in frigo. Far stemperare e condire con il sale. Scaldare la griglia e cuocere a fuoco medio alto per 2/3 minuti, abbassare la temperatura e cuocere per altri 15 minuti, girando spesso. Condite il cavolo, la cipolla e gli spinaci con il limone e salate a piacimento. Tagliate la carne in diagonale attraverso le fibre. Scaldate le pite e apritele, unite la carne e l'accompagnamento e aggiungete il pomodoro a fette, il peperoncino e le salse.

  • Libri

    Un piccolo grande paese

    14 settembre 2011

    Sono rare in Europa le dichiarazioni d'amore per il proprio paese. Cinici, disincantati, scottati dalle guerre e dal passato… se si escludono i capi di Stato, di cui è compito precipuo, gli Europei che riescono a parlare di amor patrio senza ridere o sogghignare sono ormai una sparuta minoranza, che si concentra per l'essenziale nei partiti di estrema destra. 

    Luca Sofri non fa sicuramente parte di questi ultimi –  è direttore del Post –  eppure, nel suo saggio Un grande Paese (Rizzoli, 2011), esprime con passione il suo attaccamento all'Italia. Ma non quella di oggi : l'Italia fra vent'anni. Perché questo è il tempo che occorrerà secondo Sofri per fare della Penisola un paese di cui essere orgogliosi.

    Dell'Italia odierna infatti non c'è molto da essere fieri, come ricorda Sofri, che traccia di alcuni aspetti del suo paese un ritratto allo stesso tempo lucido e contemporaneo –  che si somma, non sostituisce, a quello che la maggior parte degli italiani già sa. Un paese che, unico tra quelli occidentali, negli ultimi vent'anni è regredito sia dal punto di vista culturale, che politico e sociale. Un paese plasmato dalla cattiva televisione e da una politica ancor peggiore, e in cui l'antielitismo e la demagogia sono diventati le ideologie dominanti. Un paese in cui le persone della sua generazione (i 30-40enni istruiti) fanno fatica a riconoscersi e a trovare una collocazione: mentre nel resto d'Europa sono classe dirigente, in Italia sono eternamente "giovani promettenti", che aspettano con esagerata pazienza il momento in cui i gerontocrati si faranno da parte.

    Come se ne esce? Sofri formula alcuni consigli di disarmante buon senso –  "fare le cose giuste", "comportarsi bene", "essere responsabili", "rispettare e valorizzare la cultura e le persone" – che farebbero sorridere (sembrano rivolti a bambini di otto anni) se non rivelassero invece a che livello di smarrimento e di regressione è giunta l'Italia. Al punto cioè che occorre tornare all'ABC della convivenza civile e dell'educazione.

    Qualche critica? Forse si può rimproverare a Luca Sofri di cercare l'ispirazione e di trovare dei paragoni troppo lontani –  negli Stati Uniti di Barack Obama in particolare. Diversi paesi a noi più vicini geograficamente e culturalmente – come la Francia, la Spagna o, più particolarmente, la Germania, per citarne solo alcuni – il problema dell'amor di patria se lo pongono o se lo sono posti e hanno dato risposte più simili a quelle che, probabilmente, si potrebbero dare in Italia. E, da europeisti, gli si potrebbe anche rimproverare di non evocare l'Europa come successore più contemporaneo delle patrie nazionali, che sanno un po' di Ottocento.

    Va dato atto a Luca Sofri di non avere, contrariamente a molti suoi coetanei che hanno preferito cercare fortuna all'estero o rimanere in Italia ritagliandosi un angolino tranquillo, gettato in qualche modo la spugna e di credere ancora che sia possibile fare qualcosa per il proprio paese. E, visto lo stato in cui versa l'Italia, non è cosa da poco.

  • Manovra

    Ingrati teutoni

    09 settembre 2011

    Nel presentare l'ultima (?) incarnazione della manovra che dovrebbe placare le ansie sul debito italiano, Silvio Berlusconi ha rivendicato i "sacrifici enormi" che questa è costata e invocato la gratitudine dell'Europa e soprattutto della Germania, la cui cancelliera Angela Merkel aveva avuto la mala grazia di accostarci alla Grecia. Ma almeno a giudicare da quanto ha scritto la Suddeutsche Zeitung, gli sforzi di Berlusconi non hanno esattamente conquistato i cuori e le menti dei tedeschi:

    Non era mai capitato che un paese fondatore della Unione europea si comportasse in modo così svergognato nei confronti della comunità europea come sta facendo l’Italia. [...] La strategia di risanamento del governo, che ha cercato di nuovo di rinviare il problema alla prossima legislatura, appare troppo stravagante, troppo italiana. [...] Berlusconi e i suoi hanno fatto di tutto per peggiorare ulteriormente la situazione del loro paese e per danneggiare ancora di più l’immagine dell’Italia agli occhi dei mercati finanziari mondiali. Ormai è chiaro: il salvagente della Bce ha liberato Berlusconi da quelle pressioni che gli sarebbero servite per riformare lo stato. Grazie agli aiuti giunti dall’Europa, Roma ha potuto tornare tranquillamente alla solita politica clientelare.

    Dopo questo scrosciante applauso, la Suddeutsche si chiede se valga ancora la pena intervenire in favore dell’Italia.

    Forse non ne vale la pena. [...] In questo momento l’Italia di Berlusconi non ha bisogno di parole d’incoraggiamento, ma di pressioni intense. Quanto al primo ministro che se ne andrebbe volentieri dal “paese di merda”, meglio che lo faccia al più presto. Per l’Italia sarebbe una fortuna se l’uomo che ha plasmato quasi vent’anni di politica nazionale facesse finalmente i bagagli. La Bce potrà salvare l’Italia soltanto se il paese si aiuterà da solo. Ma a Berlusconi il suo paese non interessa. Lui è interessato solo a se stesso.

  • Intervista

    Paolo Rumiz: “Il cuore dell’Europa batte a est”

    08 agosto 2011

    Per l'autore di Aux Frontières de l'Europe (edizioni Hoebeke, 2011) solo in alcuni paesi ex comunisti e lungo le attuali frontiere dell'Ue si può ancora incontrare la vera anima del Vecchio continente. 

     

    Come le è venuta l'idea di viaggiare lungo la frontiera orientale dell'Unione europea?

    Cercavo una frontiera che fosse ancora tale. La mia città è Trieste, sono un figlio della frontiera. Sono nato lo stesso giorno in cui è stata eretta la frontiera a ridosso di Trieste, il 20 dicembre 1947, poi abbattuta il giorno del suo sessantesimo anniversario, in occasione dell'entrata nello spazio Schengen di diversi paesi dell'Europa orientale, che ha coinciso ovviamente con il mio sessantesimo compleanno. Quella sera ci siamo guardati, io e la mia compagna polacca (la fotografa Monika Bulaj, ndr), e ci siamo detti: "Dopo aver passato 60 anni a voler abbattere le frontiere, come faremo adesso che non esistono più?". Si trattava di un formidabile invito a viaggiare: dove è finito oggi il senso di mistero che aveva la frontiera? Quel giorno un po' sbronzi, un po' euforici, mentre rimuovevano il vecchio passaggio a livello della frontiera, in mezzo a un bosco nella valle di Rosandra, dove si trovava l'ultimo albergo italiano prima della Jugoslavia, ho deciso che sarei andato alla ricerca di una vera frontiera: un posto dove avrei potuto trovare ancora una vera polizia di frontiera.

    E l'ha trovata?

    Eccome! Ma si rende conto? Se avessi intrapreso questo viaggio 25 anni fa, una volta entrato in Slovenia, non avrei mai dovuto mostrare il passaporto perché sarei rimasto nell'area del patto di Varsavia e dell'ex Unione Sovietica. Questa volta al contrario le entrate e le uscite continue dallo spazio Schengen e dall'Unione europea mi hanno portato – soprattutto fra la Norvegia e la Russia – a incontrare delle guardie di frontiera molto più rigide rispetto a prima della caduta del Muro. Volevo vedere cosa ci fosse oltre queste barriere, dietro questi limiti. Ma in poco tempo ci si rende conto che non vi è alcuna differenza da un lato all'altro della frontiera, nonostante queste barriere assurde, e che in realtà la linea di frontiera dell'Ue corre lungo una serie di regioni dai nomi magnifici, come la Curlandia (Lituania), il golfo di Botnia (Scandinavia) o la Dobrugia (fra Romania e Bulgaria), che esistevano prima della grande febbre nazionalista del diciannovesimo secolo e che costituiscono il vero cuore del continente.

    Si dice che il cuore geografico dell'Europa sia da qualche parte a ovest dell'Ucraina…

    L'Europa ha diversi cuori: uno in Lituania, uno nei Carpazi, uno in Polonia. Tutto ciò dipende da come si misura l'Europa. Quello che è certo è che più alta che larga. Il centro dell'Europa non è per il momento che una pallida imitazione dell'occidente, dove vi si ritrovano vigorose tracce d'oriente. Questa miscela di elementi slavi ed ebraici, che sono l'anima profonda dell'Europa, l'ho trovata solo in queste regioni di frontiera. È in questi posti, in Russia, in Ucraina, in Polonia, che secondo me batte il cuore dell'Europa così come la immaginavo e la cercavo: una sorta di femminilità materna dai grandi fiumi.

    Dal suo racconto si avverte un amore quasi smodato per lo spirito slavo e per lo stile di vita delle persone che ha incontrato. E viceversa, una forma di disgusto nei confronti di alcuni aspetti dell'Europa occidentale.

    L'Europa occidentale è un mondo più omogeneo, più falso, di celluloide, dove il tempo scorre ogni giorno più veloce e si consuma in una corrida di email e di sms, dove si è perso ogni contatto con la terra, "zemljia" in russo, un nome che con "voda", acqua, mi ha seguito lungo tutto il mio viaggio.

    Nel suo libro fa l'elogio dell'autenticità degli abitanti di queste regioni di frontiera. Tuttavia, molti di loro hanno un solo desiderio: vivere in Europa occidentale o comunque adottarne lo stile di vita. 

    Una cosa di cui ovviamente dobbiamo tenere conto. Ma, senza dir loro che si sbagliano, si può comunque fargli capire che non è tutto oro quel che luccica. Del resto, le persone anziane ne sono consapevoli: sanno che la solidarietà che caratterizza le relazioni interpersonali non esiste più fra i giovani "occidentali".

    Nel suo libro evoca "l'anima slava", come la definirebbe?

    Gli slavi sono consapevoli di non costituire il cervello del continente ma piuttosto le viscere: manifestano apertamente i loro istinti e questo può sfociare in un'aggressività incredibile, ma in altre situazioni sono di una tenerezza indimenticabile. Nel mio libro parlo di una scena vista a Minsk, dove un uomo che suona la fisarmonica viene avvicinato da un gruppo di ragazze che gli dicono: "Dài, Igor, facci piangere!". Un occidentale non lo avrebbe mai fatto, si sarebbe limitato a chiedergli una canzonetta per anestetizzare la sua vita troppo veloce, troppo priva di senso. Quello che mi piace negli slavi è questo lato tenebroso, questa malinconia.

    L'adesione di una decina di paesi ex comunisti all'Ue ha cambiato l'Europa?

    Sì, perché hanno rappresentato l'arrivo di un'importante ondata di nazionalismo. Da questo punto di vista, i polacchi sono un disastro, con la loro convinzione di essere un popolo martire che ha resistito al moloch comunista; hanno riscoperto il nazionalismo dopo la fine del nazionalismo. In Polonia questo atteggiamento è patologico, si tratta di un mondo incentrato su se stesso. Da questo punto di vista, quello che si verificato dopo il disastro aereo in cui è morto il presidente Lech Kaczynski è esemplare: mai passare per degli imbecilli di fronte ai russi.

    Nel suo libro sembra rimproverare l'Europa e le sue istituzioni.

    Rimprovero all'Europa e all'Italia di dormire e di non rendersi conto delle forze nazionaliste e centrifughe che lacerano il continente. Non abbiamo ancora imparato la lezione dei Balcani: a una popolazione priva di punti di riferimento basta indicare un nemico per spingerla ad adottarlo come tale. Oggi, una classe dirigente in difficoltà, se volesse trasformare un braccio di ferro politico in un braccio di ferro etnico, non avrebbe alcuna difficoltà a farlo. Non abbiamo più gli anticorpi antifascisti, ma non abbiamo più neanche gli anticorpi della critica. Da questo punto di vista l'Italia – così come il Belgio – rappresenta una zona a rischio, permeata da un'esasperata vittimizzazione regionalista. Una forma di rancore della periferia nei confronti del centro.

     

    Intervista di Gian Paolo Accardo

  • Dominique Strauss-Kahn

    Il Berlusconi esagonale

    07 luglio 2011

    Nell'imponderabile mole di commenti prodotta dalla stampa francese sull'affaire Dsk, vale forse la pena segnalare l'intervento di Jean Quatremer di Libération, se non altro per l'inusuale lunghezza e ferocia del suo attacco frontale contro l'ex direttore del Fmi, i suoi non meglio identificati "amici" e quella parte del Partito socialista francese che ha "perso la battaglia morale" per aver gioito della sua scarcerazione.

    "Un tipo che ha un rapporto sessuale con una cameriera a mezzogiorno in una suite di lusso prima di pranzare con sua figlia e prendere l'aereo per raggiungere la moglie (la citazione è di Sylvie Kauffmann di Le Monde) può candidarsi alla guida di un paese?", si chiede Quatremer. E perché no, di grazia? Va ormai di moda dire che l'Italia ha esportato il berlusconismo nel mondo, ma a quanto pare stiamo esportando anche uno dei tratti peggiori dell'antiberlusconismo: il prevalere del moralismo sulla valutazione delle qualità effettivamente necessarie allo svolgimento delle funzioni di un capo di stato.

    E infatti, poche righe più tardi: "I socialisti si apprestano a sostenere senza esitazione un Berlusconi esagonale [l'Esagono essendo la Francia], gli stessi per cui non ci sono parole abbastanza dure per definire il leader italiano. Il paragone [che non a caso non era sfuggito neanche alle speculari follie di Giuliano Ferrara e Marco Travaglio] regge tanto più in quanto Dsk ha ostentato senza vergogna la sua fortuna", dato che dopo la scarcerazione ha pranzato in un ristorante di lusso e pagato un conto da 600 dollari. A proposito di paragoni, almeno il Berlusconi della "gauche truffe (tartufo)" non ci si è fatto accompagnare con un aereo di stato.

  • Il crepuscolo del sarkoberlusconismo

    13 giugno 2011

    Nicolas Sarkozy e Silvio Berlusconi nutrono una stima reciproca e non lo nascondono. Nel giugno del 2008 il presidente francese è stato il primo capo di stato estero a essere ricevuto da Berlusconi dopo la sua rielezione alla presidenza del consiglio. All'epoca Le Monde aveva dedicato un articolo ai due leader di governo, sottolineando i loro punti in comune:

    Entrambi di destra, grandi seduttori e abili comunicatori, condividono numerosi valori, uno stile "da arricchiti" e un talento per la teatralità […]. In economia sia Berlusconi che Sarkozy si ispirano al modello americano e venerano l'efficienza dell'impresa, ma nessuno dei due si risparmia a volte uscite interventiste se non addirittura isolazioniste.

    Il parallelismo tra i due è ormai datato, ma è stato il politologo Pierre Musso il primo a inventare il termine "sarkoberlusconismo". Il neologismo è comparso per la prima volta come titolo di un saggio pubblicato nel 2008 (Ponte alle grazie). L'opera sarà presto riesumata dagli editorialisti sui due lati della Alpi. Oggi Musso ne pubblica una versione approfondita e rivista: "Sarkoberlusconismo: la crisi finale?"

    Ossessione per la gestualità, cultura del risultato, teatralizzazione della vita pubblica: i punti in comune sono tanti, ma anche le differenze. A cominciare dalla loro carriera: uno proviene dal mondo degli affari e ha scoperto la politica tardi, "un antipolitico che scopre la politica nell'atto di entrarne a far parte", mentre l'altro è "un politico professionista che vuole rompere con la forma più classica di politica". Due percorsi diversi, ma anche grandi somiglianze nel modo di fare politica e molti elementi che giustificano il paragone di Musso:

    Comparare i due personaggi e il loro approccio permette di fare chiarezza. Comprendendo Berlusconi si scopre Sarkozy, e viceversa. L'ombra dell'uno (l'antipolitica vista dal mondo dell'impresa) è la luce dell'altro (la politica reinventata dall'impresa). Nel centauro sarkoberlusconiano ritroviamo le due figure del principe immortalate da Machiavelli: il politico professionista e l'uomo che viene dal privato.

    Secondo Musso però il sarkoberlusconismo è in difficoltà, indebolito dalla crisi economica e sociale in Francia e dai problemi giudiziari e d'immagine del capo di stato italiano. Ad ogni modo, l'avvenire del concetto non dipende soltanto dai due uomini che lo hanno creato.

    Se per il sarkoberlusconismo il crepuscolo sembra ormai arrivato, è anche vero che non avrà detto ancora l'ultima parola fino a quando le forze di centrosinistra non avranno messo in piedi un'alternativa valida, in Francia come in Italia, anziché limitarsi a costruire quei fronti "anti Sarkozy" o "anti Berlusconi" che non fanno altro che rafforzare i due leader.

    Il futuro del "sarkoberlusconismo" dipende anche dall'intelligenza degli avversari.

  • Perché in Italia no?

    30 maggio 2011

    "Per un momento, è sembrato che le proteste dei giovani spagnoli potessero allargarsi anche all'Italia. Dopo un po' che l'hashtag #spanishrevolution spopolava su Twitter, è nato #italianrevolution. Ma è apparso subito chiaro che la maggior parte dei tweet erano scritti da spagnoli che volevano esportare la loro protesta. Il 21 maggio erano state organizzate manifestazioni a Milano, Roma e altre città. Ma i pochi che hanno risposto all'appello erano giovani spagnoli che vivono in Italia".

    L'Economist e altri giornali europei si chiedono in questi giorni perché anche i ragazzi italiani non stiano manifestando e occupando le piazze. Dopotutto, spiega il settimanale britannico, di motivi ne avrebbero, eccome. Forse anche più dei giovani spagnoli:

    "Anche in italia c'è un sistema elettorale che dà ai leader di partito il controllo assoluto sulla selezione dei candidati. Anche in Italia l'economia è in difficoltà e ci sono tassi altissimi di disoccupazione giovanile (29 per cento di media, ma che nel sud del paese si avvicina al 41 per cento della Spagna). E, a differenza della Spagna, l'Italia è una gerontocrazia dove i giovani si sentono politicamente frustrati".

    Sull'Irish Times, Paddy Agnew cita il recente rapporto del Censis secondo cui i "giovani italiani sono in via d'estinzione", e scrive: "La cosa peggiore è che molti di loro, invece di indignarsi come gli spagnoli, hanno praticamente gettato la spugna sul precariato". Come dimostra il fatto che, tra i giovani italiani, quelli che si sono dati per vinti (i cosiddetti "Neets": not in education, employment or training) sono l'11 per cento. Contro una media europea del 3,4 per cento. Come si spiega questa apatia? O meglio, l'incapacità di trasformare lo sconforto in indignazione organizzata e mobilitazioni di piazza?

    Una chiave di lettura la dà l'Economist: "In entrambi i paesi i giovani sono vittime di un mercato del lavoro che produce da una parte impiegati coccolati, che di solito ottengono un posto fisso nel settore pubblico, e dall'altra forza lavoro che rimane fuori dal sistema. E che comprende soprattutto i giovani che, se lavorano, lo fanno a condizioni contrattuali estremamente precarie".  

    "La differenza è che i giovani spagnoli sembrano aver capito che il sistema è sostenuto anche dai partiti di sinistra e dai sindacati. Al contrario dell'Italia, dove le idee liberali riguardo al mercato del lavoro sono ancora poco diffuse, e i giovani si dividono tra quelli (soprattutto laureati) che lasciano il paese o sperano di farlo e quelli che rimangono, nella speranza di diventare a loro volta impiegati statali coccolati. Un recente sondaggio ha mostrato che il lavoro più ambito tra gli italiani tra i 26 e i 50 anni è quello di impiegato pubblico".  

    Una spiegazione per certi versi superficiale, ma che aiuta a capire la differenza tra le attuali mobilitazioni spagnole e quelle che ci sono state in Italia negli ultimi tempi, come il popolo viola e le proteste contro il decreto Gelmini. I movimenti dei due paesi hanno vari aspetti in comune (la mobilitazione sui social network, l'età media dei partecipanti, l'assenza di una leadership organizzata, alcune rivendicazioni) ma si distinguono per gli scopi finali dei manifestanti.

    In Italia si è trattato finora di proteste contro singoli provvedimenti del governo o contro il presidente del consiglio in persona. Mobilitazioni che in genere sono sostenute dai sindacati e dall'opposizione e osteggiate dal governo. E che, quindi, sono facilmente strumentalizzabili, da una parte o dall'altra. Cosa che invece non sta succedendo in Spagna, dove a essere messo messo in discussione è l'intero sistema.

  • Intervista

    Mario Monti: “Gli Stati membri devono prendersi le loro responsabilità”

    17 maggio 2011

    L'ex commissario europeo al mercato interno e alla concorrenza Mario Monti è uno dei principali esperti e sostenitori del mercato unico europeo. Per questo nel 2010 il presidente della Commissione José Manuel Barroso gli ha chiesto di stilare un rapporto su "Una nuova strategia per il mercato unico". Presseurop lo ha incontrato a Firenze in occasione del Festival d'Europa.

    Mario Monti, il fatto che vengano rimessi in discussione alcuni principi del mercato unico, come ad esempio quello della libera circolazione, è il prodotto della crisi attuale o il segno di una tendenza più profonda? "Le difficoltà economiche attuali evidentemente influiscono", risponde Monti lamentando una "tendenza a vivere con meno convinzione e meno entusiasmo" che ha colpito il mercato unico.

    Monti, presidente dell'Università Bocconi di Milano, riscontra una certa "stanchezza nell'integrazione", che si è manifestata in particolar modo in occasione dei referendum francesi e olandesi del 2005, e "una stanchezza del mercato unico". Con l'avvento della crisi finanziaria "molti si sono domandati: l'economia di mercato è la soluzione giusta?" Secondo l'ex commissario è "evidente che sia l'unica soluzione", anche se il suo funzionamento e la sua supervisione dovranno essere migliorati.  

    La complessità del mercato unico e processi politici e legislativi europei è una delle ragioni del disinteresse – se non dell'euroscetticismo – dei popoli d'Europa. "È difficile spiegare i benefici spesso invisibili ma assolutamente reali del mercato unico", sottolinea Monti. Per questo bisogna "cambiare in modo mirato certe politiche del mercato unico". "Molti dei miei suggerimenti sono diventati oggetto di proposte specifiche da parte della Commissione", aggiunge con soddisfazione l'autore della Nuova strategia per il mercato unico.

    Resta da conquistare il sostegno degli stati membri e dei loro leader, sottomessi a scadenze elettorali e difficoltà economiche. Con l'aria di uno che non si fa troppe illusioni, Monti sostiene che il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy dovrebbe dedicare una seduta del Consiglio al mercato unico, "per far assumere una responsabilità visibile al più alto livello dei nostri governi". "In tal caso - spera l'ex commissario - sarebbe un po' meno facile sganciarsi e rimanere nell'ombra davanti agli sforzi comuni necessari a garantire a lungo termine la crescita, l'impiego e la solidità dell'euro".  

    A pochi giorni di distanza dall'annuncio del piano di aiuti al Portogallo, e in un momento in cui la situazione della Grecia suscita parecchia preoccupazione e mette in moto in dicerie su una possibile uscita di Atene dalla moneta unica, l'Europa deve temere l'aggravarsi della crisi?
    "Spero che il peggio sia ormai alle nostre spalle", risponde Monti constatando che "qualsiasi cosa accada, l'Europa è ora in una situazione migliore per affrontarla". Con "rimarchevole rapidità ha cancellato i suoi ritardi", e dispone oggi di una governance "molto più efficace", assicura Monti.

  • Intervista

    Antonio Tajani: i cittadini vogliono risposte che gli stati non possono dare

    10 maggio 2011

    Presseurop ha incontrato Antonio Tajani, vicepresidente della Commissione europea e commissario all'industria e all'impresa, durante il festival internazionale del giornalismo a Perugia.  

    PE: In occasione delle rivolte popolari in Nordafrica l'Ue è stata molto discreta, quasi assente. Valeva la pena creare un Servizio europeo di azione esterna (Seae) e stanziare milioni di euro se nel momento in cui l'Europa doveva parlare con una sola voce il suo capo, Catherine Ashton, ha taciuto?

    Antonio Tajani: Dire che Ashton si è vista poco non è corretto. Certo, si sarebbe dovuta vedere di più. Il Seae è ancora in fase di costruzione. Ashton si è recata nei paesi interessati dalle rivolte, e la Commissione è stata molto presente: [il presidente José Manuel] Barroso si è recato in Tunisia per affrontare la questione dell'emigrazione e i problemi concernenti il Maghreb e la Libia; il commissario [alla cooperazione internazionale, agli aiuti umanitari e alla gestione delle crisi Kristalina] Georgieva è stata in prima linea per quanto riguarda l'azione umanitaria; il commissario [agli affari interni Cecilia] Malmström si è recata anche lei in Tunisia per discutere i problemi legati ai flussi migratori, e io stesso sono stato in Algeria per parlare con i ministri dell'industria dell'Unione africana ed elaborare una strategia di sviluppo. La Commissione ha redatto un documento strategico sulla sua azione in Africa. Forse potevamo fare di più, ma è anche vero che siamo in piena fase di costruzione del Seae. Credo che lady Ashton abbia fatto quanto era in suo potere per dare all'Europa un ruolo il più rilevante possibile tenendo conto delle divisioni esistenti. Bisogna infatti ricordare che l'Europa e la Commissione, ma anche il Consiglio, il Parlamento e gli stati membri, presentano a volte divisioni al loro interno.  

    Gli stati membri seguono i loro interessi. A che serve allora parlare di Europa se nel momento decisivo gli stati vanno ognuno per conto proprio? Ha ancora senso parlare di politica estera europea?

    Bisogna costruirla, questa politica estera. Non si può passare dall'oggi al domani dalla politica estera nazionale a quella europea con un colpo di bacchetta magica. Si tratta di un cambiamento di strategia che prevede che gli stati membri, che hanno la loro diplomazia e i loro interessi, si abituino a sentirsi rappresentati da una sola voce diplomatica europea anche in politica estera. Allo stesso modo dovremmo avere una difesa comune, ne siamo tutti convinti. Ma anche per quello ci vorrà tempo. Le due politiche sono legate: l'intervento militare è uno degli strumenti della politica estera. Se confrontata a quella di dieci anni fa la politica estera dell'Ue ha fatto passi avanti.  

    A proposito di difesa comune, pensa che l'atteggiamento degli stati membri sulla Libia, con Parigi e Londra che hanno deciso di intervenire militarmente mentre Berlino si è opposta, stia andando nella giusta direzione?

    Quanto accaduto dimostra che una politica comune della difesa è necessaria, perché fino a quando non ne avremo una gli stati membri agiranno sulla base dei loro interessi, che non coincidono per forza con quelli dell'Europa, o sulla base di scelte che sono certamente legittime ma non sono sempre espressione dell'Unione. Nell'era della globalizzazione dobbiamo renderci conto che la competizione è su scala mondiale o dovremo accontentarci di essere relegati a un ruolo di secondo piano. L'Europa ha senso solo se ammettiamo che i cittadini hanno bisogno, in un mondo globalizzato, di risposte che gli stati membri non possono trovare da soli. Questo significa fare gli interessi dei cittadini.  

    Appunto, i cittadini…. Recentemente il saggista e filosofo tedesco Hans Magnus Enzensberger ha pubblicato il saggio Bruxelles, il mostro mansueto, in cui rimprovera alle istituzioni europee di soffrire di un grave deficit democratico e di essere un Leviatano composto da persone non elette che decidono ciò che è giusto per i cittadini senza consultarli. Da commissario europeo percepisce questo deficit?

    Parte dell'ambiguità risiede nelle parole: se i commissari europei si chiamassero semplicemente ministri e le direttive o le altre regole (anche a Bruxelles si fa fatica a distinguerle) si chiamassero leggi, il loro ruolo sarebbe più chiaro tra i cittadini. Certo, i commissari non sono eletti dal popolo, ma è anche vero che la loro nomina è sottoposta al voto del Parlamento europeo al termine di una audizione preliminare. Inoltre la Commissione deve ottenere la fiducia del Parlamento, e i commissari sono responsabili davanti all'assemblea. È vero che a volte la burocrazia europea scivola nell'eccesso, ma deve comunque restare lo strumento delle politiche al servizio dei cittadini, e non il contrario. Per questo motivo è necessario che i commissari possano fare politica.  

    Con un Consiglio che sembra voler prendere in mano le decisioni e la strategia politica, c'è ancora spazio di manovra per la Commissione?

    Si, ma non bisogna vedere le cose in termini di opposizione tra le istituzioni. La politica è anche dialogo: la Commissione propone al Consiglio, il presidente della Commissione difende le sue proposte davanti al Consiglio. Si discute, si cerca di convincere il Consiglio e alla fina la spunta chi ha più argomenti. Questo dipende anche dalla capacità e dalla forza di persuasione dei commissari. E la macchina decisionale europea è assolutamente unica al mondo.  

    Si parla di una riforma del trattato di Lisbona per integrare il patto per la competitività approvato per affrontare la crisi del debito di molti paesi dell'eurozona. È all'esame una pausa nell'integrazione europea per "digerire" le nuove misure?

    La crisi economica e finanziaria ci ha costretti ad adottare una serie di provvedimenti, e una modifica del trattato unicamente legata agli interventi in materia di politica economica e finanziaria non mi sembra impossibile.

    Intervista realizzata da Gian Paolo Accardo e Gabriele Crescente

     

  • Premio per i giovani giornalisti

    Da Dublino II al binario 15

    21 aprile 2011

    Patrocinato dalla rappresentanza in Italia della Commissione europea, il primo Premio per i giovani giornalisti è stato assegnato a Paolo Riva, dell'Università Luiss di Roma, nell'ambito del Festival internazionale di giornalismo di Perugia (13 al 17 aprile). Qui di seguito il suo articolo sui giovani afghani della stazione Ostiense di Roma. Seconde classificate ex aequo sono invece Elisabetta Terigi, della Scuola di Perugia, per "I giovani si costruiscono l’Europa",  e Giulia Serenelli, anche lei della Scuola di Perugia, per "Noi dell’est, cittadini di serie B".

     

    Cosa c’entrano l'Afghanistan, Dublino e la stazione Ostiense di Roma? Se la prima risposta che vi passa per la mente è “assolutamente niente” allora provate a chiedere a Omaid e a Mansoor, a Karim e a Zaman. Li troverete lì, questi adolescenti che hanno dovuto crescere in fretta, accampati allo scalo capitolino, arrivati dal paese asiatico dopo un lungo viaggio e diretti quasi sempre più a nord. In balia di un regolamento europeo sulle domande di asilo -il numero 343 del 18 febbraio 2003, comunemente detto Dublino II- di cui sanno poco o nulla.

    Il diciassettenne Omaid ha lasciato il suo villaggio nella provincia nord-orientale del Nuristan ormai parecchi mesi fa. “Lì ci sono i taliban. Tanti” spiega da sotto un piumone donato da qualche associazione, tremante per il vento tagliente, con la sciarpa e il cappuccio alzato, le scarpe tolte poco più in là. Ha lavorato anche per loro, dice, nei campi e in un forno. Poi, siccome è cristiano, sono iniziati i problemi. Suo cugino è stato decapitato, racconta facendo un gesto eloquente con la mano che passa sotto il suo collo, e, per la paura, lui e la sua famiglia hanno deciso di lasciare il paese.

    Dopo aver dato ad un trafficante tre asini, la loro casa e del denaro -praticamente tutto quel che possedevano- sono scappati in Pakistan. Trascorso un periodo vicino a Peshawar, dove Omaid ha imparato quell'inglese elementare con cui ora si fa capire, avrebbero dovuto attraversare il confine e passare in Iran alla volta dell'Europa. Alla frontiera, però, attraversata clandestinamente senza documenti, Omaid è stato separato dai suoi genitori, con i quali ha perso i contatti quasi subito.

    La sua odissea è continuata in solitaria e, dopo Turchia e Grecia, ora si è interrotta al binario 15 della stazione Ostiense, all'ombra dell'air terminal, una costruzione brutta e ormai fatiscente realizzata per i mondiali del 1990, quando lui non era ancora nemmeno nato. Vorrebbe arrivare in Germania e non ha i soldi per andare oltre, ma, come tanti altri giovani, non ha nessuna intenzione di fermarsi nel nostro paese.

    “Solitamente vanno a nord, in Germania e Svezia, Norvegia e Gran Bretagna -spiega Nadio La Gamba, responsabile dei Centri di Prima Accoglienza Minori Caritas a Roma- perché considerano questi paesi migliori, più accoglienti. In parte è il passaparola a disegnarli così, in parte, qui in Italia, le difficoltà per i rifugiati sono oggettivamente maggiori. Soprattutto nel trovare casa e lavoro”.

    E così, la maggior parte dei giovani afghani che arriva a Roma non fa richiesta d'asilo, si nasconde dalle autorità e sosta solo il tempo necessario per ripartire, in media un paio di settimane. Le dimensioni del fenomeno però sono allarmanti. Nonostante una leggera flessione nel numero di richieste d'asilo registrate negli ultimi mesi (dopo che nel biennio 2008-09 erano cresciute del 155 per cento rispetto al precedente), l'Onlus L'Albero della vita stima che i minori afghani in transito per la capitale siano circa mille all'anno.

    Mille profughi adolescenti di cui ufficialmente nessuno ha il dovere di occuparsi (perché la presa in carica da parte dell'autorità pubblica avviene con l'identificazione), ma che vivono in stazione, o nei suoi dintorni, in condizioni estremamente precarie, a patire fame e freddo, a rischiare di violenze e abusi. E senza la consapevolezza dei loro diritti.

    Omaid, per esempio, vorrebbe andare in Germania perché, dalle notizie confuse e frammentate in suo possesso, la sua famiglia sarebbe ad Amburgo, ma non ha assolutamente idea che il regolamento di Dublino II in questo caso potrebbe aiutarlo anziché essergli d'ostacolo. “Se il richiedente asilo è un minore non accompagnato -recita infatti l'articolo 6-, è competente per l'esame della domanda di asilo lo Stato membro nel quale si trova legalmente un suo familiare, purché ciò sia nel migliore interesse del minore”.

    D'altro canto, il livello di scolarizzazione dei ragazzi è decisamente basso ed è comprensibile che, nel bel mezzo dell'adolescenza, questi teen agers facciano fatica ad orientarsi e a prendere decisioni cruciali per il loro futuro. Tendono a dare ascolto ai loro compagni di viaggio adulti oppure ai parenti già arrivati in Occidente, ma raramente hanno un'idea precisa di cosa li attenda e di cosa comporti fare una domanda di asilo in un'Europa che sognano molto, ma in realtà conoscono poco.

    Mansoor, per esempio, del folto gruppo del binario 15, sembrava quello con le idee più chiare. Diceva, a differenza dei suoi compagni, di volere restare in Italia, di aver già effettuato il riconoscimento in questura e di voler andare dal cugino a Milano non appena gli fossero arrivati i documenti. Ne sembrava sinceramente convinto il sabato, salvo poi scoprire il mercoledì successivo, dai racconti degli altri ragazzi, che era partito alla volta della Francia. Non si è reso conto che, qualora avesse davvero completato la procedura che prevede impronte digitali e fotosegnalamento, la polizia transalpina lo potrà rispedire nel Bel Paese in qualsiasi momento.

    Proprio come è successo a Zaman che, prima di venir ospitato nel centro in cui vive ora con un permesso di soggiorno valido cinque anni, ha toccato Milano e Venezia ed ha poi peregrinato per Francia, Germania e Austria dove aveva cominciato ad ambientarsi e a imparare il tedesco. E infatti, quando ricorda il momento in cui la polizia austriaca, dopo aver trovato sue tracce in Italia all'interno del database continentale dei richiedenti asilo, lo ha rispedito nel nostro paese, gli scappa uno “scheisse” (merda).

    Per evitare queste situazioni, è decisiva l'opera di ascolto e informazione portata avanti dalle associazioni per la difesa dei minori della capitale. Save the Children, per esempio, ha un'unità di strada che esce la sera e un centro diurno molto frequentato dai ragazzi afghani, mentre L'Albero della vita Onlus, dall'aprile 2010, presidia la stazione con una roulotte. “Inizialmente aprivamo un paio di giorni a settimana -spiega la coordinatrice dei progetti d'emergenza Andreina Rossitto- poi siamo arrivati fino a sei perché c'era parecchio da fare. Oltre ad aver bisogno di cibo e coperte, i ragazzi non conoscono i loro diritti, le norme comunitarie, i servizi che possono venir offerti loro, quello che li aspetta in Italia o altrove. Sono disorientati e a rischio, non si possono lasciare in queste condizioni”.

    Per questo L'Albero della vita, che cerca di fare rete anche con le altre realtà che in Europa si occupano di questa delicata materia, propone alle istituzioni capitoline una soluzione sull'esempio di Terre d'Asile. A Parigi, quest'associazione per la tutela dei rifugiati ha aperto un centro per minori non accompagnati, anche lì in prevalenza afghani, dove i ragazzi possono sostare per chiarirsi le idee senza dormire all'addiaccio. Aperto nel 2006, il centro è passato in breve tempo da dieci a 50 posti. I giovani profughi li possono occupare per alcuni giorni senza venire schedati e poi possono decidere se fare domanda d'asilo in Francia oppure proseguire per altre destinazioni.

    “Potrebbe essere una soluzione anche per Roma, per uscire da questa che è una vera propria emergenza” continua Rossitto presentandomi Karim. Ha appena compiuto diciotto anni e quando è partito da Herat alla volta dell'El Dorado europeo voleva arrivare in Irlanda. “Non so perché -ammette candidamente-, ci volevo andare e basta”. Poi però, all'ennesimo tentativo di intrufolarsi sui traghetti in partenza da Patrasso alla volta di Bari, è giunto in Italia. Stufo di viaggiare dopo tanti mesi, ha trovato negli operatori dell'Albero della vita un riferimento e, complice il buon ricordo lasciato dai soldati italiani che operano nella sua regione, ha deciso di fermarsi qui. Ora studia con grande impegno la nostra lingua: “Vado a scuola tutti i giorni” ci tiene a precisare.

    Una struttura sul modello di Terre d'Asile non solo toglierebbe dal gelido asfalto della pensilina i ragazzi, ma potrebbe servire a non fare di Karim un caso isolato. E, dando loro degli strumenti in più, ad evitare che i richiedenti asilo minorenni che arrivano in Europa vengano sballottati in giro per l'Unione come pacchi postali tra questure, centri d'accoglienza e stazioni. Così, mentre si attende che gli stati membri trovino un accordo su una proposta di modifica di Dublino II datata 2008, le speranze dei vari Omaid e Mansoor, Karim e Zaman sono riposte nell'accordo che Roma Capitale ha siglato ad inizio febbraio con ministero dell’Interno e prefettura. Secondo l’assessore alle politiche sociali Sveva Belviso, servirà per “dotare Roma di un nuovo welfare dei rifugiati” e il governo ha stanziato 10 milioni di euro. Chissà se arriveranno anche al binario 15.

     

  • Premio per i giovani giornalisti sull’Europa

    “Noi dell’est, cittadini di serie B”

    21 aprile 2011

    Parlano più lingue, studiano, lavorano e fanno parte dell’Unione Europea, ma con qualcosa in meno. Questo articolo di Giulia Serenelli, della Scuola di giornalismo di Perugia, si è classificato secondo ex aequo al primo concorso per i giovani giornalisti sull'Europa, patrocinato dalla rappresentanza in Italia della Commissione europea e assegnato nell'ambito del quinto Festival internazionale di giornalismo di Perugia.

    L’Unione Europea cresce e con lei anche i suoi abitanti. I confini si ampliano soprattutto verso est, abbattendo quelle barriere che una volta sembravano invalicabili. Ma per i nuovi arrivati nell’Unione, che in passato facevano parte della sfera d’influenza russa, una vera parità tra gli Stati membri sembra ancora lontana. Anche se tra i principi fondamentali dell’Unione c’ è quello dell’uguaglianza tra i popoli, secondo Ivo, un giovane ingegnere della Repubblica Ceca, entrata nell’Unione nel 2004, ci sono fattori che rendono alcuni paesi dell’est culturalmente troppo distanti da quelli che formano il nucleo storico dell’Unione Europea.

    Ivo queste differenze le ha sentite sulla sua pelle quando, grazie alla borsa di studio Erasmus, ha trascorso diversi mesi a Dresda, in Germania. Aveva scelto proprio quella città tedesca perchè geograficamente vicina al suo Paese, ma le prime difficoltà si sono fatte sentire già al momento della ricerca di una casa in cui abitare. A Dresda pagava per l’affitto di una camera singola circa 150 euro, mentre a Ostrava, la città della Repubblica Ceca dove studiava, per un posto letto in tripla se la cavava con appena 20 euro al mese. Per Ivo, l’esperienza dell’Erasmus è stata una grande possibilità e se il suo Paese non fosse entrato in Europa, forse non avrebbe potuto usufruire di questo periodo di studio all’estero. Ma è anche convinto che una vera integrazione sia ancora lontana e che il legame che unisce la Repubblica Ceca ai paesi slavi sia molto più forte di quello che la lega all’Europa. L’Unione ha come obiettivo quello di costruire un futuro comune, e ciò passa anche attraverso un’istruzione il più possibile elevata per tutti. Andrei, nato in Romania se n’è andato all’estero per fare un dottorato in fisica ma, nonostante questo, si sente un europeo di serie “B”. Per lui quello che pesa, nell’immaginario collettivo, è la considerazione che gli europei hanno del suo popolo. I rumeni vengono spesso associati ai rom, uno stereotipo duro a morire che, per Andrei, costituisce uno dei primi problemi per arrivare ad una piena uguaglianza con gli altri Stati membri.

    Ireneusz, un giovane studente polacco, vede invece il futuro con occhi più fiduciosi. Da quando anche lui è cittadino europeo ha visto moltiplicarsi le sue chance di studio e formazione. Così dopo una laurea in scienze politiche ha intrapreso la carriera universitaria. Un dottorato in relazioni internazionali e un lavoro presso il dipartimento dell’Università. Opportunità importanti per la sua vita professionale che sono arrivate grazie ai numerosi studi all’estero. E per questi corsi di formazione fondamentale è stato poter usufruire delle borse di studio dell’Unione Europea. Ireneusz ha approfittato di tutte le occasione che ha potuto cogliere: prima un viaggio-studio di sei mesi a Bonn in Germania grazie al progetto Erasmus, poi altri tre mesi a Vienna tramite il concorso europeo Leonardo. Ireneusz si sente fortunato, ha un lavoro e un dottorato, ma nel suo cassetto c’è sempre quel sogno: tornare in Germania con una borsa di studio, perchè in Polonia ci sono ancora molte difficoltà ed emigrare resta la scelta numero uno per un futuro migliore. Però ora sa che, anche se andrà via dalla Polonia, resterà sempre “a casa sua”.