Feed Resto d'Europa Blog

  • Evento Un forum per gli europei di domani

    24 maggio 2013

    Per dare un seguito concreto ai dibattiti avviati sulle nostre pagine abbiamo organizzato il Forum Presseurop, una serie di incontri sugli argomenti che hanno segnato la recente attualità europea: la crisi delle istituzioni dell’Ue, le conseguenze della crisi dell’euro e il significato della cittadinanza europea a un anno dalle elezioni europee del 2014.

    Moderati dai giornalisti di Presseurop, i dibattiti si svolgeranno il 4 giugno al Parlamento europeo di Bruxelles. In occasione di ogni incontro saranno presenti deputati europei (tra cui Gabriele Zimmer e Miguel Angel Martínez Martínez), giornalisti europei autori degli articoli selezionati da Presseurop (come Adriana Cerretelli, Bruno Waterfield, Jean Quatremer e Marek Magierowski) e alcuni dei nostri più assidui lettori.

    I dibattiti saranno trasmessi in streaming su Presseurop.eu e potranno essere commentati con livetweet in dieci lingue. Seguiteci già da adesso su #ForumPE.

  • Intervista Antonio Tajani: “l’industria è la chiave della ripresa”

    20 maggio 2013

    Antonio Tajani è commissario europeo all'Industria, un settore messo a dura prova dalla crisi e su cui diversi stati membri puntano per rilanciare la loro economia.

    In margine al Festival internazionale di giornalismo di Perugia, in Italia, Tajani ci ha parlato delle strategie dell'Ue per rilanciare l'economia europea, della sua visione della crisi che colpisce l'Unione, della sua relazione con i cittadini e del futuro dell'Europa.

    In questo momento la crisi è molto forte in Europa e in diversi paesi la disoccupazione ha raggiunto livelli record. Secondo diversi esperti la competitività delle imprese europee – a eccezione di quelle tedesche – e la debolezza della domanda interna sarebbero all'origine di questa situazione. Come si può invertire questa tendenza?

    Con una politica che permetta alle imprese di ricominciare a produrre. Questo è possibile attraverso una semplificazione dell'accesso al credito e dei pagamenti che ne derivano. Per questo motivo la Commissione ha proposto la nuova direttiva contro i ritardi di pagamento, che è già stata adottata da 18 paesi membri. Questa direttiva, insieme a un'interpretazione flessibile del patto di stabilità che permetta il pagamento dei debiti contratti dalle amministrazioni, dovrebbe rimettere in circolazione in Europa più di 180 miliardi di euro e rilanciare il circolo virtuoso della produzione e del consumo.

    Inoltre si dovrà dare più potere alla Banca centrale europea (Bce). L'istituto dovrebbe avere lo stesso ruolo della Federal Reserve americana. Il suo presidente, Mario Draghi, è su questa posizione e vorrebbe una Bce capace di governare la moneta nell'interesse dei cittadini.

    I divari salariali fra i paesi europei creano delle differenze di competitività fra le imprese e secondo alcuni falsano la concorrenza all'interno dell'Ue. L'Unione vuole intervenire in favore di un'armonizzazione in questo settore?

    A minacciare la competitività non sono tanto i divari salariali fra i paesi quanto la pressione fiscale sulle imprese, che in alcuni paesi è eccessiva. È in questo settore che bisogna intervenire. Gli stati devono alleggerire la pressione fiscale, pagare le imprese e facilitare l'accesso al credito. In ultima analisi questo si traduce in condizioni migliori per tutti i lavoratori.

    Il 2012 è stato un anno nero per l'industria automobilistica europea e il 2013 non dovrebbe essere molto diverso, a eccezione del gruppo Volkswagen. Cosa farà l'Ue?

    Abbiamo lanciato un piano di azione in tre punti. In primo luogo nel prossimo bilancio saranno raddoppiati i fondi per la ricerca e lo sviluppo nel settore automobilistico. In secondo luogo dobbiamo adottare una politica commerciale "non ingenua", cioè in grado di proteggere gli interessi dell'industria automobilistica nel quadro degli accordi commerciali. Il terzo punto è una semplificazione delle regole esistenti e l'elaborazione di nuove regole o proposte solo in casi eccezionali, come in materia di sicurezza stradale. Lo scopo è quello di non far gravare la parte normativa – e finanziaria – sulle spalle degli imprenditori.

    Ritiene che valga la pena sostenere un settore come quello automobilistico, mentre un numero sempre più grande di città vuole ridurre il numero di mezzi in circolazione?

    Questo però non significa una riduzione del numero di vetture prodotte. Gli aiuti al settore devono essere fatti in modo intelligente e infatti il raddoppio dei finanziamenti per la ricerca e lo sviluppo riguarderanno solo le automobili "verdi" – elettriche, a idrogeno e quelle meno inquinanti.

    Le previsioni indicano che nel 2050 nel mondo ci saranno due miliardi e mezzo di veicoli, rispetto al miliardo e 700mila di oggi. C’è quindi margine per l'internazionalizzazione. La Fiat per esempio ha degli impianti in Brasile e i loro buoni risultati permettono all'impresa di mantenere i suoi stabilimenti in Italia.

    Quando saranno esaminate queste proposte dal Consiglio?

    A fine giugno si terrà un Consiglio sulla competitività. All'inizio dell'anno c'è stato un Consiglio sull'industria incentrato sull'attività industriale. Un terzo dedicato alla difesa è previsto per la fine dell'anno. Dopo diversi anni in cui l'industria è stata trascurata dai politici, che avevano preferito occuparsi di finanza, l'Europa la sta finalmente rimettendo al centro dell'economia. Ci siamo prefissati l'obiettivo di portare il settore manifatturiero al 20 per cento dell'attività economica dell'Ue, mentre oggi siamo in media sotto il 16 per cento.

    La deindustrializzazione avviata in Europa negli anni ottanta è stata identificata come una delle cause della crisi economica. È possibile invertire questo processo?

    La deindustrializzazione è stata un grosso errore. Abbiamo bisogno di un'industria più moderna e competitiva e per fare questo serve una terza rivoluzione industriale. Dopo quella del carbone e quella del petrolio, adesso è il momento della rivoluzione a bassa energia, delle energie verdi e delle cosiddette tecnologie key-enabling, cioè delle biotecnologie o delle nanotecnologie che permettono all'industria di essere all'avanguardia a livello mondiale

    In questa politica di sostegno all'industria quali sono i suoi rapporti con gli altri membri della Commissione, in particolare nel settore dell'Ambiente e della Ricerca?

    Con Connie Hedegaard, commissaria all'Ambiente, siamo in perfetta sintonia. La volontà di ridurre le emissioni di anidride carbonica è un'ottima cosa, a patto però che non diventi controproducente. Di conseguenza ritengo valido l'obiettivo di arrivare a una riduzione del 20 per cento [delle emissioni entro il 2020 rispetto al 1990], ma non penso che bisogni aumentare questo obiettivo come suggeriscono alcuni, perché questo rappresenterebbe un costo in più per le imprese europee. Così facendo spingeremmo le imprese a lasciare l'Europa con il risultato di perdere dei posti di lavoro. In ultima analisi perderemmo la battaglia contro il riscaldamento climatico perché queste imprese andrebbero a inquinare in altri paesi più flessibili in materia di emissioni di anidride carbonica.

    L’ultimo Eurobarometro mostra una riduzione preoccupante della fiducia degli europei nei confronti delle istituzioni Ue. Come si può combattere questa disaffezione?

    Questo allontanamento dalle istituzione europee è una conseguenza della crisi economica. L'Europa appare agli europei come un'istituzione che chiede solo sacrifici. Bisogna cambiare mentalità e interpretare i risultati elettorali nei diversi paesi dell'Unione dove è apparso un atteggiamento ostile all'euro. Per fare questo bisogna cambiare politica, puntando più sulla crescita e sull'economia reale. Basta con i sacrifici e facciamo di più per aiutare l'industria, le imprese e il mercato interno, come ha sottolineato di recente il presidente della Commissione José Luis Barroso. Il rigoreb serve solo se è accompagnato da misure di sostegno alla crescita.

    Su questo punto ritiene che la Commissione comunichi in maniera efficace e soddisfacente?

    Da questo punto di vista c'è uno sforzo da fare, in particolare per spiegare quello che facciamo. Io stesso viaggio molto proprio perché è importante far conoscere quello che facciamo. Quest'anno per esempio abbiamo lanciato un'iniziativa che mira a far incontrare l'Europa e i suoi cittadini con riunioni nelle piazze, nei municipi e così via.

    Tra un anno ci saranno le elezioni europee. Lei sarà candidato?

    Non penso, conto di portare a termine il mio mandato [che finirà nell'ottobre 2014].

    Che cosa pensa della proposta lanciata da diversi politici e intellettuali europei, e ripresa dai socialisti e democratici europei, di presentare come capolista il loro candidato alla presidenza della Commissione europea?

    In linea di principio sono favorevole all'idea che il presidente della Commissione sia eletto dai cittadini. La rielezione di Barroso dopo la vittoria del Partito popolare europeo alle elezioni europee del 2009 andava in questa direzione e in un certo senso rispondeva alla richiesta di maggiore democrazia nella designazione delle istituzioni europee.

    Chi potrebbe essere il candidato del Ppe?

    Nel partito non si parla ancora di un candidato. L'argomento sarà affrontato l'anno prossimo.

    Siamo in un periodo cruciale per l'Unione. Oggi l'Ue deve fare i conti con le pressioni euroscettiche e la tentazione di isolamento di diversi paesi. Come vede il futuro?

    Penso che dobbiamo continuare ad andare avanti. Mettere delle toppe non serve a niente, dobbiamo andare verso gli Stati Uniti d'Europa. Rimanendo in mezzo al guado si rischia di essere travolti dalla piena. Ovviamente questo richiederà tempo, gli americani ci hanno messo più di un secolo, sono passati attraverso una guerra civile e forse avevano meno problemi di noi. In questo momento ci sono delle difficoltà, ma solo 20 anni fa chi immaginava che ci sarebbe stata una moneta comune? Dobbiamo essere determinati e ottimisti, perché in un contesto globale non possiamo pensare di agire da soli. Ovviamente tutto questo non sarà fatto domani, ma spero comunque di essere ancora presente per poter vedere gli Stati Uniti d'Europa.

  • Intervista Tomáš Sedláček: “Basta con il feticismo economico”

    15 maggio 2013

    Tomáš Sedláček è considerato uno dei migliori economisti contemporanei. Nel suo saggio-bestseller, Economia del bene e del male, sostiene che l’economia dovrebbe essere più umana. Presseurop lo ha incontrato per un’intervista.

    In Economia del bene e del male lei sostiene che i confini dell’economia, che la definiscono come una scienza esatta basata su formule matematiche, dovrebbero essere estesi alla filosofia, alla religione e alle arti. In che senso si tratta di un concetto nuovo? E a cosa si riferisce il titolo del libro?

    Abbiamo la tendenza a separare il pensiero tecnico dalle questioni dell’anima. L’economia si vanta di essere una disciplina complicatissima, e io cerco di dimostrare che separando il corpo dall’anima entrambi perdono significato. Ci sono alcune domande classiche che noi economisti ci rivolgiamo spesso: l’economia funziona? È efficiente? Ma forse dovremmo cominciare a chiederci qual’è lo scopo dell’economia.

    E qual’è, secondo lei?

    L’idea di base è quella di collegare l’economia con altre discipline. La Bibbia perde molto senso se viene letta soltanto spiritualmente. Allo stesso modo l’economia perde molto senso se viene interpretata soltanto da un punto di vista tecnico. Nel mio libro cerco di parlare dell’anima dell’economia, di portarla alla luce.

    Se vogliamo che l’economia sia equa, allora deve cambiare aspetto. L’economia deve produrre benessere, ma come? Se lasciamo tutto alla mano invisibile dei mercati, è naturale che i mercati ci comandino. Per me è una specie di orchestra senza direttore. Se non riusciamo a dirigerla, sarà lei a dirigere noi.

    Quindi dovremmo reintrodurre l’etica nel mondo dell’economia?

    Si è parlato molto del bisogno di un approccio etico e umano all’economia. Sono d’accordo, ma l’economia ha già un’etica specifica: devi essere efficiente, devi essere razionale, non devi lasciarti trasportare dalle emozioni, è giusto essere egoisti e fanno bene gli stati a proteggere i loro interessi. Ogni sistema ha la sua etica.

    Di recente ho letto una storia su Sodoma e Gomorra, dove la legge morale impone di non aiutare nessuno. La storia racconta la vicenda di due ragazze che regalano un pezzo di pane a un mendicante, e quando gli altri scoprono che hanno violato l’etica di Sodoma e Gomorra una delle ragazze viene bruciata viva e l’altra appesa alle mura della città, ricoperta di miele e divorata dalle api. Anche il nazismo aveva la sua etica, e lo stesso vale per il comunismo e anche per l’economia. Dunque se non siamo contenti dell’etica del nostro tempo, non dobbiamo far altro che cambiarla.

    Sta parlando di una sorta di religione che dovrebbe imporre un equilibrio tra materialismo e spiritualità all’interno dell’economia?

    In realtà l’economia stessa è diventata una specie di religione. Ci dice cosa fare, cosa pensare, chi siamo, come trovare un senso alla nostra vita, come relazionarci agli altri e su quali principi la società si regge. In un certo senso l’economia ha già proprietà religiose. Togliete la matematica dall’economia e ciò che resta è pura moralità.

    In Economia del bene e del male lei sostiene che siamo ormai ossessionati dall’idea della crescita economica. Lei è contrario al progresso?

    Non sono contrario alla crescita e nemmeno al progresso. Il problema è che abbiamo un rapporto feticistico con questi due elementi. Ho scelto di utilizzare esempi di alta e bassa cultura per mostrare che idolatrare qualcosa ha effetti devastanti, che si tratti di etica, economia, religione o rapporti personali. Se idolatriamo la persona che amiamo finiremo per impazzire. Lo definisco un rovesciamento del rapporto oggetto-soggetto. Creiamo qualcosa che in teoria dovrebbe obbedirci, ma poi ci ritroviamo a essere noi a obbedire.

    In letteratura ho trovato diversi esempi di questo fenomeno, dal Golem alla Lampada di Aladino fino al Signore degli Anelli. All’inizio il sistema – chiamiamolo democrazia di mercato – era terreno fertile per la crescita, ma con il tempo la situazione si è ribaltata, e la crescita è diventata una conditio sine qua non della democrazia di mercato. Dovremmo essere felici quando la crescita c’è, ma dovremmo anche essere in grado di sopravvivere in sua assenza. La crisi è arrivata soltanto perché abbiamo paura che senza crescita la nostra civiltà si disintegrerà. Ma la crescita non è una costante: ci sono anni in cui inventiamo molte cose e anni in cui non inventiamo niente, così come ci sono anni in cui il pil cresce e altri in cui resta fermo o diminuisce.

    C’è qualcosa di positivo nella crisi attuale?

    Jung sosteneva che senza crisi non può esserci cambiamento, soprattutto nella natura umana. Questa non è una crisi europea, ma una crisi del mondo occidentale. America, Giappone ed Europa reagiscono in modi differenti. E comunque la cosa più importante è che se ne parli. Oggi persino la gente che vive nei paesini di montagna parla di Europa.

    Prendiamo in giro l’America perché lì sono orgogliosi del modo in cui hanno costruito la loro nazione. In Europa invece non lo siamo affatto. Ma la crisi ha spinto il Vecchio continente verso un’integrazione più rapida che mai, e se dieci anni fa qualcuno avesse parlato di trattato fiscale sarebbe stato considerato blasfemo. Non è mai accaduto che gli europei si aiutassero reciprocamente come fanno adesso. Quindi spero che l’Europa esca dalla crisi migliore e rafforzata. Qualche tempo fa mancava mezza Europa. Sono convinto che le crisi siano un’occasione per l’Europa di andare avanti.

    Ma allora i sentimenti euroscettici sull’Europa e l’euro?

    Paragonati a quelli degli anni venti e trenta non rappresentano un pericolo serio.

    Cosa ne pensa delle politiche di austerity messe in atto dall’inizio della crisi?

    Possiamo fare il paragone con l’America, che ha reagito con una maggiore pressione fiscale, un deficit superiore e stampando più cartamoneta. Qui in Europa stiamo cercando di adattarci alle difficoltà. Ci rendiamo conto di essere drogati dal deficit, e abbiamo bisogno di superare un doloroso periodo di disintossicazione. Se non lo faremo, l’economia ci ucciderà.

    Dobbiamo essere competitivi per reggere il passo della Cina e di altri mercati emergenti. Abbiamo scelto l’austerity nel momento meno opportuno. L’anno scorso a Davos l’argomento principale era la grande trasformazione, l’emergere di nuovi modelli. Non ti chiedi mai chi sei fino a quando non ti ritrovi nei guai.

    Come spiega il fatto che alcuni politici tedeschi rifiutano di pagare i debiti dei greci o dei portoghesi e scelgono di imporre l’austerity?

    Bisogna stabilire se la Grecia è un mercato o fa parte della famiglia. Se un familiare si rompe una gamba gli altri si precipitano ad aiutarlo, ma se il fornaio si rompe una gamba ci limitiamo a comprare il pane da un’altra parte. In America non esiste un problema di questo tipo, perché i trasferimenti di denaro tra gli stati avvengono da centinaia di anni. Non ce ne accorgiamo perché gli Stati Uniti sono una federazione. In Francia accade lo stesso, le regioni più ricche versano denaro nelle casse delle più povere. Anche in Repubblica Ceca facciamo lo stesso. Quindi dovremmo chiederci se soltanto la Francia è un nostro vicino o lo è anche la Grecia.

    Sappiamo che la crisi concede l’opportunità di ripensare i modelli economici. Quale consiglio darebbe ai leader europei per evitare che il loro paese accumuli ulteriore deficit?

    Qualche generazione fa la politica europea aveva due mani per influenzare l’economia, una per controllare la politica monetaria e una per modificare la politica fiscale. In parole povere, la politica monetaria è il monopolio del governo di stampare moneta, mentre la politica fiscale è il monopolio del governo nello stampare debito. Ora abbiamo tolto la politica monetaria dal controllo dei politici e gli abbiamo legato la mano dietro la schiena.

    Oggi i politici europei non possono stampare cartamoneta. Gli è rimasta una mano, quindi possono stampare tutto il debito che vogliono e nessuno può fermarli. La pressione dell’Unione europea e dei mercati non basta. I mercati reagiscono troppo tardi e in modo troppo blando, mentre l’obiettivo del 3 per cento del pil fissato dall’Ue ha dimostrato di non essere sufficiente a ridurre il deficit.

    È per questo motivo che l’Europa non ha un problema di inflazione: stiamo cercando di risolvere tutto con una mano sola, stampando debito. Oggi dobbiamo capire se vogliamo liberare la mano legata dei politici o legare anche l’altra. Sono convinto che il ruolo dei governi dovrebbe essere minimo, e che gli stati dovrebbero cedere anche il controllo del deficit.

    Osservando la situazione dell’Europa, a quale mito o film potrebbe paragonarla?

    Il Signore degli anelli. Elfi e nani si odiano reciprocamente, mentre gli Hobbit si compattano e si aiutano in tempi difficili. Quando tutto andava bene, nessuno si interessava dell’Europa. Abbiamo dato per scontato che ci sarebbero state pace e attività commerciale. L’idea alla base dell’Unione europea era quella di mantenere la pace e scongiurare la guerra. La Seconda guerra mondiale è stata causata da chi ha idolatrato l’idea di stato.

    Possiamo considerare l’Unione europea come una risposta all’idolatria. Ciò che abbiamo fatto (ed è stata senz’altro una mossa intelligente) è stato scambiare la crescita geografica di una nazione con la crescita economica. Eppure anziché pensare al pil europeo pensiamo a quello tedesco e lo confrontiamo a quello francese e a quello greco. Non c’è alcun dubbio che il passaggio dalla crescita geografica a quella economica sia una buona cosa. Ora che abbiamo la crescita economica, però, possiamo pensare di barattarle con la crescita di altre aree, come la cultura, l’interazione sociale e altri campi di grande importanza.

  • Intervista Mario Monti: “Riformare senza la pressione dei nazionalismi”

    10 maggio 2013

    Due anni fanno molta differenza. Nel 2011 avevamo intervistato Mario Monti a margine della conferenza State of the Union organizzata nell’ambito del Festival d’Europa di Firenze (di cui Presseurop è partner). All’epoca Monti era un ex commissario europeo e presidente dell’Università Bocconi, e ci aveva risposto con calma durante una pausa caffè. Oggi è un ex presidente del consiglio circondato da guardie del corpo e con i minuti contati, e in occasione del’edizione 2013 di State of the Union, dopo una breve conferenza stampa affollata da molti giornalisti italiani in attesa del suo pronostico sul nuovo governo Letta, Monti ha accettato di fermarsi due minuti e rispondere alle nostre domande (in francese). 

    Due anni fa ci aveva parlato di come la crisi minacciasse il mercato unico e l’euro. Oggi il futuro di questi due pilastri dell’Unione europea sembra garantito, ma restano forti dubbi sul metodo scelto dall’Ue e dagli stati per combattere la crisi. È convinto che oggi l’atmosfera europea sia più favorevole al superamento delle crisi rispetto al 2011?

    Mi sembra di sì. Abbiamo fatto molti progressi concreti nella lotta alla crisi. Abbiamo anche proiettato le politiche europee verso il futuro, con la bozza (in corso di finalizzazione) di un piano per una reale unione economica e monetaria approfondita, sotto l’egida del gruppo presieduto dal Van Rompuy. Sono convinto che i capi di stato e di governo si preparino ad affrontare seriamente gli aspetti politici e psicologici come il nazionalismo e il populismo. Questo non significa necessariamente cambiare le politiche economiche. Personalmente credo che anche quelle debbano cambiare, ma non seguendo le spinte nazionaliste e populiste. Se vogliamo portare avanti determinate politiche in un clima che è altamente esposto ai rischi di un rifiuto dettato dai nazionalismi e dai populismi, bisogna prestare la massima attenzione. 

    Durante il suo mandato come presidente del consiglio, e in particolare nella primavera del 2012, ha cercato insieme a François Hollande e Mariano Rajoy di riequilibrare le relazioni tra gli stati Ue e di ottenere un ammorbidimento delle posizioni della Germania. È convinto che le divergenze tra la Francia e la Germania siano un elemento durevole e ingombrante nella gestione della crisi e nella costruzione del progetto europeo?

    Sono ancora convinto che una buona collaborazione franco-tedesca sia una condizione essenziale per l’avanzamento dell’Europa. Essenziale, necessaria ma non sufficiente. È altrettanto importante che il tandem franco-tedesco non crei negli altri l’impressione di essere esclusivo e discriminatorio. In un certo senso è quello che è successo all’epoca dell’intesa tra Nicolas Sarkozy e Angela Merkel, mentre nel periodo in cui ho osservato la situazione da vicino le cose sono cambiate, tra Merkel e Hollande e in generale nei rapporti tra gli stati.

  • I populisti buoni

    08 marzo 2013

    Per Dario Fo essere chiamato populista non è più un problema. “Il dizionario dice che populista è colui che intende migliorare la posizione del popolo permettendogli di sfuggire alle violenze della classe dominante, ai ricatti e allo sfruttamento. Quindi è un termine positivo”, ha scritto recentemente sul blog di Beppe Grillo.

    Anche nella stampa europea l’affermazione del Movimento 5 stelle ha provocato una radicale rivalutazione del concetto. Il belga De Morgen ha compilato una tassonomia di partiti e movimenti populisti attivi nel continente, distinguendo quelli nazionalisti e xenofobi come i Veri finlandesi da quelli di matrice libertaria e partecipativa come l’M5s. Per El País il populismo è come il colesterolo: c’è quello cattivo, come il neofascismo di Alba dorata e il berlusconismo, e quello buono degli indignados e di Grillo.

    In realtà la definizione data da Fo è un po’ troppo ottimistica. Per i sociologi a caratterizzare il populismo è piuttosto la contrapposizione tra il “popolo” inteso come totalità del corpo sociale (il “cento per cento” citato da Grillo nella sua intervista a Time) e un gruppo ostile ed estraneo, che può essere incarnato a seconda dei bisogni dalle élite finanziarie, dalle minoranze etniche o dalla “casta”.

    I primi a definirsi populisti furono i narodniki russi di fine ottocento, seguiti dal Party of the people statunitense (che, guarda caso, scomparve dopo pochi anni anche a causa di uno sfortunato accordo con il Partito democratico). Il termine ha acquisito una connotazione negativa solo in seguito, quando è stato usato per definire i regimi autoritari latinoamericani basati sulla pretesa del sostegno delle masse. In Europa è stato invece praticamente inapplicato per decenni. Un modello sociale più equo, una ripartizione più equilibrata dei redditi e un sistema politico più complesso e basato sugli interessi di classe scoraggiavano una lettura troppo semplicistica della società.

    Il termine populismo è improvvisamente divenuto mainstream intorno al 2009: la crisi delle banche e le misure di austerità con cui sono stati finanziati i salvataggi hanno generato una varietà di movimenti di opposizione di ogni colore, diversi in tutto tranne che nella denuncia (o nello sfruttamento) della palese disparità di trattamento tra responsabili e vittime del disastro. Per oltre tre anni l’etichetta “populista” è stata usata per liquidare ogni opposizione alla linea dettata da Bruxelles e Berlino, e per un po’ ha funzionato. Ma come ha scritto Simon Jenkins sul Guardian, ora il vento sta cambiando un po’ in tutta Europa.

    L’aumento della diseguaglianza – da anni reale e improvvisamente percepito – all’interno delle società europee sta creando una realtà sempre più somigliante a quella descritta dai populisti. Le elezioni italiane hanno suonato un allarme che i leader europei non potevano non sentire: in Svizzera un referendum sulla proposta di limitare lo stipendio dei manager è stato approvato da una maggioranza schiacciante. Francia e Germania stanno già considerando l’introduzione di misure simili. Il Parlamento europeo vuole imporre un tetto ai bonus per i banchieri. Forse sono ancora in tempo. In Italia, uno dei paesi Ocse con il più alto coefficiente Gini di diseguaglianza, qualcuno avrebbe dovuto pensarci prima di portare i banchieri al governo.

  • Agricoltura L’Europa e il land grabbing

    12 febbraio 2013

    Al di fuori dei confini francesi sono in pochi ad amare la Politica agricola comunitaria. La sua inefficienza e iniquità sono ormai riconosciute da tutte le parti in causa al di fuori dai circoli ufficiali, eppure la pressione di Parigi ha fatto sì che all'ultimo, drammatico Consiglio europeo la Pac sia scampata ai tagli che si sono abbattuti su voci ben più meritorie della spesa dell'Ue.

    Attualmente la Pac è oggetto di un processo di riforma che dovrebbe concludersi entro il 2014. Il fondatore di Slowfood Carlo Petrini ha fatto appello ai cittadini europei perché esprimano il proprio sostegno agli eurodeputati e li convincano a resistere alle pressioni delle lobby dell'agricoltura, salvando gli aspetti positivi che la riforma avrebbe per l'ambiente e i consumatori europei.

    Ma i danni provocati dalle storture dell'agricoltura europea vanno ben oltre i confini dell'Ue. Intervistato da Why Poverty?, lo stesso Petrini accusa i generosi suss

    idi accordati agli agricoltori europei di aver alimentato il dumping dei prodotti agricoli nei paesi dell'Africa subsahariana, distruggendo l'agricoltura locale e spianando la strada al "land grabbing", l'accaparramento di terreni coltivabili da parte dei paesi ricchi.

    Secondo la giornalista camerunense Clariste Soh Moube, parte della responsabilità è da imputare agli accordi di partenariato con l'Ue, che aprono le frontiere africane ai prodotti europei ma di fatto bloccano il percorso in senso inverso. Se l'Europa vuole davvero tornare in Africa senza sensi di colpa dovrà cambiare approccio anche in questo settore.

  • Libri Dove vai, Europa?

    05 febbraio 2013

    Oggi l’euro sembra aver superato la sua crisi più grave. Al punto che alcuni cominciano a temere che il suo apprezzamento minacci le esportazioni europee e la timida ripresa economica.

    Eppure, un anno fa, pochi scommettevano sulla tenuta della moneta unica : sembrava che la Grecia dovesse trascinarsi dietro, insieme all’euro, anche la Spagna, poi l’Italia, poi, chissà, la Francia e i Paesi Bassi. E invece, un anno dopo, non soltanto la Grecia, ma anche la Spagna e l’Italia sono ancora qua.

    All’epoca — sembrano passati lustri — in tanti si chiedevano dove andassero l’euro e l’Europa tutta quanta. Al diavolo, rispondeva (e risponde ancora) qualcheduno al di là della Manica (e anche nei commenti ai nostri articoli). Indietro, sosteneva chi ha nostalgia per l’epopea dei primi anni della Comunità europea e il raggiante sol dell’avvenire che l’illuminava. Avanti, afferma invece qualcun altro, con le idee più o meno chiare sulla destinazione.

    Alcuni di questi ultimi si erano ritrovati oltre un anno fa all’università La Sapienza di Roma, in occasione di un colloquio per i dieci anni dell’euro. Le loro relazioni sono state raccolte e pubblicate in un libro — Quo Vadis Euro(pa) — a cura dello storico Francesco Gui e dell’economista e nume tutelare di Presseurop, Thierry Vissol, uscito da poco per Lithos editore.

    Nel libro si ritrovano, oltre agli interventi dei curatori, quelli di alcune note firme per i lettori di Presseurop, come il corrispondente della Stampa a Bruxelles, Marco Zatterin, e quello di Libération a Roma Eric Jozsef: due giornalisti parecchio impegnati sul fronte delle idee e, a modo loro, dell’integrazione europea. Ma anche di vignettisti come Vadot e Tom, anche loro ospiti fissi delle nostre pagine, presenti con disegni inediti, realizzati in occasione del sesto festival di Internazionale a Ferrara. In copertina, la vignetta di Agim Sulaj che ha vinto il premio 2012 per la migliore vignetta sull’Europa pubblicata in Italia.

    Una lettura utile per chi desiderasse approfondire i temi solitamente affrontati nelle nostre pagine, in particolare quello del futuro dell’Unione e della sua moneta.

  • Italia Cosa ha scritto Münchau su Monti

    21 gennaio 2013

    "Monti non è l'uomo giusto per guidare l'Italia": una column di Wolfgang Münchau sul Financial Times che si discosta vistosamente dai panegirici che la stampa europea riserva di solito al nostro premier, per di più quasi citando la celeberrima copertina dell'Economist contro Berlusconi, non poteva certo sfuggire ai giornali italiani. Ma come per Repubblica, le traduzioni si limitano a questa constatazione piuttosto banale: "ll suo governo ha provato a introdurre riforme strutturali modeste, annacquate fino alla irrilevanza macroeconomica. Ha promesso riforme, finendo per aumentare le tasse. Ha iniziato come tecnico ed è emerso come un duro politico".

    In realtà la principale critica di Münchau è un'altra: Monti si è mostrato troppo debole di fronte ad Angela Merkel e alla sua ortodossia anticrisi. Di fronte ai problemi posti dall'appartenenza all'euro, i paesi del sud Europa hanno tre opzioni: 1 stare dentro e accettare tutti gli aggiustamenti imposti da Berlino e Bruxelles; 2 stare dentro, ma a condizione che gli aggiustamenti siano equamente condivisi tra paesi debitori e paesi creditori del nord; 3 uscire dall'euro. Per Münchau l'unica opzione sostenibile è la seconda. I governi italiani sono invece da sempre fautori di una quarta via: "stare nell'euro, concentrarsi solo sul risanamento a breve termine e aspettare". Il Professore non ha fatto eccezione:

    Monti non ha tenuto testa ad Angela Merkel. Non ha detto alla cancelliera tedesca che il proseguimento dell'impegno del suo paese nella moneta unica avrebbe dovuto dipendere da una vera unione bancaria, dall'introduzione degli eurobond e da una politica economica più espansionista da parte di Berlino.

    Nella cruciale dialettica con Merkel Pierluigi Bersani potrebbe avere qualche possibilità di successo in più, se non altro perché potrebbe fare comunella con François Hollande. Ma il risultato più probabile delle elezioni di febbraio è un parlamento bloccato dalle differenze tra le due camere, che continuerà a tirare a campare senza produrre riforme. La partecipazione di Monti al governo, vista dalle cancellerie europee come una garanzia di stabilità, potrebbe invece produrre effetti drammaticamente differenti:

    Mi aspetto che emerga un consenso politico anti-euro, che potrebbe ottenere una maggioranza alle prossime elezioni o scatenare una crisi politica, con lo stesso risultato. Per quanto riguarda Monti, secondo me la cosa più probabile è che la storia gli riserverà un posto simile a quello di Heinrich Brüning, cancelliere tedesco dal 1930 al 1932. Anche lui faceva parte di un consenso prevalente secondo cui non c'era alternativa all'austerità.

  • Mali Un’altra guerra giusta

    15 gennaio 2013

    Dici "intervento francese" e pensi a Bernard-Henri Levy. Ancora non si conoscono obiettivi, tempi e modalità dell'operazione Serval, ma il filosofo da combattimento francese ha già stabilito che si tratta di una "guerra giusta", per cinque buone ragioni: 1. fermare l'istituzione di uno stato terrorista, 2. bloccare il collegamento con gli altri gruppi islamici della regione, 3. ribadire il diritto all'intervento e 4. la "responsabilità di proteggere" e 5. riaffermare il ruolo della Francia come paladina della democrazia mondiale. Certo,

    ci sarà l'inevitabile concerto di Cassandre che grideranno all'impantanamento, al nuovo Vietnam, all'avventurismo di una guerra che doveva durare solo qualche giorno e cui fra una settimana verrà rimproverato di prolungarsi in eterno: capriccio della parola nella democrazia delle opinioni! […] Si saprà contrapporre un doveroso disprezzo a chi già grida al ritorno della Francia africana (Françafrique) e dei suoi riflessi neocolonialisti?

    A parte i toni curiosamente marinettiani, Bhl avrà bisogno di cospicue riserve di disprezzo, dato che al terzo giorno di intervento le Cassandre sono già parecchie. Tra queste Carlo Panella, non certo un altermondista, che sul Foglio critica non tanto la validità morale dell'operazione, ma la sua carente e tardiva pianificazione – che ha già provocato tre vittime tra i francesi, contando anche il fallito raid in Somalia – e l'incapacità di mettere assieme l'indispensabile sostegno dei paesi limitrofi, il cui contagio potrebbe rendere lo scenario del Sahel addirittura peggiore di quello afgano. Panella cita l'ex premier Dominique de Villepin:

    In Mali non abbiamo alcuna possibilità di successo. In Mali ci batteremo alla cieca. Arrestare lo sfondamento degli jihadisti verso sud, o riconquistare il nord del paese, o sradicare le basi di al Qaida nel Maghreb sono tutti obiettivi bellici differenti, nettamente diversificati. Per di più in un quadro che vede il nostro partner, il governo del Mali, del tutto instabile politicamente e in assoluta carenza di un appoggio regionale solido

    E conclude:

    Entrare in guerra, senza avere chiaro quale sia il suo obiettivo finale e senza alleati sicuri sullo scenario regionale è possibile. Ma porta alla sconfitta. Questo è esattamente quello che ha fatto François Hollande, nella sua prima impresa africana.

  • Visti dagli altri “Meglio un comunista che Berlusconi”

    07 dicembre 2012

    L’ultima tempesta politica in Italia ha messo in crisi una situazione che sembrava essersi tranquillizzata. I politici italiani si sono dimostrati ancora una volta inaffidabili, scrive l’Economist. Il Partito della libertà di Silvio Berlusconi ha tolto il suo appoggio al governo Monti proprio un paio di giorni dopo che i titoli di stato italiani erano tornati sotto controllo.

    Finora Monti aveva il sostegno del Pdl, del Partito democratico e dell’Udc. Anche se Pier Luigi Bersani ha dichiarato che rimarrà fedele al governo tecnico fino alla fine della legislatura, al suo partito converrebbe andare presto al voto. Dopo il successo delle primarie, i sondaggisti lo danno sopra al 30 per cento.

    Perché allora Berlusconi vuole tornare al voto, nonostante sia molto probabile la sua sconfitta? Secondo le previsioni, il Pdl prenderà il 16 per cento dei voti, più o meno come il Movimento 5 stelle guidato dal comico Beppe Grillo. Ma il voto anticipato non porterebbe solo cose negative per Berlusconi.

    Andare alle urne impedirebbe le primarie e quindi il ricambio generazionale ai vertici del Pdl e bloccherebbe l’approvazione di una nuova legge elettorale. E con questo sistema, il nuovo parlamento eletto sarebbe comunque instabile, proprio come vuole il Cavaliere.

    Nel frattempo sul Financial Times l'ex direttore dell'Economist Bill Emmott si è schierato a favore di Pier Luigi Bersani, il leader del Pd. “Bersani è tanto lontano dall’essere un comunista quanto Berlusconi dall’essere un modello di rettitudine”, scrive il Financial Times, “L’Italia ha bisogno di un risultato che dia al nuovo governo la possibilità di sopravvivere fino alla fine della legislatura e di mettere in atto profonde riforme. I problemi dell’Italia non riguardano la gestione a breve termine del debito, che è stato l’impegno principale di Monti durante il suo anno al governo, né in generale il debito pubblico, nonostante sia al 120 per cento del pil”.

    “Il vero problema è la cronica mancanza di crescita economica degli ultimi vent’anni”, prosegue il quotidiano britannico,”per risolverlo serve un governo capace di rimuovere gli ostacoli alla crescita del paese. Questo risultato può essere raggiunto solo con la vittoria del Partito democratico di Bersani, quindi – nonostante tutti i suoi pregi – con il pensionamento di Monti come premier”. – Giovanni Ansaldo

  • Intervista Gianni Pittella: “Basta con il rigore”

    30 novembre 2012

    Il 29 novembre la Commissione per gli affari economici e monetari del Parlamento europeo ha approvato l’opinione dell’assemblea sulla supervisione del sistema bancario europeo, che sarà la premessa ai  negoziati con gli stati membri in vista dell’adozione di un testo sull’unione bancaria da parte del Consiglio dei ministri delle finanze, fissato per il prossimo 4 dicembre. Un dossier che il primo vice-presidente del parlamento, Gianni Pittella, ha seguito da vicino. Ne parla a Presseurop in questa intervista concessa alla vigilia del voto della Commissione. Intervista di Gian Paolo Accardo.

    PRESSEUROP – Vicepresidente Pittella, a che punto è l’Unione con la supervisione bancaria?

    GIANNI PITTELLA: Più di ogni altra cosa Berlino non vuole che la Banca centrale europea (Bce) possa esercitare il proprio controllo sulle banche  meno importanti, e nello specifico sulle circa 1.600 Landesbanken (banche regionali) e casse di risparmio tedesche. Abbiamo però raggiunto un compromesso: il comitato di supervisione della Bce sarà competente sulle banche nazionali e su quelle il cui fallimento innescherebbe un rischio sistemico, come pure quelle che hanno chiesto aiuto finanziario perché in gravi difficoltà. Alle autorità bancarie nazionali spetterà invece la supervisione delle altre banche. Ma la Bce avrà la possibilità, qualora lo ritenesse necessario, di concentrarsi su queste ultime. Il Parlamento dovrà inoltre vigilare che non vi siano conflitti di interesse tra l’autorità di controllo e le banche controllate. Si tratta di una questione delicata, soprattutto a causa dell’enorme permeabilità del settore bancario. In seguito abbiamo stabilito che il presidente e il vicepresidente del comitato di supervisione devono essere eletti col consenso del Parlamento europeo – proprio come il presidente della Bce, del resto – per garantire il controllo democratico su questo organismo. Noi chiederemo che il comitato di supervisione resti in contatto costante con la Commissione per gli  affari economici e monetari del Parlamento. Quanto alla sua  attuazione, speriamo che il Consiglio l’approvi in occasione del summit del 13-14 dicembre, affinché la supervisione possa cominciare gradualmente la propria attività a partire dall’inizio del 2013.

    Una volta adottato questo comitato di supervisione bancaria, quali altre tappe resteranno da superare per arrivare a un’autentica unione bancaria?

    Ci saranno ancora alcune cose da mettere a punto, specialmente in termini di armonizzazione della regolamentazione in materia di depositi bancari. In ogni caso,  il passo più importante sarà  proprio quello della supervisione. Si tratta di una vera e propria rivoluzione: si passerà da 27 supervisori nazionali – un’autentica contraddizione in un’Europa nella quale vi sono banche sovranazionali – a un solo supervisore. Mantenendo il sistema attualmente in vigore non potremmo evitare nuove crisi bancarie. L’istituzione della supervisione bancaria unica ha anche il vantaggio di innescare un circolo virtuoso: se si può concretizzare l’unione bancaria, si può concretizzare l’unione economica e fiscale. E da lì si arriverebbe all’unione politica, perché sarebbe irrazionale condividere a livello europeo soltanto l’aspetto economico e quello finanziario e non quello politico.

    Lei quindi crede nell’unione politica?

    Certamente, anche se vi sono resistenze che ci dobbiamo sforzare di superare. Io spero che già a partire dal 2014, data delle prossimi elezioni europee, si possa adottare una nuova Convenzione europea, che dia all’Unione nuove regole sul piano politico e delinei l’ambito della futura  unione politica.

    Pensa che il Parlamento abbia un ruolo preciso nella vita economica dell’Unione e nella ricerca di  soluzioni alla crisi?

    Con il trattato di Lisbona il Parlamento è diventato un condecisore. Penso che nel giro di pochi anni potrebbe diventare una vera camera legislativa. E alla fine di questo iter, la camera legislativa dell’Unione europea dovrà essere il Parlamento. Oggi vogliamo far sentire la nostra voce su come gestire la crisi. Ci battiamo per far capire ai sostenitori dell’austerity che tutte le analisi confermano che gli effetti di una politica basata soltanto sul rigore sono devastanti: il debito pubblico non cala, subentra la recessione, la disoccupazione aumenta, la domanda interna precipita, l’Europa perde competitività sul piano internazionale e le previsioni relative a un ritorno della crescita dicono che ormai dovremo aspettare il 2014.

    Ha qualche proposta alternativa?

    Bisogna porre fine all’austerity. È giunto il momento di investire. Noi auspichiamo un programma europeo per la crescita, la coesione sociale e lo sviluppo sostenibile. Un piano che abbia il suo presupposto nel finanziamento di reti e infrastrutture materiali e immateriali. Delle prime fanno parte le reti ferroviarie, quelle energetiche e telematiche,  e le energie rinnovabili. Alle seconde appartengono l’istruzione, la formazione, la ricerca e la mobilità dei giovani. Si tratta di un piano del valore di svariate centinaia di miliardi, ed è indispensabile metterlo a punto quanto prima.

    E dove conta di trovare i miliardi necessari, proprio ora che gli stati membri devono far fronte a tagli di bilancio talvolta molto onerosi e non hanno più soldi?

    Dobbiamo istituire i buoni europei del tesoro, i famosi eurobond, per mettere insieme circa tremila miliardi di euro. Non sono io ad aver fissato questa cifra, ma gli economisti guidati dall’ex presidente della Commissione europea Romano Prodi e dall’economista italiano Alberto Quadro Curzio. Di quei miliardi, 2.300 saranno destinati alla socializzazione del debito europeo, e di conseguenza alla riduzione del medesimo. I restanti 700 saranno utilizzati per finanziare questo piano di investimenti. A quel punto potremo dire ad Angela Merkel e ai cittadini tedeschi: l’istituzione degli eurobond non vi costerà neppure un centesimo, perché saranno garantiti dalle riserve degli stati membri e dal loro patrimonio pubblico.

    Gli stati saranno in grado di offrire garanzie sia per il proprio debito pubblico che per quello eventuale europeo?

    Le riserve in oro e il loro patrimonio saranno sufficienti. Si potrà decidere che gli stati impegnino a garanzia degli eurobond  la parte di pil eccedente il 60 per cento (la parte di indebitamento pubblico ammessa dai criteri di convergenza dell’euro). Da un punto di vista tecnico è fattibile. In seguito, se Angela Merkel per sostenere gli eurobond esigerà che si facciano passi avanti verso l’unione di bilancio – vale a dire che gli stati membri della zona euro rispettino i criteri previsti dal trattato fiscale e che da parte dell’Ue vi sia un controllo più rigoroso sulle loro politiche di bilancio –  io sono d’accordo. A patto che si porti avanti nello stesso modo anche l’unione politica.

    Lei ha evocato l’ipotesi che il Parlamento diventi la camera legislativa dell’Ue. Al momento questo ruolo è ricoperto dal Consiglio. Come prevede che possano essere i rapporti tra queste due istituzioni nel caso in cui si concretizzi la sua idea?

    Immagino un potere legislativo bicamerale, con il Consiglio che funga da seconda camera, una specie di senato. Oppure due camere aventi i medesimi poteri. Il presidente del Consiglio sarebbe assimilato a un presidente del senato. A meno che non immaginiamo di trasformare il Consiglio in organo esecutivo, ma questo implicherebbe la questione del ruolo della Commissione.

    Guardando al  futuro, immagina un’Ue federale o un’unione a due o tre velocità? O ancora un’unione più intergovernativa?

    Io auspicherei un’unione federale. Il modello intergovernativo non ha dato risultati brillanti, in quanto parte dal presupposto che qualsiasi negoziato sia guidato dagli interessi nazionali. Ed è chiaro che tali interessi sarebbero divergenti.

    Una riforma di cui si parla spesso negli articoli che abbiamo pubblicato è quella dell’elezione diretta con suffragio universale del presidente della Commissione e dei commissari europei. Che cosa ne pensa?

    Sono favorevole all’elezione diretta della Commissione. Potremmo realizzarla già a partire dal 2014, senza portare scompiglio alcuno alle normative che regolamentano attualmente le elezioni europee: se i partiti appartenenti a un gruppo politico al Parlamento europeo indicano in occasione della campagna qual è il loro candidato alla presidenza della Commissione, gli elettori voteranno anche per quest’ultimo. Se il partito socialista europeo segnala l’attuale presidente del Parlamento, Martin Schulz – e lo auspico vivamente, perché ha la levatura necessaria a occupare quella posizione – tutti i partiti affiliati faranno altrettanto e lo segnaleranno come candidato.

    Che ne pensa dell’ipotesi di liste elettorali transnazionali, con candidati pronti a presentarsi in paesi diversi dal proprio?

    Sono favorevole. E lo sono anche all’elezione di commissari europei tra gli eurodeputati, perché ciò consentirebbe di sottrarre la loro nomina ai governi e di risolvere il deficit democratico, uno dei mali che al momento affliggono l’Europa.

  • Energie rinnovabili La traversata del Desertec

    21 novembre 2012

    Quando il progetto Desertec è stato lanciato, nel gennaio 2009, i suoi promotori sapevano di dover affrontare enormi ostacoli naturali, economici e politici – l'idea è creare un sistema di centrali solari ed eoliche nei paesi del Nord Africa e connetterlo all'Europa attraverso una rete intelligente di cavi ad alta tensione, per una spesa totale di 400 miliardi di euro – ma non immaginavano che a questi si sarebbero presto aggiunti il precipitare della crisi dell'eurozona e la destabilizzazione portata dalle rivoluzioni arabe del 2011.

    Dopo aver suscitato grandi aspettative – soddisfare almeno il 20 per cento del fabbisogno energetico dell'Europa con fonti rinnovabili e relativamente a basso prezzo – il progetto sta ora subendo una serie di pesanti battute d'arresto, rivela Der Spiegel: la Siemens ha annunciato il suo ritiro dal consorzio citando ragioni economiche, e il governo spagnolo ha sospeso il suo sostegno alla realizzazione del primo impianto in Marocco e della connessione alla rete europea, che dovrà per forza di cose avvenire attraverso il suo territorio. Del resto, come ha spiegato una fonte, "in questo momento i capitali per gli investimenti in Europa sono una risorsa più rara dell'energia".

    Il direttore esecutivo Paul van Son ha dichiarato che il consorzio potrebbe andare a cercare i soldi altrove, per esempio in Cina, dove la compagnia energetica statale Sgc ha già espresso interesse. Secondo alcuni potrebbe essere un'occasione di disinnescare con la collaborazione il rischio di una guerra commerciale nel settore del solare, mentre i critici temono che la partecipazione cinese comporterebbe rischi per la sicurezza energetica del continente e per la proprietà intellettuale delle tecnologie utilizzate.

    Al momento, in ogni caso, non si vedono molte alternative. La richiesta di un contributo da parte dell'Unione europea, al di là dell'interesse espresso dal commissario Gunther Oettinger, ha poche speranze di essere accolta di fronte al probabile taglio del budget 2014-2020. Eppure se c'è un campo in cui le poche risorse rimaste dovrebbero essere investite è proprio l'interconnessione e l'indipendenza energetica.

    Recentemente la Iea ha predetto che l'aumento della produzione di idrocarburi dalle rocce scistose – una tecnologia a cui molti paesi europei sembrano aver rinunciato – potrebbe rendere gli Stati Uniti praticamente indipendenti dalle importazioni entro il 2030. A quel punto l'Europa si ritroverebbe da sola a dipendere dalle forniture dal Medio Oriente e a doverne garantire la stabilità, e visto il peggiorare della sua debolezza strategica e diplomatica il compito non sembra affatto alla sua portata.

    Inoltre sarebbe l'occasione di rimediare allo spettacolare fiasco dell'Unione per il Mediterraneo di Sarkozy e alla necessità di un veicolo di coordinamento e attrazione del Nord Africa verso l'Europa. La Germania, il paese più rappresentato nel consorzio, potrebbe sostituire il pomposo istituzionalismo francese con la concretezza teutonica degli affari. Con un po' di ottimismo si potrebbe ipotizzare una comunità mediterranea delle energie rinnovabili che sia per la regione quello che la Comunità europea del carbone e dell'acciaio è stato per l'Europa. Ma come al solito Berlino non sembra entusiasta di assumere un ruolo da leader: all'ultima riunione di Desertec, tenutasi proprio nella capitale tedesca, neanche un ministro del governo Merkel ha trovato il tempo di farsi vedere.

  • La difesa è il miglior attacco

    15 novembre 2012

    Dopo sei mesi piuttosto fiacchi, il 13 novembre François Hollande ha deciso di passare alla riscossa con una conferenza stampa a 360° per scrollarsi di dosso l'immagine del mollaccione. Recentemente Die Welt ha accusato Hollande di aver "perso la bussola" e di aver finito per rispolverare le politiche di Nicolas Sarkozy, dal quale sembrava tanto desideroso di distanziarsi. Il quotidiano tedesco parlava di economia, ma l'affermazione si può allargare anche all'attivismo in politica estera con cui il presidente, come il suo predecessore, sembra puntare per far dimenticare le amarezze dei numeri.

    Durante la conferenza, Hollande è stato il primo leader occidentale ad annunciare del riconoscimento della nuova Coalizione nazionale come legittima rappresentante del popolo siriano. Con il suo impegno in favore della creazione e del riconoscimento internazionale del nuovo ombrello dell'opposizione siriana "la Francia ha recitato una parte importante e ha tutte le ragioni di esserne fiera", ha commentato Bernard Guetta su Libération.

    Il 15 novembre il ministro degli esteri Laurent Fabius si è spinto parecchio più in là, dichiarando che l'Unione europea dovrebbe sospendere l'embargo sulla vendita di armi alla Siria per permettere il rifornimento degli arsenali dell'opposizione. L'appello di Fabius ha subito riscosso l'appoggio del governo britannico. Ma dato che sarà necessario l'accordo di tutti e 27 gli stati membri, Bruxelles ha avvertito che la revisione non si farà certo in tempi brevi.

    La crisi siriana non è il solo campo in cui la Francia sta cercando di assumere un ruolo guida, ottenendo l'appoggio dei partner europei senza il fastidio di dover fare poi qualcosa di concreto. "Da quando è stato nominato sei mesi fa, il ministro francese della difesa Jean-Yves Le Drian cerca di rilanciare l'Europa della difesa, malgrado lo scetticismo diffuso e la crisi dell'euro", scrive ancora Libération. Il 14 novembre Le Drian e Fabius hanno organizzato un mini-summit al Quai d'Orsay con i loro omologhi tedeschi, polacchi, italiani e spagnoli per affermare la volontà dei cinque paesi di approfondire il coordinamento europeo in ambito militare. Intervistato da Libé, Le Drian ha dichiarato 

    La situazione è cambiata, e l'Europa della difesa è diventata una necessità. Per almeno tre ragioni. Primo, gli americani hanno chiaramente annunciato il loro riequilibrio verso l'Asia e il Pacifico. Secondo, il bisogno di sicurezza – come dimostra il Sahel – resta grande per l'Europa. Terzo, siamo tutti di fronte a forti limitazioni di bilancio.

    Tali considerazioni avrebbero potuto valere anche per la fusione tra Bae Systems e Eads, che secondo molti sarebbe stato il primo vero mattone del'"Europa della difesa". Ma in quel caso il governo francese aveva contribuito al fallimento con la sua scarsa disponibilità a mollare il controllo politico sull'operazione.

    Nello stesso incontro Le Drian ha ribadito l'impegno del governo francese in favore dell'intervento militare nel nord del Mali, ottenendo a quanto pare l'adesione di Londra e Berlino. Il ministro ha anche fornito il primo dato concreto sulla partecipazione europea al contingente: circa duecento istruttori che si limiteranno ad addestrare le truppe fornite dall'Ecowas e non saranno assegnati a ruoli di combattimento. Secondo molte voci un intervento poco convinto potrebbe essere molto più dannoso che non fare nulla. Ma, come in Libia con Sarkozy, nessuno convocherà una conferenza stampa per raccontare le conseguenze.

  • La prossima guerra dell’Ue

    07 novembre 2012

    Nonostante il premio Nobel per la pace e i molti dubbi espressi sulle sue capacità di azione internazionale, l'Europa si prepara per il suo prossimo intervento armato. Il bersaglio però non è la Siria, come molti avrebbero pronosticato, ma i ben più abbordabili – almeno sulla carta – separatisti tuareg e fondamentalisti islamici che hanno preso ormai da mesi il controllo del nord desertico del Mali. 

    Da tempo si parla di un intervento straniero per aiutare il gracile esercito maliano a riprende il controllo del territorio, ma i preparativi stanno ora cominciando ad assumere contorni più concreti. Il 6 novembre a Bamako una commissione di esperti militari, a cui hanno partecipato anche gli inviati di Francia e Germania, ha consegnato il suo rapporto sull'intervento. Secondo i loro piani sarà necessario un contingente di non meno di quattromila uomini, in massima parte forniti dai paesi dell'Africa occidentale. Ma le porte della missione sono aperte anche alle "truppe non africane", ovvero europee. Il loro ruolo dovrebbe limitarsi al supporto e all'addestramento del contingente africano, ma la loro partecipazione ad azioni di combattimento non viene più esclusa a priori.

    A premere per il coinvolgimento diretto è soprattutto la Francia. Da diverse settimane esponenti del governo Hollande descrivono l'intervento come "inevitabile", sia perché "gli interessi della Francia", ex potenza coloniale, sono in gioco, sia perché ci sarebbe il rischio che la zona diventi un grande campo d'addestramento per aspiranti attentatori diretti verso obiettivi europei. Pare infatti che diversi giovani francesi di ascendenza islamica abbiano già fatto le valigie per unirsi al jihad nel Sahara. 

    Germania e Stati Uniti suggeriscono un approccio più prudente, dato che in assenza di nuove elezioni in Mali non c'è speranza di offrire una legittimazione democratica alla rioccupazione del nord. Inoltre la coalizione dei ribelli sta già mostrando le prime crepe: se Al Qaeda nel Maghreb islamico mantiene la linea dura, i "moderati" di Ansar Dine hanno recentemente rigettato il terrorismo e aperto al dialogo con i paesi del Sahel. Oltre agli islamisti, poi, ci sono i tuareg che hanno preso le armi solo per protesta contro il disinteresse del governo di Bamako, e potrebbero essere convinti a deporle con qualche concessione sostanziale. Der Spiegel ha riassunto lo scetticismo tedesco: 

    Da anni la Francia combatte i fondamentalisti islamici nel Sahel, con le sue truppe speciali, istruttori per l'esercito maliano, soldi ed equipaggiamento, e soprattutto senza successo. […] I governi Ue vogliono minimizzare i rischi per i loro soldati, ma un approccio modesto avrebbe scarsi effetti nel breve termine. I tuareg avvertono che Al Qaeda sta diventando sempre più impopolare tra loro, ma un intervento occidentale potrebbe ridare sostegno ai terroristi. La missione rischia di essere un fallimento, anche perché il tempo scarseggia. Se sperano di invadere il nord prima della torrida estate, gli europei dovranno cominciare l'addestramento entro l'inverno. E se rimandano la missione gli islamisti avranno un sacco di tempo per rafforzare le proprie posizioni.

    Insomma, ci sono tutti gli elementi per prefigurare uno scenario di tipo somalo o afgano. Ma nonostante la pretesa discontinuità con il neobonapartismo di Sarkozy e il suo precipitoso intervento in Libia, Hollande sembra deciso ad andare avanti. I piani dell'intervento saranno sottoposti al Consiglio di sicurezza dell'Onu a metà novembre. Intanto si è già mosso il Servizio europeo di azione estera: Catherine Ashton è stata in visita ad Algeri il 6 novembre, ufficialmente per parlare di tutela del patrimonio artistico e investimenti infrastrutturali, in realtà per convincere la maggiore potenza regionale ad appoggiare l'intervento. 

  • L’Europa vista da Boca Raton

    24 ottobre 2012

    A parte qualche stato menzionato di sfuggita e il solito riferimento al "fare la fine della Grecia", gli spettatori dell'ultimo dibattito televisivo tra Obama e Romney avrebbero potuto tranquillamente "scordarsi che l'Europa esiste", scrive Slate.

    Tra gli argomenti affrontati dai due candidati "la crisi dell'euro non c'era, nonostante l'amministrazione Obama tema che i problemi dei debiti sovrani possano ostacolare la sua rielezione, e nonostante la pressione transatlantica, soprattutto sui tedeschi, perché si affronti finalmente la crisi", commenta il Guardian. Perché? Secondo Il Foglio

    l'Europa da tempo non è una priorità per Washington. Da alleato di ferro è diventata un peso, il simbolo del fallimento finanziario e del declino […]. Bruxelles […] è l'alleato inaffidabile che fa perdere tempo e che destabilizza l'economia del pianeta. Un modello negativo e superato, strategicamente irrilevante per gli interessi della grande potenza.

    Un'analisi un po' troppo pessimistica, dato la scarsa rappresentatività dei dibattiti di questo tipo rispetto alle reale gerarchia degli interessi di Washington. La politica estera non è certo al primo posto tra le preoccupazioni degli elettori degli swing states americani, a meno che non si parli di guerre e Medio Oriente, che infatti ha monopolizzato il dibattito. L'Europa poi è una questione particolarmente intricata, che mal si presta a essere semplificata in catchphrase da far riverberare sui titoli del giorno dopo. Ma per Libération il fatto che gli americani si siano scordati di noi dovrebbe piuttosto darci sollievo:

    Secondo molti diplomatici europei c'è da essere contenti che l'Europa sia scomparsa dai radar americani. Almeno la crisi dell'euro non è più brandita da Obama come la maggior fonte dei problemi economici dell'America e Romney ha smesso di fare del "socialismo europeo" il suo principale spauracchio di campagna. La discutibile conclusione di un eminente diplomatico europeo a Washington: di questi tempi meno si parla di noi negli Stati Uniti e meglio è.

  • Nel fumo delle lobby

    19 ottobre 2012

    C’è molto fumo nella vicenda delle dimissioni del commissario europeo alla sanità John Dalli, e non è solo una battuta scontata. Dalli, ex ministro degli esteri maltese che aveva lasciato la carica dopo appena tre mesi per un'altra storia di favoreggiamenti, si è dimesso il 16 ottobre in seguito a un'inchiesta dell'ufficio europeo antifrode (Olaf) sui suoi contatti con l'industria del tabacco. Un'azienda svedese del settore ha infatti affermato di essere stata contattata da un imprenditore maltese che avrebbe offerto la disponibilità del commissario ad ammorbidire la nuova direttiva europea sul fumo a proposito dello snus, il tabacco da masticare scandinavo. 

    Subito dopo le dimissioni, le prime di un commissario Ue dalla clamorosa uscita di scena dell'intera commisione Santer nel 1999, Dalli ha però rilasciato una videointervista in cui accusa il presidente José Manuel Barroso di averlo costretto a lasciare senza neanche poter leggere le conclusioni dell'inchiesta (che non sono state rese pubbliche) e la lobby del tabacco di aver costruito il caso per incastrarlo.

    Il giorno dopo, il 18 ottobre, un altro colpo di scena: dei ladri entrano in un palazzo del quartiere europeo di Bruxelles. Tra gli otto piani di uffici, però, visitano soltanto quelli dell'European smoke free partnership e dell'European public health alliance – due organizzazioni che si battono per l'introduzione di norme più rigide sul consumo di tabacco nell'Ue – e portano via solo qualche computer e alcuni documenti relativi alle loro campagne. 

    Un'altra prova che la lobby del tabacco ha deciso di usare le maniere forti per bloccare la direttiva europea che avrebbe dovuto essere presentata in autunno, sostengono le ong antifumo – che secondo alcuni non sarebbero che un'altra lobby. Di sicuro la direttiva, che contiene misure ancora più restrittive sui prodotti a base di tabacco e persino sulle sigarette elettroniche (la Ecita, la lobby delle aziende che le producono, è stata tra i primi a infierire su Dalli dopo la sua caduta), subirà un grosso ritardo, e potrebbe addirittura essere passata in eredità alla prossima commissione europea.

    Insomma, l'unica cosa certa in questa vicenda è che la parola lobby compare troppo spesso. Durante il festival di Internazionale a Ferrara è stato presentato il documentario The Brussels business, di Friedrich Moser e Matthieu Lietaert, che fa luce sul funzionamento di questa vera e propria industria dell'influenza che svolge un ruolo determinante nell'oscuro processo legislativo europeo. Come ricordano gli autori, nel 2005 il commissario Siim Kallas aveva lanciato un'iniziativa sulla trasparenza che avrebbe dovuto istituire un registro obbligatorio per i rappresentanti dei gruppi di interesse a Bruxelles, rendendo così tracciabile la loro attività. In seguito a pressioni non meglio identificate, però, la proposta era stata ridimensionata fino all'irrilevanza. Chissà se questo episodio basterà a riaprire il dibattito.

  • Un Nobel alla carriera, non al merito

    12 ottobre 2012

    Questo matrimonio non s’aveva da fare. Dopo l’annunciato fallimento della fusione tra Eads e Bae, le parti in causa hanno subito cominciato a scaricarsi la colpa. In realtà le cause del fiasco possono identificarsi in tre ben note idiosincrasie: l’ossessione della Francia per la sovranità nazionale, il disprezzo del Regno Unito per le logiche continentali e la sua preferenza per la “special relationship” con gli Stati Uniti e l’incapacità della Germania di superare il provincialismo economico-elettorale e il complesso d’inferiorità con Parigi.

    Sebbene non fosse un matrimonio d’amore, questa unione aveva certamente dalla sua la convenienza, soprattutto sul piano economico. Ma c’è dell’altro. Per una significativa coincidenza, il tabloid popolare tedesco Bild e il quotidiano economico Handelsblatt hanno entrambi definito il fallimento della fusione “un colpo al sogno europeo”. Non è un’esagerazione. La nascita di un grande gruppo paneuropeo poteva costituire il nucleo dell’“Europa della difesa” più volte invocata come prerequisito per l’integrazione politica ed economica.

    L’industria della difesa, in scienza politica il “complesso militare-industriale”, è una delle strutture portanti dello stato moderno. Oltre alla dimensione puramente strategica, essa influenza in modo determinante la politica estera. La decisione di vendere armamenti a un governo straniero piuttosto che a un altro è una scelta politica, e una volta presa determina le alleanze in modo ben più concreto e stabile che non i trattati di amicizia e le velletarie iniziative del Servizio europeo di azione estera. Senza il controllo di questa leva è impensabile che l’Ue possa dotarsi di una politica estera coerente. Che succederebbe alla diplomazia degli Stati Uniti se Washington non potesse condizionare le esportazioni militari alle alleanze politiche?

    Uno degli aspetti che determinano il successo o il fallimento dei processi di nation building, quale dovrebbe essere l’integrazione europea, è la convergenza dei gruppi d’interesse fondamentali che operano nelle entità costituenti. L’industria bellica è uno di questi. Un altro è l’industria energetica. In questo settore il differente orientamento delle aziende dei paesi chiave è responsabile della contraddittoria e fallimentare politica europea nei confronti della Russia e del Medio Oriente.

    Eppure il dibattito pubblico europeo continua accuratamente a evitare questi argomenti. L’integrazione europea avanza in campi in cui tutti sono d’accordo anche perché hanno scarse ricadute pratiche, come la tutela dei diritti umani, o in quelli su cui i governi non vogliono mettere la faccia, come l’imposizione della disciplina di bilancio. Ma i “giochi da grandi” continuano a svolgersi nelle capitali.

    Secondo alcuni il modello europeo può ancora contare sul “soft power”, l’insieme di forze di attrazione culturale che dovrebbe compensare in politica internazionale la perdita di “hard power”. L’attribuzione del Nobel per la pace all’Ue non potrà che confermare questa impressione nel breve periodo. Ma il fascino non va d'accordo con la debolezza e la divisione, come ha dimostrato l’evoluzione della “primavera araba” di fronte alla reazione europea e la paralisi di Bruxelles davanti alla crisi in Siria, dove non ha neanche tentato di svolgere un ruolo di mediazione pur marginale. In queste condizioni, non si vede cosa potrà fare l'Europa per meritare un altro Nobel negli anni a venire.

  • Anche l’Erasmus cede all’austerity

    03 ottobre 2012

    Anche uno dei simboli più popolari dell'integrazione europea rischia di essere inghiottito dalla crisi, rivela El País. Il programma Erasmus, che ha appena celebrato il 25esimo anniversario e ha portato oltre due milioni di studenti nelle università degli altri paesi Ue, rischia infatti di rimanere senza soldi a causa del taglio del bilancio 2012 imposto dai paesi membri alla Commissione europea l'anno scorso. Bruxelles aveva avvisato che i fondi non sarebbero stati sufficienti per le spese già in programma, e così è stato: le borse per gli studenti da settembre a dicembre sono coperte solo per il 70 per cento, e non è chiaro se e dove sarà trovato il resto.

    Del resto, avverte l'eurodeputato francese Alain Lamassoure, l'Erasmus non è l'unico programma a rischiare la bancarotta: anche il Fondo per la ricerca e l'innovazione è a secco, e diversi stati membri perderanno contributi Ue di ogni tipo per centinaia di milioni di euro. Il commissario al bilancio Janusz Lewandowski ha chiesto un contributo straordinario agli stati per tappare le falle a breve termine, ma la situazione per il 2013 si annuncia ancora più difficile, dato che diversi paesi chiave – tra cui Francia e Germania – hanno chiesto un taglio di 5 miliardi di euro al prossimo bilancio.

  • Industria Dubbi sulla fusione Bae-Eads

    19 settembre 2012

    "La politica potrebbe rappresentare l'ostacolo principale alla creazione di un colosso europeo dell'aeronautica e degli armamenti", scrive Il Foglio. Il 12 settembre Les Echos aveva rivelato i piani per la fusione tra il consorzio franco-tedesco Eads, proprietario tra l'altro del costruttore aeronautico Airbus, e la britannica Bae Systems. Il nuovo soggetto avrebbe le dimensioni necessarie a garantirne la sopravvivenza in un mercato internazionale sempre più affollato e "costituirebbe l'embrione privato dell'Europa della difesa", scrive Il Foglio, ma "sta incontrando una fredda accoglienza nelle capitali". 

    A Londra si levano voci sul rischio di mettere in discussione la 'special relationship' tra Regno Unito e Stati Uniti. [...] Per la Francia il timore maggiore è di perdere l'influenza su Eads e la sua filiale aeronautica Airbus. In caso di successo, Eads dovrebbe trasformarsi in un'impresa normale: fine delle presidenze doppie o a staffetta; stop ai consigli di amministrazione politicizzati; addio decisioni fondate più su interessi localistici che su logiche economiche. [Merkel] sembra esitare per il rischio di vedere spostarsi le attività legate all'aviazione civile di Eads in Francia e quelle della difesa nel Regno Unito. In gioco ci sono posti di lavoro e impianti tedeschi che, a un anno dalle elezioni, la cancelliera non può permettersi di perdere. [...] Nonostante i vantaggi geo-strategici della fusione – economie di scala, complementarità nelle specializzazioni e nei mercati di riferimento, rafforzamento della potenza commerciale – Berlino e Parigi continuano a tentennare.

    Un altro esempio da manuale delle dinamiche osservate mille volte negli ultimi anni, e una buona occasione per testare la volontà politica di superarle in vista delle trattative per l'attesa "svolta federalista". Come andrà a finire?

  • Politica La democrazia si restringe

    13 settembre 2012

    Di fronte alla paralisi dei politici nazionali, altre strutture – Banca centrale europea, Corte costituzionale tedesca, Corte di giustizia europea – hanno preso la guida degli affari europei. Un strappo alla democrazia da ricucire subito.

    Forse il modo migliore per descrivere il paradosso attuale della democrazia europea è dire che la sua sorte è stata in questi giorni affidata alle decisioni del consiglio della Banca centrale europea (Bce) e della Corte costituzionale tedesca. Nel momento in cui i dirigenti politici europei, ormai convinti della loro impotenza, se non della loro illegittimità, a vincere la "battaglia della credibilità" degli stati nei confronti dei mercati, hanno acconsentito a privarsi dei loro margini di manovra in favore di organi indipendenti e di procedure di sanzioni automatiche (il famoso trattato di stabilità), i giudici (nazionali ed europei) e i banchieri centrali hanno finito per assumere un ruolo centrale nella gestione quotidiana degli affari europei.

    Attraverso una forma di inversione simbolica, sono ormai i cosiddetti "indipendenti" ad animare il dibattito sul futuro dell'Unione politica e a svolgere funzioni che vanno ben oltre la sola legittimità funzionale che attiene al loro mandato iniziale. Così i dirigenti della Bce sono passati rapidamente dalla difesa della "stabilità dei prezzi" alla rivendicazione di "riforme strutturali" (mercato del lavoro, moderazione salariale e così via) e di recente partecipano attivamente alle discussioni sull'architettura della futura unione politica.

    Una partecipazione che ormai si estende anche alla scrittura dei futuri trattati, come nel caso della missione assegnata al gruppo dei cosiddetti "quattro saggi" (presidenti rispettivamente del Consiglio europeo, della Commissione, dell'Eurogruppo e della Bce). Per colmo d'ironia, questi "indipendenti" non esitano a ricordare agli stati i loro obblighi democratici: in diverse occasioni il presidente della Bundebank Jens Weidmann e quello della Bce Mario Draghi hanno ripetuto la necessità di aumentare la "responsabilità democratica" nei nuovi dispositivi istituzionali; in più di un'occasione la Corte costituzionale tedesca ha assunto il ruolo di ultimo baluardo in difesa del parlamento nazionale e così via.

    Insomma tutto sembra sottolineare, malgrado i venti anni di rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo, la grande precarietà della legittimità democratica nell'Unione e la forza delle istituzioni apolitiche, tribunali, banche centrali, agenzie o autorità e così via. La catena del processo di delega dai poteri democraticamente eletti alle istituzioni indipendenti ha continuato ad allungarsi.

    Di conseguenza è difficile credere nell'assicurazione di José Manuel Barroso, che ancora a giugno in occasione del vertice del G20 riteneva che l'Europa non deve ricevere lezioni di democrazia dai paesi emergenti. Chiunque voglia "riorientare il corso della costruzione europea" farebbe quindi meglio a partire dalla constatazione più realistica di una democrazia europea che va sempre più riducendosi. Da questo punto di vista la sola introduzione dell'elezione diretta del presidente della Commissione – il nuovo obiettivo della diplomazia tedesca – non può bastare a dare un nuovo slancio democratico all'insieme politico europeo. Al contrario potrebbe addirittura rivelarsi una nuova chimera europea se dovesse accompagnarsi – come vorrebbero i conservatori tedeschi – alla concessione di nuovi poteri alla Banca centrale e alla Corte di giustizia.

    La revisione dell'Unione politica dovrà necessariamente cercare di inventare nuove forme di legami democratici con queste istituzioni "indipendenti". Non si tratta più di modificare la loro sfera di competenza, ma piuttosto di ripensare i due pilastri sui quali si è finora basata la loro autorità: una certa idea della loro indipendenza, concepita come indipendente da interessi di parte, e una pretesa obiettività scientifica delle loro diagnosi e verdetti. Per quanto riguarda il primo punto l'introduzione di una forma di rappresentanza dei partner sociali e delle minoranze politiche permetterebbe di assicurare un'autentica "indipendenza", evitando che questi nuovi spazi della politica europea finiscono nelle mani di un gruppo, uno schieramento o un'ideologia. 

    Solo questo pluralismo -ed è il secondo punto – sarà in grado di far discutere su quelle controversie tecniche e politiche che allargheranno il perimetro del dibattito al di là della cerchia degli economisti e dei giuristi. I governi, attraverso il controllo delle nomine dei membri di queste istituzioni, hanno ancora gli strumenti per aprire queste scatole nere. Solo a questa condizione gli organismi democratici europei – Parlamento europeo in testa – non diventeranno istituzioni prive di contenuti.

  • Euro Il cucchiaio di Draghi

    11 settembre 2012

    I tempi in cui la duttilità degli italiani e l'amore per il calcio erano altrettanti sinonimi di bunga bunga sembrano lontanissimi ora che siamo stati riammessi tra i paesi responsabili e rispettabili. Nel suo editoriale sul New York Times, Roger Cohen celebra la tecnica e la visione di gioco di Mario Draghi, che con il suo piano di acquisto del debito ha superato il catenaccio della Bundesbank. Come quasi sempre avviene nel calcio, e come è avvenuto agli ultimi europei, la Germania sembra imbattibile ma alla fine vinciamo noi. 

    La malleabilità e la maestria degli italiani sono troppo per i diktat tedeschi. Super Mario ha battuto la Germania con una serie di finte che ha fatto sembrare i duri della Bundesbank agili ed efficaci come balene spiaggiate. [...] Draghi il gesuita ha aiutato [Angela Merkel a fare le scelte giuste], con le sue frasi ellittiche e la sua capacità tutta italiana di andare a zig zag fino all'obiettivo. Sarebbe facile paragonarlo ad Alexander Hamilton al tempo della prima crisi del debito statunitense. Ma io preferisco vederlo come Andrea Pirlo, il centrocampista dalla visione a 360°, mai affrettato, sempre sicuro, maestro dei passaggi lunghi e corti, flagello della Germania, un fantasista che sa colpire il bersaglio con precisione. 

  • Informazione Berlusconi e l’Economist, ultimo atto

    10 settembre 2012

    Ricordate la celebre copertina dell'Economist contro la candidatura di Silvio Berlusconi nel 2001? Ricorderete anche che l'ex premier l'aveva presa piuttosto male e aveva querelato il settimanale britannico per diffamazione. Bene, la causa è giunta a sentenza definitiva dopo la bocciatura dell'appello di Berlusconi, che ha avuto torto ed è stato condannato a pagare anche le spese processuali.

    Un'altra causa per diffamazione intentata contro l'ex direttore Bill Emmott si è ugualmente conclusa male per il cavaliere. L'Economist dedica alla questione appena un trafiletto, ma grondante di soddisfazione e sarcasmo fin dal titolo: "In contanti va benissimo, Silvio". A conclusione di undici anni di infruttuoso accanimento giudiziario, il settimanale pone questa epigrafe:

    Negli anni in cui il signor Berlusconi ha dominato la politica dell'Italia, la sua economia è cresciuta più lentamente di quella di qualsiasi altro paese del mondo eccetto Libia e Zimbabwe. Forse avrebbe dovuto concentrarsi di più su questo.

  • Regno Unito Le nuove suffragette

    30 agosto 2012

    Volete imparare qual è la posizione migliore da adottare quando la polizia cerca di trascinarvi via da un sit in? Oppure quali sono i metodi per portare avanti una campagna di sensibilizzazione? O ancora quali sono i vostri diritti legali se venite accusate di aver formato una catena umana per bloccare il traffico? Il 15 e 16 settembre all’Università di Bristol, nella Gran Bretagna sudoccidentale, si darà il via a una serie di incontri, workshop e discussioni in occasione della Suffragette Summer School, una due giorni di formazione femminista per educare all’arte della protesta non violenta. 

    Circa 500 partecipanti sono attesi quest’anno per discutere, scambiarsi idee e tattiche e svolgere seminari pratici in un appuntamento “perfetto per chiunque voglia organizzarsi a livello locale, nazionale e globale per sradicare la disuguaglianza di genere”, come si legge sul sito. Le giovani organizzatrici sperano di ispirare una nuova generazione di femministe con lo stesso dinamismo delle suffragette che si sono battute per il diritto al voto all’inizio del secolo scorso. Come ha spiegato al New York Times Kat Banyard, fondatrice del gruppo UK Feminista, che organizza l’incontro: “Ci sono modi creativi in cui persone ordinarie possono inserire le questioni femministe nell’agenda dominante. L’azione diretta non deve per forza essere illegale. È molto importante che la gente conosca il proprio diritto legale a protestare”. 

    Kat Banyard, trentenne autrice del libro The equality illusion, sul livello di uguaglianza raggiunto dalle donne in Gran Bretagna, sostiene che negli ultimi due anni il numero dei gruppi che prendono parte alla Summer School è triplicato, arrivando a sfiorare il centinaio. L’aumento della sensibilità nei confronti delle questioni di genere è dovuto al fatto che ci si è resi conto di come la crisi finanziaria e le misure di austerità varate dal governo di Londra abbiano colpito molto di più le donne rispetto agli uomini. I tagli alla spesa, infatti, si abbattono soprattutto sul settore dei servizi, dove sono impiegate in maggioranza donne, sulle cui spalle finiscono per pesare sempre più anche tutti i compiti di cura. 

    “Questa è una battaglia femminile”, ha detto al Guardian la cinquantenne attivista Vita, “Sappiamo che le donne sono colpite dai tagli in maniera sproporzionata e questo è un modo per farlo sapere”. Una consapevolezza condivisa anche dalle donne più giovani, preoccupate degli stereotipi ancora radicati nella società britannica: “Credo che ci sia un enorme problema di immagine che a volte è esacerbato dalle stesse donne che non rappresentano il femminismo nel modo migliore”, ha detto al quotidiano la ventiduenne Rachelle Hunt.  Per cercare nuove risposte a queste vecchie questioni si può partecipare ai workshop (aperti a entrambi i sessi) “Conoscenze mediatiche”, oppure “Cambiare la conversazione sui tabù” o anche “Coinvolgere gli uomini nell’attivismo femminista”. 

    Lo scopo principale della scuola estiva è fare in modo che le questioni di genere non siano più relegate ai margini della società e trattate come temi di secondo ordine o di nicchia, come spiega Banyard al Nyt: “Il femminismo può ancora essere isolato perché è così stigmatizzato. Può essere difficile dire alle persone che non ti conoscono che sei femminista a causa degli stereotipi ancora esistenti. Le persone credono che le femministe odino gli uomini, siano prive di umorismo e si debbano vestire in un certo modo, quindi il solo fatto di ritrovarsi tutte insieme è importante. Ci ricorda che là fuori c’è un movimento globale e che non siamo sole. Partecipiamo a una straordinaria battaglia per creare un mondo migliore”. 

  • Migrazione Saamiya e le colpe dell’Europa

    21 agosto 2012

     La sua storia ha fatto il giro del mondo. Perché è una di quelle da fare gelare il sangue. Una favola con il finale da incubo. L’ha raccontata per prima la scrittrice italo-somala Igiaba Scego sul giornale online Pubblico. Ed è una storia non diversa da molte altre che hanno riempito le pagine dei giornali europei e di tutto il mondo negli ultimi anni: una giovane donna somala che si imbarca sulle coste dell’Africa settentrionale nel tentativo di attraversare il Mediterraneo e di sbarcare in Europa in cerca di un futuro migliore. E non ce la fa. Uno dei circa 1.700 volti senza nome delle persone che, secondo i dati dell’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati (Unhcr) dal 2011 hanno perso la vita in mare tentando di raggiungere l’Europa.

    Solo che il nome di Saamiya Yusuf Omar era comparso in mondovisione nel 2008 quando, allora diciasettenne, aveva rappresentato il suo paese, la Somalia, alle Olimpiadi di Pechino, correndo i 200 metri. Nel video che circola su Youtube si vede una ragazzina sottile, da subito distaccata da tutte le altre atlete, che arriva ultima al traguardo, tra gli applausi del pubblico. La notizia della sua morte è stata data durante una conferenza del comitato olimpico nazionale dall’ex atleta somalo Abdi Bile, l’unico ad aver riportato nel paese martoriato da oltre vent’anni di guerra civile una medaglia d’oro, vinta nei 1500 metri ai mondiali di Roma del 1987.    

    Come dimostrano i molti articoli scritti su di lei, la storia di Saamiya ha avuto un impatto particolare sull’opinione pubblica europea. Sia perché nella scia dell’ebrezza lasciata dai giochi di Londra appena conclusi, l’annuncio della sua morte suona come una nota stonata, una brutta notizia che rovina la festa. Sia perché solleva un velo che avvolge le vite dei migranti nell’anonimato, permettendo a noi di accettare con passività e rassegnazione il moltiplicarsi delle immagini di gommoni alla deriva, morti strazianti, respingimenti. Per una volta non possiamo ignorare che si tratta di persone con una vita precedente, sogni, passioni, volontà, comuni a tutti noi. Saamiya ci sbatte in faccia una realtà che, grazie anche a un’informazione che appiattisce tutte le notizie sugli sbarchi e le morti in mare, eravamo riusciti a normalizzare e rendere innocua.

    Nel suo rapporto ‘Hidden Emergency’, (Emergenza nascosta), Human Rights Watch ricorda che in Europa manca un’azione coordinata per evitare le “inutili morti nel Mediterraneo”:

    Le operazioni di soccorso nel Mediterraneo sono ostacolate dalla scarsa coordinazione, dalle dispute sulla responsabilità, dai disincentivi a condurre salvataggi per le navi commerciali e dall’enfasi sul rafforzamento delle frontiere.

    Human Rights Watch esorta l’Europa ad fare in modo che “la prevenzione delle morti nel mare diventi il cuore di un approccio coordinato” alla migrazione e non uno strumento per mettere in atto “politiche volte a evitare gli sbarchi o altre manovre da parte degli stati del nord per scaricare il problema sugli stati del sud come Italia e Malta”. 

    Il Parlamento europeo e il Consiglio europeo stanno discutendo la proposta di creare Eurosur, un sistema di sorveglianza che dovrebbe fare ricorso alla tecnologia, compresi droni e immagini satellitari, per monitorare il Mediterraneo e le coste dell’Africa del nord. Secondo Hrw, tuttavia, il progetto è inadeguato perché non “fissa le procedure, le linee guida né i sistemi per garantire che il soccorso in mare sia realizzato in modo efficace”. A parte l’obiettivo dichiarato di salvare le vite dei migranti, infatti, il nuovo sistema “riflette la tradizionale propensione a proteggere le frontiere e a scongiurare gli arrivi”, nota l’organizzazione per la difesa dei diritti umani. Se vuole veramente salvare le vite dei migranti in mare, l’Europa deve mettere in atto un sistema di sorveglianza che abbia come primo e chiaro obiettivo la tutela della vita delle persone e che sia soggetto a un monitoraggio rigoroso e imparziale. 

    È facile dare la colpa della tragedia dei migranti nel Mediterraneo ai trafficanti senza scrupoli, al maltempo o al destino crudele. Invece, molte morti possono e devono essere evitate. Ce lo ricorda Human Rights Watch. Ma soprattutto ce lo ricorda Saamiya Yusuf Omar. 

  • Italia Estate di crisi

    16 agosto 2012

    Quest’anno i romani stanno a casa. Lo sanno anche negli Stati Uniti, dove il New York Times pubblica un articolo dal titolo “‘Resto a Roma’ è il nuovo tema della stagione estiva”, facendo allusione al video della parodia musicale prodotto dalla stazione romana Radio Globo. La morsa dell’austerity si fa sentire e molte persone hanno dovuto rinunciare alle ferie o comunque non si sono potute permettere una vacanza al mare e sono rimaste in città. Persino il Lido di Ostia, storico rifugio dalla calura estiva a mezz’ora dalla capitale, non è stato preso d’assalto dai cittadini in fuga, anche a causa dell’aumento del prezzo della benzina che spinge molte persone a evitare l’auto, approfittando dei parcheggi lasciati vuoti dai più fortunati che hanno potuto abbandonare la città. Come sottolinea il New York Times:

    Anche ora al culmine dell’estate, le sdraio restano abbandonate sotto gli ombrelloni colorati. Le cabine negli stabilimenti balneari, che un tempo bisognava prenotare segnandosi in lunghe liste d’attesa, sono vuote. Decine di lidi che sono serviti da via di fuga stagionale per generazioni di romani, stanno sentendo la brezza gelata dei tempi duri. 

    E chi non rinuncia a un tuffo dopo l’orario di lavoro o nel fine settimana cerca comunque di tagliare ogni spesa extra e di fare economia su tutto, continuando a stringere sempre più la cinghia di anno in anno. Normalmente affittare una cabina a Ostia per tutta l’estate (da maggio a settembre compresi) costa tremila euro, ma quest’anno molte sono rimaste vuote, nonostante i prezzi ridotti. “Molte famiglie hanno scelto la condivisione’, spiega il Nyt. 

    Gli stabilimenti balneari fanno pagare l’ingresso, quindi molti romani si sono diretti verso le molte spiagge libere di Ostia, dove affittare un lettino costa 5 euro, stendere un asciugamano sulla sabbia è gratis e il pranzo al sacco o snack poco costosi hanno preso il posto dei rilassanti pasti nei ristoranti in riva al mare.

    D’altronde la Federconsumatori già a giugno aveva avvertito che solo il 34 per cento degli italiani avrebbe potuto permettersi una vacanza vera e propria e che il 31 per cento sarebbe stato costretto a rinunciarvi, accontentandosi di qualche giornata nelle località balneari più vicine. Secondo i dati dell’associazione per la tutela dei consumatori, un milione e 800mila romani sono rimasti in città e cinquecento tra artigiani e commercianti mandano avanti le loro attività tutto agosto. “Nella memoria recente non c’è mai stato un crollo così generalizzato e drastico”, ha detto in una nota il presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca. E negli Stati Uniti i lettini in disuso nel Lido di Ostia diventano il simbolo della crisi economica italiana.